Perché a scuola non si parla di Cina e mondo arabo?
Arabo è sinonimo di musulmano? La Cina è davvero comunista? La scuola italiana è il tempio dell’eurocentrismo: è tempo di allargare lo sguardo al mondo!
Nelle scuole italiane la storia è da sempre intesa come storia dell’Europa e della colonizzazione europea del mondo. Cosa accadrebbe se ci sforzassimo di allargare un po’ il nostro orizzonte, arrivando a coinvolgere quei “mondi” che tanto prepotentemente stanno salendo alla ribalta? Cosa accadrebbe se accanto alla non trascurabile storia della Francia studiassimo anche la storia della Cina e del mondo arabo? Forse si realizzerebbe la più antica delle frasi fatte: studiando la storia, riusciremmo a capire un po’ meglio il presente che ci circonda. Forse riusciremmo a comprendere che non siamo di fronte ad uno “scontro di civiltà” tra Occidente e Islam. Forse riusciremmo a comprendere che la Cina non ci sta “invadendo”. Proviamo a vedere alcuni semplici esempi, cercando di sfatare i più grandi miti su Cina e mondo arabo.

Arabo non significa musulmano come musulmano non significa arabo.
Per avvicinarsi al mondo arabo bisogna innanzitutto partire da una considerazione quantomai banale ma che spesso si tende a dimenticare: arabo non è sinonimo di musulmano e, di conseguenza, musulmano non è una parola intercambiabile con arabo. Ciò vale per il passato e ancor di più per il presente, considerato che la religione islamica si riscontra in pressoché tutti i continenti della Terra.
In definitiva si tratta di una distinzione basilare che aiuta a comprendere il passato ma anche lo stesso presente. Non tenere in considerazione questo aspetto significa essere scollegati con la realtà, dimenticare che al di fuori del mondo arabo ci sono un numero significativo di fedeli (si pensi all’Indonesia, per esempio), ma anche porsi nell’impossibilità di comprendere conflitti anche molto recenti. Tra tutti la guerra civile in Libano.
Rimanendo nel Paese dei cedri e passando ai numeri, che risultano molto utili per sostenere la tesi, il 60% della popolazione è di fede musulmana (che poi a sua volta si divide tra sciiti, sunniti e drusi), mentre il 40% è di fede cristiana (moroniti, greco-ortodossi, protestanti). Anche in Siria, oggi sconvolto dalla guerra, la popolazione si divideva tra una maggioranza musulmana (circa l’87%) e una minoranza cristiana (il restante 13%).
Qualcuno obietterà che si tratta di minoranze arabo-cristiane ma tanto basta per non dover farci incorrere nell’errore di confondere i due piani. Culturalmente un arabo musulmano proveniente dal Marocco ha più in comune con un cristiano spagnolo dell’Andalusia che con un musulmano del Bangladesh.

La Cina non è comunista
Viaggiando per la Cina di oggi è abbastanza comune imbattersi nelle foto di Deng Xiaoping: le si trova negli uffici pubblici, nelle case, nei musei, nelle scuole. Agli occhi di un occidentale, la cosa potrebbe sembrare fuori luogo: non si tratta del presidente in carica, né tanto meno del fondatore della Repubblica popolare cinese. Eppure se la Cina oggi è l’economia con i più alti tassi di crescita al mondo, il merito è proprio di Deng Xiaoping, l’artefice del «socialismo con caratteristiche cinesi».
Il Novecento è stato un secolo di enormi sconvolgimenti, forse più per la Cina che per l’Europa. A partire dal 1912, dopo la caduta del secolare Impero Qing, il paese divenne formalmente una repubblica ed entrò in una spirale di guerre civili, cui si aggiunsero i tentativi del Giappone di annettere militarmente parte delle coste cinesi. Nel frattempo nelle campagne cresceva il consenso del Partito comunista, guidato da Mao Zedong, che negli anni ’30 arrivò a contendere il potere al Kuomintang, il partito nazionalista alla guida della Repubblica. La minaccia giapponese e lo scoppio della seconda guerra mondiale misero momentaneamente fine alle contese interne, che si riaccesero nel 1946. Le forze comuniste ebbero la meglio sui nazionalisti e nel 1949 Mao Zedong potè proclamare la nascita della Repubblica popolare cinese, uno stato comunista sui generis, che a differenza dell’Unione sovietica, aveva la sua base nei contadini e non tra gli operai.
Nonostante i quasi trent’anni trascorsi al potere – morì nel 1976 -, Mao Zedong non è oggi apprezzato in Cina tanto quanto il suo successore, Deng Xiaoping. Quest’ultimo, leader de facto del paese dal 1978, fu il primo a sovvertire i canoni economici del comunismo – basati sull’autosufficienza -, aprendo il mercato cinese al capitalismo occidentale. La nuova politica denominata «di riforma e apertura» si basava su cinque punti cardinali:
- l’ingresso della Repubblica popolare cinese nel mercato mondiale dei capitali e delle merci;
- l’abbandono dei criteri di autosufficienza;
- l’avvio di una politica di modernizzazione nel settore agricolo, industriale, della scienza e tecnologia e della difesa;
- l’adesione della Repubblica popolare cinese alle organizzazioni internazionali, come il Fondo monetario internazionale;
- la creazione di «Zone economiche speciali», delle aree del paese dove vigeva un regime fiscale preferenziale, per favorire gli investimenti stranieri.
«Dobbiamo fare il socialismo con caratteristiche cinesi […], dobbiamo imboccare la strada dell’economia di mercato socialista e tenerla per cent’anni. Rischi di liberalismo? Se tornassimo indietro cedendo alle tendenze di sinistra, allora sì che rafforzeremmo la destra, daremmo spazio al liberalismo borghese. La sinistra è molto più pericolosa, a sinistra è il vero pericolo».
Deng Xiaoping, in un discorso del 1992
Se Mao Zedong aveva portato alla nascita della Repubblica popolare cinese, Deng Xiaoping aveva fatto scoprire ai suoi abitanti – affamati da anni di politiche economiche fallimentari – il benessere occidentale. Certo, la forma di governo sarebbe rimasta – e rimane tuttora – quella della dittatura democratica del popolo, ma la politica economica è del tutto capitalista.

