The Sum Of Our Parts: La Storia Dei Pink Floyd, Parte IV

L’ultima grande opera dei Pink Floyd, un doppio album che ha assunto le forme più disparate: disco, concerto, film e colonna sonora

È dal 1973 che i Pink Floyd si trovano costantemente sulla cresta dell’onda, inanellando una serie di successi clamorosi ed epocali che li hanno resi una delle più grandi band rock della storia e portati ad esibirsi in posti sempre più grandi e affollati. Alla fine del decennio, come risultato di quanto descritto nei precedenti articoli, i rapporti tra i vari membri erano ormai logori, per cui quelli che ci si accinge a raccontare qui sono gli ultimi anni d’oro dei Pink Floyd e della sua formazione storica. Manca, tuttavia, ancora un ultimo tassello prima che la magia finisca, un ultimo disco memorabile per consegnarsi alla storia: The Wall. 

THE WALL: 1978-1983

Montréal, 1977. Ultima data del tour In The Flesh (ritroveremo più avanti questo nome) a supporto del disco Animals, che vede i Pink Floyd a pezzi, dilaniati da liti interne, pressioni esterne e uno status da rockstar che li costringe ad esibirsi continuamente in immense arene, affollate e rumorose. In questi contesti spesso la musica passa in secondo piano, cosa che solitamente non rende molto felici gli artisti. Diciamo, però, che in quell’ultima data Roger Waters si lascia un po’ sfuggire le cose di mano: trovandosi di fronte, nelle prime file, un fan intenzionato solamente a bere e fare casino, al termine di una serie di nervose richieste di calmarsi, Waters ben decise di avvicinarsi alle transenne e di sputargli addosso. 

Quel concerto finirà in modo molto triste, con un blues improvvisato come bis nel quale Gilmour addirittura si rifiuta di suonare, ma la riflessione e il tormento interiore di Waters per quanto accaduto erano già iniziati e avrebbero portato ad un periodo di intensa scrittura.

Mettendo a fuoco questo rapporto di alienazione che si era sviluppato tra lui e il suo pubblico, arrivò a completare ben due progetti sul tema, che sottopose all’attenzione della band: indipendentemente dalla loro scelta, uno sarebbe diventato il successivo disco dei Pink Floyd, l’altro il primo disco solista del bassista e cantante Roger Waters. Alla fine, il gruppo optò per la storia di una rockstar in preda ad una profonda crisi personale (e per questo più vicina al vissuto di ciascun membro), The Wall, mentre il resoconto di un sogno compiuto da un uomo durante una notte a letto con sua moglie diventerà The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

A quella scelta fecero seguito intense sedute di registrazione, che si protrassero per più di un anno tra Inghilterra e Stati Uniti e che portarono ben presto Roger Waters, indiscutibilmente al comando delle operazioni, a comprendere che il pieno sviluppo del suo concept album avrebbe comportato la realizzazione di un disco doppio. Inoltre, in quei mesi iniziò concretamente ad emergere che, al bassista, i Pink Floyd non bastavano più. Ne è la dimostrazione il fatto che per completare i brani furono coinvolti numerosi musicisti esterni, che vanno da Jeff Porcaro dei Toto per la batteria a Lee Ritenour per la chitarra, passando per gli arrangiamenti orchestrali di Bob Ezrin e i cori di Bruce Johnston dei Beach Boys.

A proposito di voci: forse la trovata più magniloquente architettata per il disco è stata il ricorso a un’intera classe della Islington High School per l’esecuzione di Another Brick In The Wall, Part 2.

Proprio questa canzone sarà selezionata come singolo apri pista dell’album, portando i Pink Floyd a pubblicarne uno per la prima volta dal 1968. Il brano fu un successo di classifica straordinario e riportò la band al centro dell’attenzione mondiale, spianando la strada per il tanto atteso arrivo nei negozi di The Wall, undicesimo album in studio per la band, avvenuto il 30 novembre 1979. Ancora una volta, prima della musica a fare la differenza nei negozi di dischi è stata la copertina: se le precedenti avevano stupito per fantasia ed inventiva, questa si presenta in modo molto minimale con il disegno di una distesa di mattoncini bianchi con fughe nere.

