Il latino ed il greco non salveranno l’istruzione italiana

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Si ripete costantemente che il problema italiano è sopratutto culturale. Ma quando diciamo cultura, di quale cultura si parla? Lo studio del latino e del greco antico, osannato da molti, potrebbe essere non la soluzione ma parte di quello stesso problema culturale.

Non sopporto i pragmatici del bello. Non riesco a essergli indifferente. Tutti ne conosciamo qualcuno o lo abbiamo conosciuto; magari qualche volta abbiamo anche noi assunto queste sembianze. Questi pragmatici del bello sono coloro che davanti al tuo sguardo rapito da Guernica di Picasso, si avvicinano con passo lento e preciso, ti piombano davanti lo sguardo per chiederti: Come mai ti piace? Cosa ci trovi di bello?  

No. No. No. Al bello non bisogna trovare spiegazione, non bisogna dare funzione, scopo o missione. Non si può tenere sentimento o emozione in ostaggio di quella stortura post-moderna – ma neanche troppo- che è il funzionalismo sfegatato e la ricerca ultima di un senso. 

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Ho sempre amato la letteratura perché la considero lo specchio più rifrangente della bellezza delle storie, di quelle storie che ti rapiscono, ti portano in uno spazio e tempo nuovi, che ti danno la possibilità di vivere infinite vite, di diventare Ettore, Odisseo, Enea, Riccardo III, Don Chisciotte, L’innominato, Leopold Bloom, Mattia Pascal. All’università ho scelto una facoltà umanistica, rimanendo fedele alle mie passioni più antiche, cioè la storia e la filosofia; passione, la prima, che ho fin da bambino, mentre la seconda ho imparato ad apprezzarla e amarla al liceo. Per questo, forse, sembra ancora più strano, da parte mia fare, il discorso che qui sotto mi appresto a trascrivere.

Ebbene sì, perché nonostante queste doverose premesse, io sono uno dei tanti – che quando ne discutono, sempre soli contro tutti si ritrovano- convinto del fatto che la scuola italiana debba smettere di fare studiare Latino e Greco Antico. Perlomeno come vengono insegnati oggi.

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Quando si inizia questo discorso, in qualsiasi consesso ci si possa venire a trovare, le posizioni diventano manichee e radicalizzate. E si può ben capire il perché: il latino ed il greco hanno preso tante ore dell’adolescenza di molti, ed è normale che in età adulta si guardi a quel periodo con nostalgia e malinconia, come ad un’età d’oro da proteggere e preservare da chiunque voglia metterla in dubbio. Digitando le parole “Latino, Greco” sul motore di ricerca, si trovano unicamente articoli di questo tipo: “Perché a scuola si dovrebbe ancora studiare il latino”, “Ecco perché il greco è importante e va studiato” o “Come la cultura classica salverà la nostra istruzione”. Tutte apologie del greco e del latino che partono dalla concezione che criticavo all’inizio dell’articolo, tutte impegnate nello sforzo erculeo di trovare una funzionalità a queste due lingue. Leggendo molti di questi articoli ho notato che ripetono, bene o male, le stesse cose; prendendone  uno qualsiasi posso vedere le argomentazioni poste a difesa dell’utilità dell’insegnamento delle lingue di Omero e Cicerone:

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  • Aiuta a comprendere bene la realtà – Cos’è la realtà? Di quale realtà sta parlando chi scrive? Per intendere ciò di cui discutiamo è necessario avere il più chiaro possibile le definizioni delle parole che usiamo, e non credo che in questo caso sia semplice. La realtà è molto complessa, ancora più oggi che ieri. In un mondo in cui la globalizzazione ed il sistema economico stanno scontrandosi con le realtà socio-culturali che tendono a perpetuarsi ed a resistere alle “novità”, vogliamo veramente sostenere che lo studio di due lingue non più parlate possa risultare di aiuto alla comprensione del mondo attuale?

