La Figlia del Mondo

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Alcuni insegnamenti del mio primo anno da studentessa fuori sede

Avevo quattordici anni la prima volta che sono partita per un grande viaggio, completamente da sola. Stavo andando in Irlanda, a Limerick, per una vacanza-studio di quindici giorni. È stato allora che mio nonno mi ha chiamata per la prima volta “la figlia del mondo”. Un soprannome che mi porto dietro ancora oggi e che farà parte di me, spero, per sempre. Abbiamo sempre viaggiato tanto con i miei, fin da molto piccola. Mare, montagna, Italia e paesi esteri: sono cresciuta con una valigia in mano e un desiderio infinito di conoscere. Mio nonno è un tipo un po’ all’antica, molto legato al nostro paesino, un posticino isolato e tranquillo della laguna veneta. Non vede alcun motivo per andarsene, il mondo, al di là del ponte che ci collega alla terra ferma, è pericoloso, pieno di brutta gente e non offre niente di più di quello che la nostra terra ci dà. Quel soprannome infatti racchiude più una critica che entusiasmo: io sarò sempre la sua bambina, troppo piccola per attraversare il ponte, troppo piccola per andarmene. Potete ben immaginare la sua reazione quando gli ho detto che per un anno avrei abitato a Padova, per frequentare l’Università. Ed è questo ciò di cui vi volevo parlare oggi: del mio primo anno da fuori sede.

Quest’anno è stato a dir poco straordinario. È stato divertente, entusiasmante, ricco di novità, difficile anche e in alcuni momenti estenuante, ma mi ha dato tanto. Qualche giorno fa ho consegnato le chiavi dell’appartamento in cui ho abitato in questi mesi al suo proprietario e sono stata colpita da un flusso interminabile di emozioni. Si è chiuso un altro capitolo della mia vita ed è arrivato il momento di tirare le fila di questa esperienza.

Padova è sempre stata una delle mie città preferite: ci andavo spesso da piccola con i miei, la domenica pomeriggio, per una passeggiata e un gelato tra le vie del centro. L’ho sempre trovata una città interessante: essendo sede di una grande università, è estremamente variopinta, piena di attività culturali, persone provenienti da ogni angolo di Italia che creano un dolce miscuglio di dialetti e stili differenti. Mi ha sempre colpito la libertà di questi ragazzi: tutti si vestono come vogliono, girano con i mezzi che preferiscono, mangiano su ogni gradino disponibile nelle piazze. Per quanto il centro non sia molto grande, l’ho sempre sentito pulsare. Quando è stata ora di decidere dove avrei fatto l’università non ho avuto molti dubbi sulla mia meta.

Ahimè, il primo anno non è stato come mi immaginavo: la vita da pendolare mi ha impedito di vivere Padova al cento per cento, di arricchirmi della sua energia. Per non perdere l’autobus ho imparato a marciare anche più velocemente di Alex Schwarzer. I pendolari mi capiranno: camminata sprint, passi veloci, dieci chili di zaino sulla schiena, e dopo un paio di mesi avrai delle gambe toniche da fare invidia ai culturisti. Per il secondo anno ho deciso di fare il grande passo e trasferirmi vicino all’Università. Che saggia decisione!

Quest’anno ho imparato tante cose.

Ho imparato ad aver più cura della mia bici: uno studente senza bici è come un cielo senza stelle, vuoto, spaesato e senza punti di riferimento.

Ho imparato quanto faticoso sia fare la spesa, dover pensare e programmare tutti i pasti per non dover far marcire niente, imparare a resistere alle tentazioni e ai peccati di gola, saltando completamente il reparto dolci e snack vari. Ho scoperto che ogni ricetta, anche se replicata in ogni singolo passaggio, sarà sempre diversa da quella della mamma o della nonna. Tornare a casa per il weekend corrisponde a prendere i due chili persi nel mese precedente. Si avvisa la nonna un paio di giorni prima di tornare et voilà, ecco il cenone di Natale pronto in qualsiasi momento. Ho imparato anche che non si può vivere di sola pasta al pesto e che la tattica di cucinare in modo semplice per lavare meno piatti, prima o poi va necessariamente abbandonata.

