Zoon politikon?

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Finezza, affabilità, stile, portamento, femminilità, virilità. Azione, praticità, idee, concretezza, lungimiranza, capacità. Cosa chiediamo oggi ai nostri politici? L’appeal (possibilmente “sex”) o la logica? La piastra per i capelli o la presenza sul territorio? Il bon ton fine a se stesso o l’onestà? Gli uni non escludono le altre, direte voi. E allora perché si finisce spesso per parlare di cravatte e abiti da sera, piuttosto che di contenuti e progetti?

La politica italiana, senza distinzioni di partito, attraversa da tempo –forse dai tempi immediatamente successivi all’elezione dell’Assemblea costituente, per intenderci– una crisi morale ed etica di difficile soluzione. Sprechi, mazzette, assenteismo, ma anche e soprattutto tanta superficialità. Le eccezioni sono tante e, per una volta, non si adeguano alla proverbiale “conferma della regola”: sono eccezioni con nome e cognome, persone che lavorano ogni giorno per il proprio Paese, senza guardare l’orologio e senza chiedere nulla in cambio, se non il giusto.

Riconoscere le tare della politica made in Italy, terreno fertile per i germi dell’antagonismo e della critica perenne al sistema, non significa ergo dire che la politica e i politici fanno schifo. Significa, anzi, riconoscere l’immensa nobiltà delle funzioni di governo, il grande valore della dialettica democratica, l’importanza inestimabile della rappresentanza di origine elettiva. In questo contesto viene da chiedersi: perché, allora, c’è chi confonde il malcostume (morale) con il vestirsi male? Se ciò che si chiede ai politici è –o dovrebbe essere- la volontà di tutelare interessi generalizzati, la capacità di festeggiare “l’ultima pietra” che conclude un’opera e non la prima, la predisposizione all’ascolto, la generosità di chi non si risparmia mai…perché si riduce il discorso politico a discorso estetico?

Mi perdoneranno i lettori se dovessero riscontrare riferimenti indiretti a dichiarazioni specifiche di esponenti politici più o meno noti, ma il tema è scottante: cosa c’entra la bellezza con la politica? Se presentarsi bene è indice di cura per se stessi e di rispetto verso gli altri, è di fondamentale importanza dedicare le proprie giornate alla depilazione, alle tinture, agli smalti e alla pedicure? Non si tacci di “maschilismo” questo discorso: non si parla solo di donne, dato che anche gli uomini si dedicano sempre più spesso alla cura “esagerata” del proprio corpo.

Se è vero che i politici sono lo specchio della società, perché della società fanno parte, è anche vero che il discorso estetico come discorso “politico” rischia di viziare sempre di più la decenza della retorica pubblica e di consumare, così, la frattura tra il popolo (che spesso non ha il tempo e il denaro per rifarsi i connotati!) e le istituzioni. Ammessa la naturale soggettività del concetto stesso di bellezza, e ammessa la sua radicale inutilità per la politica nazionale, vogliamo gridarlo a gran voce: W la gente brutta e capace!

Del resto siamo uomini, non animali. Con buona pace di Aristotele.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.