Lockdown e retaggio: liberi tutti?

Abbiamo trovato il tempo di fare tante cose, così tante che alla fine del tempo non sapevamo più che farcene.

Il lockdown volge al termine e così anche la clausura forzata. Andando a tirare le somme questa quarantena ha tirato fuori il meglio e il peggio di noi.

Durante questi due mesi abbiamo visto di tutto e di più: i reparti di pasta di tutta Italia vuoti con le sole penne lisce rimaste abbandonate in un angolo (internet, però, è pieno di ricette con le penne lisce), lievito così raro da trovare che gli spacciatori hanno pensato di cambiare merce, amuchina e mascherine esaurite con conseguente movimento pionieristico di piccoli chimici che si sono messi a creare gel disinfettante fai-da-te e mascherine con la carta forno.

Capi di stato con brillanti idee quali contagiare l’intera popolazione col virus per stimolare l’immunità di gregge, o che il virus sia stata una risposta di Dio contro l’omosessualità e poi vedere gli stessi capi esserne contagiati. Nel frattempo la regina Elisabetta, nuovo meme sovrano dei social, se ne sta appollaiata sul suo comodo trono, in barba alla danza del becchino.

In questi mesi c’è chi ha fatto la pasta in casa, la pizza, il pane, torte, dolci; tutti a postare foto sui social all’inizio e poi silenzio totale… E le ipotesi sono due: o gli è arrivata la bolletta o sono saliti sulla bilancia.

C’è chi ha rispettato la quarantena per preservare la propria e altrui salute e chi invece è uscito lo stesso. Chi ha fatto cose e chi ha visto gente. Non è mancato chi ha lucrato sulle mascherine e sul disinfettante, chi se ne è lamentato dicendo: “Non è giusto, il coronavirus non è colpa nostra, le mascherine sono un bene di prima necessità, non potete lucrarci sopra” e non sono mancate all’appello, e giustamente anche, le donne che hanno detto: “Ah tesò, benvenuto nel club, e noi che dovemo dì co’ gli assorbenti?”.

Abbiamo trovato il tempo di fare tante cose, così tante che alla fine del tempo non sapevamo più che farcene. Maratone su Netflix e Disney Plus, leggere dalla biblioteca di casa fino ai bugiardini dei farmaci, contare le piastrelle dei balconi, fare giochi da tavola, stare con i parenti o sognare di evadere e non poterlo fare, come è capitato a molte donne segregate dai propri carcerieri.

E poi videochiamate con gli amici, rivolgersi ai medici e infermieri chiamandoli “eroi” sui social e poi andargli contro al supermercato quando chiedono di passare prima loro perché hanno una breve pausa e devono immediatamente tornare in ospedale a salvare la vita dei nostri cari. Condomini dire a un loro vicino di casa infermiere “Bastardo vattene, col tuo lavoro ci infetterai tutti”.

Persone che hanno perso i loro cari e non hanno nemmeno potuto dare l’ultimo saluto. Fosse comuni. Corpi privi di vita infetti per le strade dati alle fiamme. L’uomo che diventa pezzo di carne privato della dignità, privato dell’ultima manifestazione di affetto.

L’uomo a casa e la natura che ripopola il mondo, spingendosi fin dentro le città.

Mascherine e guanti di plastica per le strade e nel mare, a simboleggiare che non abbiamo capito niente, come al solito.

E l’economia che va giù e giù e ancora più giù. Un generale malcontento che coinvolge tutti i cittadini che adesso stanno appiccicati al telefono per cercare di smontare, grazie a degli sportelli di ascolto gratuito, la depressione e l’ansia che non li fa dormire.

E nel frattempo chiederci “Chi sono i congiunti?”, “Sono i parenti”,“No, sono gli affetti stabili”, “Allora anche gli amici”, “No, ti ho detto solo i parenti”, “Ma i congiunti sono anche gli affetti stabili, tra cui amici, fidanzata e il mio bro” ;“Il mio affetto stabile è il mare”, “Tutti al mare allora”,“Sì, scendiamo in piazza a manifestare e festeggiare la fine del Covid-19”,“Liberi tutti”.

Ci siamo esibiti dai balconi con i flashmob, canzoni di ogni genere. Avremmo potuto essere il villaggio turistico più grande del mondo. Tra una fetta di pizza, una lezione online e un’edizione speciale sul coronavirus ci siamo chiesti come sia stato possibile passare da Sanremo, con Morgan che chiede dov’è Bugo, a maggio senza mano rendercene conto, appendendo bandiere arcobaleno con su scritto “Andrà tutto bene”.

Ma siamo sicuri che andrà tutto bene? Forse suona più come la falsa promessa di nostra madre che, dopo una monelleria, si avvicinava cautamente a noi con dietro una ciabatta dicendo “Vieni qua, non ti faccio niente”.

Sì, perché andrà tutto bene solo se noi faremo qualcosa per cambiare. Il coronavirus è stato solo un avvertimento da parte della Terra, è stato un anticorpo contro noi che siamo il vero virus. Ci siamo preoccupati fin dall’inizio del covid-19, senza pensare al disastro ambientale che incalza sempre di più. Facciamo meno foto da mettere sui social e più raccolta differenziata, perché alla fine dei conti non basterà aprire le chiese e andare a pregare affinché vada tutto bene.

Immagine di copertina: photo by Evgeni Tcherkasski on Unsplash

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Sono una persona semplice, vado dove mi porta l'istinto. Credo nel sarcasmo e nell'ironia, ma anche nella bellezza della luce filtrata da una serranda, nel tramonto in riva al mare, nella risata che ti toglie il fiato. Credo in un mondo che ci fa sentire scardinati e perennemente in bilico, ma ogni tanto, se abbiamo fortuna, possiamo sentirci nel posto giusto al momento giusto. Della vita ho capito solo una cosa: che non ho capito niente.

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