La smania di categorizzare

La smania di categorizzare: quando la logica astratta ci impedisce di comprendere il mondo.

Quando la logica astratta ci impedisce di comprendere il mondo

La tendenza a categorizzare, ovvero l’abitudine a ricondurre a categorie logiche finite e determinate dati fenomeni, è da sempre una caratteristica dell’essere umano. Si è soliti infatti prendere una qualsiasi determinazione generale – dove per determinazione si intende potenzialmente qualsiasi cosa, per esempio una persona, una comunità, un provvedimento legislativo, una certa attitudine ecc. – e ricondurla a una determinata categoria. Nonostante questo sia un procedimento logico talvolta necessario e utile ai fini della nostra vita pratica e teoretica, spesso può trasformarsi in una mistificazione, o, per esprimersi meglio, in una radicale semplificazione della realtà. In sostanza, basandosi su esperienze pregresse o preconcetti, si tendono a creare delle categorie logiche univoche attraverso cui categorizziamo la realtà, dimenticandone la complessità.

Oltre le etichette dell’orientamento sessuale

Per rendere più manifesto questo meccanismo vedremo ora qualche esempio, partendo dalla generale determinazione dell’orientamento sessuale. Per categorizzarlo è stato strutturato un ricco inventario di categorie: si definisce eterosessuale chi è attratto dal sesso opposto, omosessuale chi è attratto dal proprio, bisessuale chi prova attrazione per entrambi i sessi, pansessuale chi prescinde dal sesso biologico. Onde evitare ulteriori complessificazioni, basti tenere per buone solo queste quattro “etichette” principali: eterosessualità, omosessualità, bisessualità, pansessualità. Tipicamente, si tendono a usare queste etichette per classificare l’orientamento sessuale di una persona, ma non sono forse queste categorie una riduzione di questo fenomeno, ovvero dell’orientamento sessuale? O meglio, non sono forse queste tutte semplificazioni che ci servono per inquadrare una realtà che sfugge ai nostri concetti? In breve: si può davvero dire che l’orientamento sessuale di una persona sia eterosessuale tout court, univocamente ed esclusivamente, o è forse questa solo una semplificazione?

Sembra essere, di fatto, una semplificazione e per una semplice ragione: questa è una nostra categoria soggettiva con cui cerchiamo di determinare e conoscere il mondo, il quale, tuttavia, lungi dall’essere risolvibile nelle nostre categorie logiche, è molto più complesso di quello che possiamo immaginare.  Tant’è che lo stesso orientamento sessuale viene oggi ripensato in termini di “fluidità”, ovvero non nei termini di qualcosa di statico, pre-determinato, ed univoco, ma come a qualcosa di “mescolato”, in cui non esistono cioè l’eterosessualità o l’omosessualità pure, bensì, solo una loro commistione, si potrebbe dire che sono sfumate, non cambierebbe molto. Per usare una metafora potremmo dire che tutti gli orientamenti categorizzati sono tutti colori della stessa tonalità, ma che presentano sfumature diverse, e alcuni di questi prevalgono su determinate persone, altri su altre ancora.

Questo primo esempio mostra da una parte come la realtà non sia riconducibile all’universalità dei concetti: i casi particolari non si risolvono nell’universale astratto, ma sfuggono a quest’ultimo, c’è qualcosa che alcuni filosofi, tra cui Schelling, Feuerbach e Kierkegaard, hanno capito e che si può definire come la tesi che enuncia l’irriducibilità della cosa al pensiero. Dall’altra parte, questo primo esempio mostra l’inadeguatezza dei concetti nel loro isolamento, ovvero quella tendenza – che Hegel avrebbe definito tipica dell’intelletto e dell’astrazione – a concepire gli opposti come separati e non come autoincludentesi vicendevolmente. La conclusione che ne consegue è dunque che non esistono nella realtà contrapposizioni assolute, ma solo sfumature e mescolanze, gli opposti sono uno dentro l’altro; per dirla in termini hegeliani, gli opposti vanno concepiti in unità.

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L’inadeguatezza del bipolarismo rigido della politica

Lo stesso identico meccanismo che si è applicato per la sfera sessuale si può lecitamente applicare a quella politica. Tendenzialmente vi sono due modi in cui si può connotare un orientamento politico, esso può essere conservatore di destra o progressista di sinistra. Qui abbiamo sostanzialmente due categorie, e qui l’interrogativo appare più che lecito, vogliamo davvero spingerci ad affermare che l’orientamento politico di una persona sia racchiudibile in etichette come conservatorismo o progressismo? O, saremmo forse più accorti nell’ammettere che queste sono semplificazioni e che non esiste una persona conservatrice in assoluto o progressista in assoluto, ma piuttosto una mescolanza dei due? Appare, infatti, abbastanza condivisibile l’idea che sia molto difficile, con piena consapevolezza s’intende, essere pienamente di un partito o di un altro e di condividerne tutte le battaglie.

Da questo punto di vista la tendenza a categorizzare ci porta anche ad avere atteggiamenti pratici che sono frutto di una visione distorta della realtà. Infatti, una volta ricondotta una persona a una certa ideologia politica viene difficile pensarla come mutevole, in un certo senso una volta categorizzata una persona la concepiamo come sub specie aeternitatis, cioè come qualcosa di statico, di pre-definito e pre-determinato e dunque che non può cambiare nel tempo, quando, invece, ciò che contraddistingue la realtà è proprio la sua mutevolezza. Una volta categorizzata una persona come inaffidabile viene concepito come impossibile il suo cambiamento, quando una persona viene categorizzata essa diventa un’essenza statica, essenza che tuttavia è priva di qualsiasi corrispondenza concreta.

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I limiti della logica

Sussiste, in breve, una irriducibilità della realtà alla logica astratta e a ogni forma di categorizzazione. Insomma la smania di categorizzare porta a semplificare il complesso, e questo è sì utile per la vita, ma non aiuta a comprenderla nella sua complessità. Si tratta, dunque, non tanto di prendere congedo dalla logica, quanto piuttosto di comprenderne i limiti, i pregi e i difetti, di uno strumento che ha certamente delle sue utilità, in quanto ci permette pur sempre di intercettare la realtà. Occorre cioè prendere coscienza di questo: che la logica intercetta il mondo, non lo risolve in sé, esso è infatti qualcosa di irriducibile a questa.

Come sosteneva Wittgenstein ciò di cui ha sempre peccato la filosofia è «il disgusto per il caso particolare». L’ossessione cioè di dover sempre costantemente cercare di confinare la realtà entro la rigidità delle categorie.

In definitiva, dunque, le categorie non sono produzioni arbitrarie: esse colgono tendenze, predominanze e orientamenti reali. Tuttavia, la realtà concreta difficilmente si risolve nella purezza astratta delle categorie medianti cui tentiamo di intrappolarla, essa, infatti, altro non è che qualcosa di continuo, graduale e sfumato.

A cura di: Simone Poreni, The Philosopher Times.
Immagine di copertina:
Teslariu Mihai da Unsplash.

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