    È un’estrema forzatura logica credere che le analogie tra mondo antico e contemporaneo – che indubbiamente vi sono- possano essere una bussola in grado di orientare i cittadini del futuro; come ben sanno gli storici, che avversano l’uso/abuso delle analogie tra i vari periodi. Se si volesse veramente aiutare i liceali a comprendere meglio la realtà si potrebbero usare le ore dedicate al Latino ed al Greco per insegnare seriamente -e quindi non come solitamente viene fatto- materie come il diritto e l’economia, essenziali per un’educazione che voglia aiutare a entrare nel mondo e non ad alienarvisi. Chissà se in questo modo si potrebbe investire su un’istruzione che ci eviti scene di risparmiatori che hanno perso tutto in investimenti evidentemente rischiosi, movimenti politici o para-politici con proposte irrealizzabili, e tutte quelle storture frutto di una visione non realistica e “non istruita” al mondo odierno.
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  • Sviluppa la logica – Ogni lingua ha delle regole e delle strutture collegate tra loro tramite consequenzialità logiche. Questa “logica” è presente nell’italiano come nello swahili, diverse da lingua a lingua ovviamente, ma tutte allenano la capacità di ciascuno di pensare. Alla luce di questo, le pretese pre-chomskyane di chi continua a ripetere che il latino ed il greco antico abbiano una marcia in più sulle altre lingue in virtù della logica intrinseca a quest’ultime, sono sempre più infondate. Sostenere che chi ha frequentato licei senza latino e greco, istituti tecnici o professionali non abbia una logica sviluppata tanto quanto chi ha frequentato il liceo classico o scientifico, è irrazionale sotto tutti i punti di vista. La logica si sviluppa anche tramite il ragionamento matematico-scientifico (di cui questo paese è enormemente deficitario), migliorabile tramite materie come programmazione, analisi matematica e filosofia; materie, quest’ultime, che saranno chiave per i lavori del domani, da potenziare in tutti gli istituti, soprattutto nei licei classici e scientifici.
  • Aiuta a conoscere le proprie radici –La letteratura è l’unica parte del latino e del greco che manterrei se si dovesse veramente riformarne lo studio. Se è vero che i sentimenti, le ansie e le paure espresse dagli autori antichi sono come le nostre, può ancora essere illuminante leggerne le opere. Tuttavia, invece di fare qualsiasi cosa sia stata scritta in latino dal 753 a.C. in avanti, si potrebbe razionalizzare il tutto facendo un programma condiviso per tutti i licei, andando così ad appianare la differenza tra liceo classico e scientifico, differenza che con il passare degli anni diventa sempre meno rilevante.
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  • Illumina il linguaggio e le parole – Secondo l’ultimo Test OCSE-PISA solo un ragazzo su quattro riesce a comprendere il significato di un testo di media lunghezza. Di fronte a questa situazione, gravissima, in cui l’italiano sta sempre più diventando una lingua straniera per gli studenti in Italia, il nocciolo dell’intervento dovrebbe essere proprio la didattica dell’italiano, sempre più bistrattata dai programmi irrealizzabili del ministero con aberrazioni come la scomparsa graduale dello studio dell’analisi logica. Il latino darà senz’altro nuovo senso alle parole che già si conoscono, ma quando un ragazzo non sa distinguere il soggetto reale in una frase di media complessità, dovremmo insegnare più analisi logica o perifrastica passiva e declinazione di rosa-ae?
  • Permette di conoscere i grandi autori del passato – Questo è il punto che mi sta più a cuore chiarire. Ho cercato di “mettere le mani avanti” con l’introduzione di questo articolo, perché non c’è niente che mi dia più fastidio che sentire gente che pontifica sull’importanza del conoscere gli antichi per conoscere il presente, guardandomi come un cinico senza cuore né spirito. L’amore per i classici ha segnato i miei studi ed il mio sviluppo culturale, ed in virtù di questa passione che dico con convinzione che non si può conquistare l’amore di uno studente con 4 ore obbligatorie con la testa china sul banco.

