La favola del talento
Dalla costanza nel lavoro all’invidia per il successo altrui
All’interno del pensiero comune è facile imbattersi nell’idea di talento, solitamente contrapposta a quella di lavoro: da una parte vi sono le persone talentose, in grado di pervenire a risultati ottimali in determinati campi, per usare un termine della sociologia bourdieusiana, e dall’altra coloro che lavorano o che si allenano con costanza ma che tuttavia, non essendo dotati, non riusciranno mai a raggiungere i medesimi risultati. Fine di questo scritto sarà smascherare la falsità dell’idea del talento in generale e conseguentemente mostrare l’insussistenza di questa contrapposizione con il lavoro.
La dialettica tra genio e lavoro
Per talento s’intende, almeno dal punto di vista del senso comune, una capacità naturale innata che permette a chi ne è dotato di ottenere risultati considerati straordinari in determinati campi d’azione. Da questo punto di vista l’idea di talento può essere appiattita, almeno parzialmente, sull’idea del genio, laddove si intenda per genio, quel talento proprio di uomo conferitogli dalla natura. Il talento o genio, dunque, è una capacità che o è presente o è assente dalla nascita e che determina il successo in determinati campi sociali.
In un certo senso, secondo tale convinzione vi sarebbe un radicale dualismo antropologico applicato ai diversi ambiti sociali: all’interno di ogni specifico campo, c’è chi ha un talento innato e chi ne è privo. Tuttavia, per essere precisi, secondo il senso comune non ci sono individui privi di talento in assoluto, ma, anzi, tutti nascono con almeno un talento, ma sono manchevoli di tutti gli altri. Di conseguenza alcuni individui sono naturalmente destinati ad eccellere in determinati contesti e altri in altri ancora, senza tuttavia avere la possibilità di eccellere allo stesso modo l’uno nel campo dell’altro.
L’assenza di un determinato talento, tuttavia, non porta in maniera inevitabile all’insuccesso nel campo ad esso corrisposto. Il talento, infatti, se assente, può essere sostituito dalla costanza del lavoro, dall’allenamento, dalla pratica e dallo sforzo. Questa può essere l’unica via per chi non sia dotato di un determinato talento per avere successo nel campo ad esso corrisposto, successo che tuttavia resta incommensurabile con quello di chi è naturalmente dotato.
D’altra parte il lavoro e l’allenamento comportano una fatica che non si riscontra nelle individualità geniali: infatti, se queste riescono ad eccellere spontaneamente, coloro che ne mancano sono costretti a faticare per riempire questa mancanza. Da qui, come anticipato, la contrapposizione tra la figura del genio e quella dell’uomo comune: c’è chi ha delle abilità straordinarie e chi non le ha; c’è chi è in grado di arrivare a determinati risultati e chi non è in grado e non lo sarà mai. In conclusione il talento risulta essere più determinante della costanza del lavoro, esso supera qualsiasi sforzo. Ciò che è innato supera lo sforzo costante.
Anche in filosofia ha avuto grande rilievo la distinzione tra il genio e l’individuo comune, specie nei pensieri dei filosofi tedeschi Friedrich Schelling e Arthur Schopenhauer: c’è chi è in grado di pervenire alla conoscenza dell’assoluto e chi non ne è in grado; c’è chi è in grado di creare belle opere d’arte e chi ne è incapace. Tuttavia, questa storia dell’idea del genio o, da una prospettiva più generale, dell’idea di talento, non trae origine nell’Ottocento ma ha avuto una lunga storia, basti pensare a Eraclito e alla distinzione tra “desti” e “dormienti”, per fare un esempio, o alla visione elitaria della filosofia espressa da Parmenide e successivamente anche da Platone.
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Alle origini e oltre il culto del genio
A fare da contraltare a questa lunga storia in maniera decisiva è stato senza dubbio Friedrich Nietzsche con Umano, troppo umano, dove offre una genealogia del concetto di genio, che, da questo punto di vista, può essere opportunamente applicata anche al concetto di talento. L’idea del genio, o l’idea di talento, è infatti un costrutto infondato, che si basa su alcuni bisogni tipici dell’essere umano. Esso non è dunque vero ma utile a vivere, per usare espressioni tipicamente nietzschiane. In particolare, secondo la genealogia nietzscheana, l’idea del genio troverebbe le sue origini nell’invidia per il successo altrui, ovvero nel bisogno umano di porre freno alla propria invidia per amor proprio.
Di fronte a un’opera geniale, per contemperare la propria invidia, gli individui ricondurrebbero quest’ultima a un presunto talento innato, irraggiungibile, riconducendo, dunque, l’opera geniale non all’attento e assiduo lavoro dell’artista, ma a qualcosa che egli si è, per così dire, “trovato in sé”. In tal modo gli individui creano l’idea del genio, riconducendo tutto ciò che non riuscirebbero a fare, a causa della loro mancanza di volontà, a un presunto talento naturale irraggiungibile.
Nietzsche, dunque, decostruisce l’idea del genio, mostrandone le origini legate al sentimento di invidia nei confronti di determinati individui. Dice, a proposito di questo, nel paragrafo §162 di Umano, troppo umano: “Poiché pensiamo bene di noi, ma non ci aspettiamo affatto da noi di poter mai fare lo schizzo di un quadro di Raffaello o di scrivere una scena come quella di un dramma shakespeariano, ci persuadiamo che la capacità di fare ciò sia cosa immensamente meravigliosa, un caso rarissimo, oppure, se sentiamo ancora religiosamente, una grazia dall’alto. Così la nostra vanità, il nostro amor proprio favoriscono il culto del genio; perché, solo quando è pensato lontanissimo da noi, come un miraculum, il genio non ferisce […]. Ogni attività dell’uomo è complicata fino a sbalordire, non solo quella del genio: ma nessuna è un «miracolo». […]. Dire qualcosa «divino» significa: «qui non abbiamo bisogno di gareggiare»”.
Da questo punto di vista Nietzsche ammonisce tutti coloro che ritengono che negli oratori, negli artisti e nei filosofi ci sia genio, e rivendica contro questa “favola del talento”, l’idea che tutto abbia una sua genesi, un divenire alle sue spalle, ovvero che il talento, se si può usare ancora questo termine, non è qualcosa di innato, bensì un prodotto del lavoro del singolo individuo, della sua esperienza e della pratica costante, e, se si vuole, accennando a temi che si ritrovano nel sociologo francese Pierre Bourdieu, un prodotto determinato da diverse forme di capitale:, quello economico, quello sociale e quello culturale.
Ecco, dunque, che viene smascherato questo culto del genio, ricondotto ai bisogni più intimi dell’uomo, e spiegato il dualismo antropologico sulla base della diversa distribuzione presso gli individui delle diverse forme di capitale. Si può dire, insieme a Nietzsche, rimproverando tutti coloro che si sono fatti portatori di questa ideologia:
Non parlate di doni naturali, di talenti innati! Si possono nominare grandi uomini di ogni specie, che furono poco dotati. Ma essi acquistarono grandezza, divennero geni (come si dice), con qualità della cui mancanza non parla volentieri nessuno che ne sia consapevole.
A cura di: Simone Poreni, The Philosopher Times.
Immagine di copertina: Etienne Girardet da Unsplash.