Arabia, Muhammad e la prima umma. Ovvero considerare il contesto in cui ha preso vita l’Islam.
Per avvicinarsi alla conoscenza del mondo arabo risulta importante avere chiaro un elemento: il contesto in cui è vissuto Muhammad e in cui ha preso vita la nuova religione islamica è fondamentale. Il materiale a nostra disposizione è incredibilmente esiguo ma ciò non significa che un qualche tentativo lo si possa e lo si debba compiere. È difficile che si riuscirà mai a comprendere quale fosse la vita nella società pre-islamica ma, al tempo stesso, è possibile ricostruirla partendo da alcune fonti che si utilizzano per studiare la vita di Muhammad e la prima comunità musulmana: il Corano, che secondo la tradizione è la parola di Dio rivelata al Profeta Muhammad, e gli hadith, ovvero le parole e i detti attribuibili allo stesso. A ciò si possono aggiungere le poesie dei poeti pre-islamici, sempre tenendo a mente che a fissare per iscritto questi componimenti furono dei musulmani, il che significa che nel passaggio dall’oralità allo scritto qualche dettaglio può essere stato dimenticato o cancellato.
Perché tentare di farsi un’idea di quale potesse essere la società precedente all’Islam è rilevante? Sostanzialmente perché porterebbe a comprendere la ragione di alcuni passi che agli occhi del lettore odierno possono sembrare del tutto riprovevoli. La poligamia, per esempio. Oppure la differenza tra uomo e donna nell’eredità, a discapito della seconda.
Tutti elementi che non possono essere estrapolati dal contesto socio-culturale ma che anzi devono essere posti all’interno delle coordinate temporali e geografiche.
Stando al materiale che possediamo la vita per una donna nella penisola arabica non era semplice, se non altro perché probabilmente doveva essere abbastanza comune, soprattutto ai danni del sesso femminile. Ed è appunto su questo punto che si è soffermata la sociologa marocchina Fatema Mernissi nel libro “Le donne del profeta”, dove ha cercato di dimostrare come il messaggio di Muhammad fosse sì rivoluzionario anche sul tema del rapporto di genere ma che, al tempo stesso, gli uomini della prima umma non erano disposti a mettere in discussione questo aspetto della società. La donna sarebbe stata nascosta, posta in secondo piano, ma solo dopo la sconfitta della giovane moglie Aisha nella battaglia contro il califfo ‘Ali (comunemente nota come la ‘battaglia del cammello’), dove la prima comandava un esercito e dunque doveva certamente avere il sostegno della città da cui aveva attinto il suo contingente, ovvero Bassora.
Questo evento e la volontà di non mettere in discussione i rapporti di genere da parte degli uomini, ponendosi in qualche modo in contrasto con lo stesso Profeta, ci conduce a un’ulteriore considerazione: la prima comunità musulmana non era un’isola felice dove la vita scorreva tranquillamente senza alcun tipo di dissenso. Anzi, gli eventi successivi la morte di Muhammad (632 d.C – 10 Hr) confermerebbero quanto affermato: fin da subito gli interessi delle due comunità riemersero con prepotenza. Da una parte i muhājirūn, ovvero coloro che si convertirono all’Islam e seguirono il Profeta nel viaggio da la Mecca a Medina/Yathrib (definita Egira, in arabo hijra), dall’altra gli ansar, i convertiti residenti a Medina/Yathrib.

Dobbiamo allargare gli orizzonti
La storia del mondo arabo è al di là dall’essere lineare e semplice come si potrebbe credere da una lettura dei manuali di scuola superiore – e non solo – anzi, tutt’altro. E ne meriterebbe l’esplorazione, se non altro considerato che in qualche secolo i califfi che hanno guidato la umma musulmana hanno conquistato il Medio Oriente e l’Africa mediterranea, nonché piegato l’impero Sasanide, nemico dell’impero Bizantino.
Lo stesso dicasi per la storia cinese, che sarebbe troppo facile bollare come una storia di isolamento e declino, fino all’exploit contemporaneo. La verità è che l’attualità ci stimola con problematiche sempre più globali. Si veda, ad esempio, il memorandum d’intesa siglato dal Presidente cinese Xi Jinping e dal Presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte il 23 marzo 2019: un accordo di cui pochissimi hanno capito la natura, ma che dovrebbe inserire il nostro paese nel più ampio progetto della “nuova via della seta” (come l’hanno, in parte erroneamente, ribattezzata i media). Oppure si veda l’emergenza Coronavirus, che spesso è stata grossolanamente collegata alla cultura cinese (il caso più eclatante è sicuramente questo), senza conoscerla realmente.
Allargare gli orizzonti geografici della nostra conoscenza storica, linguistica e culturale non può essere un privilegio riservato a chi queste cose le studia all’università. Deve essere un imperativo categorico a partire dalla scuola elementare. Altrimenti continueremo a crescere cittadini che conoscono soltanto a metà il mondo in cui vivono e ragionano per luoghi comuni.
Articolo scritto da Alvise Renier e Alessandro Lutman.