Ho girato tutte le biblioteche e le aule studio della città, e mi sono innamorata di questa quotidianità, dei sorrisi e dei cenni scambiati sulle scale del dipartimento, con i colleghi e compagni di ogni giorno. Le pause studio che da “giusto cinque minuti eh, che sono nel panico più totale” si trasformano in uno spritz di un paio d’ore con gli amici dei vari corsi “che tanto all’esame manca ancora un mese, cosa studio a fare ora”.

Ho avuto l’immensa fortuna di trovare alcuni coinquilini davvero eccezionali. Delle persone sconosciute che in pochi mesi sono diventate per me come dei fratelli. Hanno reso quello che era un appartamento spoglio, tutto bianco, con i più convenienti mobili disponibili all’Ikea, un posto degno di essere chiamato Casa. I litigi per le pulizie non se li risparmia nessuno studente fuori sede, questo sia chiaro! Ma se affrontati come una squadra, diventano tollerabili, e prima o poi si finisce per riderne assieme intorno a un tavolino di compensato sgangherato. Hanno vissuto con me anche due studenti Erasmus: un ragazzo della Germania e una ragazza della Romania. È stato davvero molto bello scontrarsi con culture differenti: abbiamo parlato di cucina, istruzione, politica, tradizioni. Mi hanno insegnato tante cose, dall’aprire bottiglie con altre bottiglie a preparare il cozonac, dolce tipico della Pasqua rumena.

Ma più di tutto, in questi ultimi mesi, ho imparato qual è il vero significato della famiglia. Vivere da soli è bello, entusiasmante, fino a che non ti rendi conto di quanto in realtà la tua famiglia ti coccolasse e ti aiutasse in ogni momento della giornata: dalla lavatrice da fare, al frigo da riempire, al sostegno morale del bacio della buonanotte.

Arriva una nostalgia pazzesca quando ti accorgi che alcune battutine e modi di fare fanno parte solo della tua famiglia, che il tuo lessico famigliare non ha più senso se non hai nessuno con cui usarlo. Dopo alcune giornate no, vorresti solo tornare a casa, tra le braccia dei tuoi, ma devi essere forte, per non farli preoccupare. Ho imparato a essergli più grata, per tutti i sacrifici che hanno fatto per me, e che continuano a fare per permettermi di studiare e inseguire i miei sogni. È stata bellissima la sera in cui li ho invitati a cena: ho cucinato per loro, lavato e preparato tutto. Un piccolo inizio per sdebitarmi. Ci siamo seduti a tavola e abbiamo parlato come se fossimo vecchi amici, e non genitori, responsabili e maturi, e figlia, giovane e irresponsabile.  All’improvviso ti rendi conto di non essere più la bimba di casa. Gli anni passano, le gerarchie si rompono e i ruoli si invertono.

Io mi sento davvero una Figlia del Mondo: il prossimo anno studierò in Germania, la magistrale è ancora un’incognita ma potrebbe essere ovunque, progetto mille viaggi e mille destinazioni; la mia voglia di conoscere, vedere paesi, piazze, gallerie d’arte, diventa di anno in anno sempre più forte.   Ma da questa esperienza ho imparato che non importa dove io sia, dove studi, quanto viaggi: l’unico posto dove vorrò sempre tornare sono le braccia della mia famiglia.

Studio filosofia all'Università di Padova. Adoro leggere, scrivere, viaggiare, Kant, ma solo due volte mi sono davvero innamorata: la prima, quando sono salita su un palcoscenico per il primo spettacolo e ho deciso che avrei trascorso la mia vita in un teatro; la seconda, quando ho messo piede al festival del cinema di Venezia. Amo lasciarmi emozionare e turbare da quello che vedo, amo cercare il senso delle cose, delle azioni, delle parole. Come diceva De Filippo: "Il Teatro (e il Cinema, aggiungo io) non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dar un senso alla vita".