Ma esattamente, nell’arco delle sue 26 canzoni, questa grande opera rock di cosa parla?

L’album si concentra sulla storia di Pink, rockstar presentata, all’inizio del primo disco, all’apice del suo successo (In The Flesh), ma sull’orlo di una profonda crisi che lo porterà ad isolarsi da tutto il mondo che lo circonda. Infatti, fin dalla sua nascita (The Thin Ice), il ragazzo ha dovuto affrontare una serie di traumi che ne hanno fortemente segnato l’esistenza: la morte del padre durante la Seconda Guerra Mondiale (Another Brick In The Wall, Part 1 – qui il riferimento autobiografico di Waters alla sua vicenda personale è più evidente che mai), un’educazione eccessivamente severa impartita da maestri reduci di guerra (The Happiest Days Of Our Lives e Another Brick In The Wall, Part 2) e la crescita sotto una madre iperprotettiva (Mother).

Finiti gli anni dell’innocenza (Goodbye Blue Sky), anche l’età adulta non promette nulla di buono. Segue, infatti, il tradimento da parte della moglie, causato dalla totale assenza di Pink nella sua vita, dovuta a sua volta dal suo mestiere, che lo vuole costantemente in tournée in giro per il mondo. Inizialmente egli prova a reagire buttandosi nei piaceri della vita da rockstar (Young Lust), ma ormai la schizofrenia sta prendendo il sopravvento (One Of My Turns e Don’t Leave Me Now), conducendolo sempre più verso l’alienazione (Another Brick In The Wall, Part 3 e Goodbye Cruel World).

Nella seconda parte, si assiste inermi all’isolamento e all’incomunicabilità che affliggono Pink (Hey You e Is There Anybody Out There?), chiuso nella sua stanza d’albergo in balia di continue reminiscenze del suo passato e allucinazioni (Nobody Home, Vera e Bring The Boys Back Home). Lo spettacolo, tuttavia, deve andare avanti e i suoi manager vanno a cercarlo insieme a un dottore per rimetterlo in piedi e farlo tornare sul palco (Comfortably Numb, che contiene uno degli assoli di chitarra più belli e memorabili della storia della musica).

La puntura effettuata inizia ad agire, ma con evidenti effetti allucinogeni: quando è in scena, Pink si percepisce al comando di parate filo-naziste (In The Flesh?) con tanto di rappresaglie (Run Like Hell) e marce per le strade di Londra (Waiting For The Worms). Improvvisamente, all’apice di questo delirio di onnipotenza, l’effetto svanisce e Pink implora disperatamente la fine di tutto ciò che gli sta accadendo intorno (Stop).

È il momento dell’atto finale: al termine di un lungo processo (The Trial), avvenuto nella mente del protagonista, Pink viene condannato a tornare a vivere insieme ai suoi simili come pena da scontare per la sua alienazione. Il muro viene abbattuto e lui ne torna al di fuori (Outside The Wall). Cosa accade dopo non è dato sapere, dal momento che il disco termina qui, ma il fatto che le ultime note dell’album – che si interrompono bruscamente – si ricolleghino a quelle iniziali della prima traccia lascia intuire che questa serie di eventi continuerà a ripetersi ciclicamente.

Roger Waters per questo progetto aveva previsto tre atti: un disco, un tour e un film. I concerti del biennio 1980-81 furono pochissimi e toccarono appena 4 città: Los Angeles, Uniondale, Londra e Dortmund. La ragione risiede tutta nella natura dello spettacolo: ogni sera un enorme muro squarciato accoglieva gli spettatori e durante la serata, che prevedeva sempre e solamente l’esecuzione integrale del nuovo album, una crew si occupava della sua costruzione. A metà esibizione la band si ritrovava letteralmente nascosta dietro il muro, usato a quel punto come schermo per una serie di proiezioni animate funzionali alla narrazione, e il gran finale dei concerti coincideva con il suo trionfale abbattimento. Come se non fosse abbastanza, la scenografia prevedeva anche costumi di scena, maschere, burattini giganti dei vari personaggi dell’opera, oltre a una mole incalcolabile di luci. 

