Dieci minuti per dirci addio
Ojiichan in giapponese significa “nonno”. Qui sono abbozzati gli ultimi minuti passati assieme al mio Ojiichan, racchiusi in un addio incerto, frettoloso ma pieno d’affetto.
Lo sveglio alle 5:30, come avevo scritto sull’agenda. Dieci minuti per salutarlo e poi scomparirò per le strade ancora buie di Osaka, verso la stazione di Shin-Imamiya, da dove avrei preso il treno per l’aeroporto.
Solitamente, Ojiichan non lo sveglio. Dice che alzarsi all’improvviso faccia male e gli faccia venire il mal di testa.
Così, quella mattina procedo a fare le mie cose, a chiudere la valigia e a mangiare un boccone al volo, esagerando i movimenti e facendo rumore, lasciandogli il tempo di svegliarsi piano piano, da solo.
Gli appoggio la mano sulla spalla, e delicatamente gli sussurro “Ojiichaaan, Ooojiichan”. Qualche secondo buono e apre gli occhi, realizzando subito che fosse l’ora di salutarsi.
“Stai uscendo?” Esce dal letto e va in bagno a sciacquarsi il viso. “Potevo accompagnarti, potevi svegliarmi prima…”
“No Ojiichan non ti preoccupare, vado da sola alla stazione.”
“Ti accompagno almeno fino a sotto.”
Scompare di nuovo e, quando mi giro, ha una camicia sopra il pigiama. I bottoni sono tutti spaiati, il primo è chiuso col terzo, lasciando un lato del colletto ciondolare. Intanto, i minuti corrono e inizio a realizzare che sono gli ultimi assieme a lui. Ho un po’ di ansia, fretta di andare alla stazione, paura di perdere il treno.
“Hai giá comprato il biglietto dell’aereo?”
“Sì, Ojiichan.”
“Ti accompagno giú!” Indossa ancora i pantaloni con cui aveva dormito, lui che non scenderebbe manco spettinato. Lui che nonostante gli ottantotto anni ci tiene a curarsi e a presentarsi ordinato, anche solo per scendere al kombini per comprare il latte.
“Non puoi prendere l’aereo dopo?”, mi chiede, ingenuamente. Mi fa tenerezza e vorrei dirgli che lo perderei volentieri.
“No Ojiichan, non posso.”
Scendiamo con l’ascensore e lasciamo alle spalle la porta automatica dell’ingresso. Lo rassicuro che sarei tornata l’anno dopo.
“Ciao Ojiichan.”
“Ciao Sarachan, stai attenta!”
Faccio qualche passo e mi giro, vedo il suo viso affacciato al muro del palazzo, come se mi stesse spiando, cercando di trattenere la mia immagine a lui per qualche secondo in più. Mi seguiva con lo sguardo, come se volesse ritirarmi indietro da lui.
Ormai troppo lontana, non riconosco piú i suoi lineamenti del viso, appannati dal buio. Lo saluto con la mano e mi ricambia. Ed è in quel momento che scoppio in lacrime.
Ormai non lo vedo più. Mi continuo a girare indietro e domandarmi se avrei mai rivisto questa strada, che ora mi sa un po’ di casa.

Ojiichan significa nonno in giapponese. Il mio Ojiichan vive a Osaka, in Giappone, a 14.000 km di distanza da me e la mia famiglia.
Sono nata da madre giapponese e padre italiano; in Italia, da bambina, mi sono sempre sentita a metà: metà italiana, metà giapponese. Anche in Giappone, i bambini misti vengono chiamati hafu, half in inglese. Questa accezione dà l’idea di una persona non completa, a cui manchi un pezzo. E no, non ho trovato la mia completezza in Giappone. Anche lì mi sento metà.
Ho vissuto la famiglia in modo diverso rispetto a molti miei amici italiani. Non sono andata a visitare i miei nonni tante volte, non ho mai passato le domeniche a pranzo tutti insieme e loro non c’erano a festeggiare i miei compleanni, ma aspettavano sempre le foto per vedere come io e mio fratello stessimo crescendo. Grazie a questo, però, ho avuto diversi nonni nella mia vita. Tante persone hanno fatto parte della mia infanzia, facendomi sentire una nipote. Ma nessuno di loro mi somigliava. Non avevamo lo stesso sangue, nè cognome e nè dialetto. Quando vedo mio nonno, invece, vedo che un pochino ci somigliamo, che ci piace mangiare le stesse cose e che nei miei documenti giapponesi c’è il suo cognome accanto al mio nome. Lì, mi sento doppia.
Immagine di copertina tratta da Tokyo Times
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