    Sarà la propria casa, il parco pubblico, la spiaggia o dovunque si passi il proprio tempo libero, il luogo dove nascerà la passione per il testo classico, per i libri, i romanzi e così via. Se non si legge il De Brevitate Vitae, lo studente non potrà fare esperienza della finezza e bellezza del pensiero di Seneca, ciononostante non credo che la sua vita sarà compromessa dal non averlo letto prima dei 18 anni, lo potrà recuperare agevolmente se ne avrà l’intenzione. Stesso discorso non si può fare con materie essenziali per il mondo di oggi come l’informatica, l’inglese, la matematica e le scienze; lo dico con un certo pentimento, non avendole approfondite durante il liceo, con la costrizione oggi di doverle recuperare con più difficoltà.
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Inutile dare una funzionalità al latino ed al greco antico. Invece di giustificarne l’insegnamento, li si riduce a meri “strumenti per”, non puntando sulla bellezza di queste due lingue tanto antiche e particolari quanto accattivanti. Ci sono due libri scritti da Nicolò Gardini e Andrea Marcolongo, rispettivamente latinista e grecista, che si intitolano “Viva il Latino. Storia e bellezza di una lingua inutile” e “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco”; due libri che sviscerano le lingue degli antichi rendendone palese l’eleganza, l’armonia e l’inutilità (caratteristica quest’ultima che, come spiegato, non toglie alcunché alla loro bellezza).

Il problema risulta essere quindi che cosa debba insegnare la scuola e quale sia la funzione di questa all’interno della società. Si inizierà sicuramente a sciorinare quella retorica sterile che non può venir meno quando si parla della scuola, con tante frasi fatte e messe lì per fare intendere quanto ci stia a cuore l’istruzione. Io ho una mia personale visione, abbastanza pragmatica a dire il vero, secondo cui la scuola non deve essere fine a sé stessa; le ore passate dagli studenti a scuola devono essere ore in cui si impara proprio a vivere fuori da quell’edificio. Se la scuola gentiliana partiva dal presupposto che a 18 anni il liceale avrebbe dovuto avere un panorama completo della cultura -beninteso classica e non scientifica-, possiamo dire che sono passati ben 90 anni dalla riforma Gentile e che questo paese ha un grande problema culturale derivante proprio dall’impostazione di quella riforma.

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Pretendere oggigiorno che si esca dalla scuola con tutto lo scibile umano in testa è una pazzia e una stortura tutta italiana, come italiana è una concezione della cultura che esclude le scienze dal suo alveo. Se una persona non conosce il nome del sacerdote dei promessi sposi viene visto come ignorante o tutt’al più poco colto; se una persona non conosce il metodo di risoluzione di un sistema lineare di equazioni a due variabili, non verrà mai definito ignorante o poco colto. Nonostante le due risposte siano ugualmente molto semplici, la cultura classica fa da padrone e viene posta ad un livello maggiore rispetto alla cultura scientifica.

Abolire o ridimensionare il latino ed il greco nei licei non è qualcosa che si fa dall’oggi al domani, perché impone un dibattito nazionale prima ancora che politico; un dibattito dove si guardi in faccia la realtà di un sistema Italia in declino, e dove si vadano a scandagliare le ragioni profonde del nostro essere fanalino di coda nelle classifiche globali. Non sarà facile perché ci vorrà autocritica, razionalità e realismo. Saremo capaci quantomeno di iniziarlo?

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Palermitano, classe 2000 (la famigerata). Studio storia e filosofia all'università, ma il campo accademico che più mi appassiona è la filosofia della storia (bel gioco di parole, ma è tutto vero). Cerco di reprimere l'indole eclettica ed enciclopedica che mi porta in mille direzioni diverse contemporaneamente, con scarsi risultati ad oggi. Sono convinto che la scrittura ed il linguaggio non possano mai rendere la complessità del pensiero, motivo per cui non ho risposte semplici e non pretendo di trovarle.

2 Comments

  1. Caro Marco, sicuramente ti arriveranno molte critiche, ma saranno utili a sviluppare confronti costruttivi per riflettere tutti. Per migliorare la scuola ed il mondo del lavoro, occorre sempre un nuovo punto di vista, su quanto fatto e soprattutto su ciò che bisogna fare oggi. Un abbraccio.

  2. Grazie per il bel commento. La riflessione è quella che volevo imcentivare, quindi il fatto che se ne parli – positivamente o meno – è già una soddisfazione.

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