Per rendere fedelmente l’opera, i musicisti sul palco raggiungevano la decina, ma i membri ufficiali della band erano solo tre: Gilmour, Mason e Waters, mentre Wright – licenziato da quest’ultimo – figurava come turnista. Durante le registrazioni dell’album le liti tra i due si erano fatte sempre più accese, fino a giungere alle estreme conseguenze. L’espulsione dal gruppo è sottolineata anche dalla sua assenza alla presentazione del film Pink Floyd The Wall al Festival di Cannes del 1982 come film fuori concorso.

È tutto vero: i Pink Floyd hanno osato presentare un lungometraggio in uno dei festival cinematografici più rinomati e questo la dice lunga sull’importanza che questo progetto rappresentava per loro, specialmente Waters.

Bob Geldof

Il film è stato diretto da Alan Parker, reduce dai successi di Midnight Express e Fame, e vede come protagonista Bob Geldof, cantante passato alla storia per avere organizzato lo straordinario evento del Live Aid nel 1985, nei panni di Pink. La pellicola può essere vista come un lungo videoclip, in cui i brani dell’album scorrono uno dietro l’altro, accompagnati da una rappresentazione visiva di quanto accade nei testi: eccezion fatta per alcune sequenze recitate, il contributo dell’artista irlandese è stato soprattutto quello di reinterpretare vocalmente le canzoni del disco. Ciò che rende speciale l’opera è la frequente alternanza tra le scene girate dal regista e sezioni interamente animate, basate sulle iconiche illustrazioni dei personaggi della storia realizzate da Gerald Scarfe, che trasmettono in modo ancora più efficace il contrasto tra ciò che accade nella realtà e ciò che avviene nella mente del protagonista.

A dire il vero, Roger Waters per la sua opera magna aveva previsto anche una quarta tappa, ovvero la pubblicazione della colonna sonora del film, dal momento che nella pellicola quasi tutti i brani di The Wall erano stati adornati di nuovi arrangiamenti. Questo progetto prevedeva anche l’inserimento di nuove composizioni, che avrebbero arricchito la narrazione del disco originale.

Tuttavia il 2 aprile 1982, l’invasione da parte delll’Argentina delle Isole Falkland, territorio facente parte dell’impero coloniale britannico, scompigliò i piani.

Lo scoppio di questo conflitto toccò nel profondo Waters, che lo percepì come un oltraggio a tutti gli inglesi che avevano perso la vita durante la Seconda Guerra Mondiale (e in particolare, suo padre). Egli mandò all’aria tutti i programmi e, utilizzando le idee musicali scartate da The Wall e destinate al disco della colonna sonora, scrisse di sana pianta un nuovo disco: The Final Cut. Uscito nel 1983, l’album è caratterizzato da brani cupi, a cavallo tra rabbia e tristezza, con testi spiccatamente antimilitaristici, e si potrebbe quasi definire un lavoro solista del cantante e bassista. Come recitano le note di copertina: “Scritto da Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd”.

Alla pubblicazione non fecero seguito eventi promozionali, né tantomeno tour, e il disco sancì di fatto la fine della band: David Gilmour ne aveva abbastanza di lavorare con Waters, visto da lui come un despota che ormai considerava i Pink Floyd una creatura al servizio delle proprie idee, e la gestione di quest’ultimo progetto fu solo la goccia che fece traboccare il vaso. Non ci furono annunci ufficiali di uno scioglimento, ma semplicemente ognuno dei membri iniziò a dedicarsi alla carriera solista. Dopo un decennio sulla cresta dell’onda del successo e dell’innovazione, che li rese immediatamente uno dei gruppi più influenti della storia della musica, i Pink Floyd fanno un’uscita di scena silenziosa, come gli si addice.

Quindi la storia finisce qui? Assolutamente no, perché la frattura si consumò solo tra le due menti creative Waters e Gilmour. Quest’ultimo però non dimenticò mai gli altri due compagni e ben presto, nel corso degli anni Ottanta, avvertirà il bisogno di tornare a creare nuova musica con loro.

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Studente di Linguaggi dei media ed inguaribile nostalgico del rock dei decenni passati. Ascolto sempre tanta musica e di generi sempre diversi per espandere le mie conoscenze. Nel tempo libero suono anche la chitarra e stilo classifiche. (@luca_gilmour70)

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