Punk 77(7): fare musica ribelle oggi è troppo facile
«Non è gradito ciò che fai / Non hai quattrini / E quindi non hai potere / Ti considerano inutile e perciò sei punk»
È il 1977 e al Rainbow Theatre a Londra quattro pallidi ed esili ragazzi poco più che ventenni si esibiscono nel brano White Riot con sradicamento delle sedie dal pavimento e conseguente lancio sul palco. Loro sono i The Clash e questo è il punk
Parliamo di un movimento generato dalla forte crisi politica, economica e di valori del tempo. Dove la morale imponeva rigore, un bel vestito ed una cravatta al collo il punk sfoggiava t-shirt a maniche corte, giubbotti di pelle e borchie. L’incapacità della classe politica inglese di reagire di fronte all’aumento dell’inflazione e la crisi petrolifera degli anni ‘70 generò una irreparabile frattura con i sindacati della classe operaia che incanalò in segno di protesta e ribellione tutta la sua disillusione sotto forma di musica, dando vita ad un vero movimento generazionale.

Il motore che ha unito giovani e non solo sotto il nome di punk era quello di sentirsi parte di qualcosa, di star scrivendo la storia o quanto meno di farne parte, seppur consapevoli di esserne un’anomalia, una voce fuori dal coro che li vedeva uniti sotto il nome di una Corona che non era in grado di badare neanche a se stessa.
Non si può far rumore
Non ci si può sistemare
Non si possono fare soldi
Non se ne può venir fuori
Non sei tagliato per i grandi affari
Non è gradito ciò che fai
Non hai quattrini
E quindi non hai potere
Ti considerano inutile e perciò sei punk!
Tratto da Remote Control di The Clash
Così recita l’iconico brano Remote Control dei The Clash come a voler riassumere tutto il disagio di una generazione segnata dal precariato e dall’incapacità di intravedere nella classe dirigente un modello a cui aspirare ma un nemico da deporre con forza.
Da quel concerto al Rainbow Theatre è passato circa mezzo secolo e se scorriamo la vetta delle varie classifiche italiane della nota piattaforma di streaming musicale Spotify sono dominate da singoli appartenenti alla cultura Rap ed Hip-pop o sottogeneri legati ad essi, come la famigerata Trap che ha vissuto il suo periodo di massima popolarità nel triennio che va dal 2016 al 2019.
Brano manifesto di questa cultura musicale che ha registrato ad oggi circa ventuno milioni di ascolti su Spotify è sicuramente Sportswear firmato Dark Polo Gang, gruppo che ha effettivamente sdoganato il genere in Italia. Un beat scandito da uno Xilofono in quattro quarti, delle batteria ed un basso ad accompagnare una serie di effetti digitali come sintetizzatori, organi, campionatori vari ed il gioco è fatto. Il produttore stesso del brano Luca Antonio Barker, in arte Sick Luke, ha ammesso di aver creato questo tormentone con il suo computer in dieci minuti, volendo contare anche il tempo impiegato per scrivere il testo diventano quaranta.
(Qui il Ted Talk in cui se ne parla).
Se prima servivano studi di registrazioni che potessero ospitare dal vivo orchestre e compositori vari e di conseguenza un’etichetta discografica che pagasse tutto questo, adesso “bastano” un computer ed un programma craccato per poter comporre in totale autonomia e, cosa non marginale, completamente gratis un brano da ventun milioni di stream.

Chiaro è che così non vale per tutti coloro che possiedono un computer e si approcciano al mondo della musica ma il dato interessante di tutta la vicenda che merita di essere approfondito è di come l’accessibilità a certi software che possiedono una vasta gamma di digitalizzazione di suoni abbia fatto avvicinare esponenzialmente, negli anni, moltissimi giovani alla realtà delle produzioni musicali.
Di software in questione ne esistono centinaia e sin dalla fine degli anni ‘90, come Ableton o FL studio; tuttavia, la maggior parte di essi sono diventati dei così detti prodotti per consumer, ovvero per il pubblico generalista che li utilizza per noia o passatempo occasionale, anziché per uso professionale.
Conseguentemente alla maggiore facilità di accesso ai mezzi produttivi da parte degli utenti, è aumentata la produzione indipendente di musica.
Le ragioni per cui ci si approccia alla musica non sono più la passione, la voglia di imparare uno strumento, la necessità di riunirsi in studio con i coetanei e cazzeggiare ma semplicemente perché è lì, clicca download sul link di contrabbando e pronti via abbiamo trovato il modo di passare le prossime ore.
L’eccessiva sovrapproduzione musicale, per quanto contribuisca all’indotto dell’industria discografica, accorcia inevitabilmente la durata vitale del prodotto stesso, pronto ad essere sostituito in classifica dal brano successivo.
Per rafforzare dunque la propria posizione all’interno del panorama musicale è necessaria la costruzione di un’identità artistica che nella maggior parte dei casi sposta in secondo piano la qualità intrinseca del prodotto. Nei testi stessi si riflette la necessità di autoaffermazione degli artisti, come individui, esaltando il concetto del self-made man che a dispetto della concorrenza e del contesto sociale ed economico in cui è inserito riesce a raggiungere fama, soldi e successo.
Seppur come cinquant’anni fa ci ritroviamo in un periodo storico segnato dalla crisi energetica, economica e sociale, la risposta generazionale, testimoniata da ciò che la musica ci racconta dei giovani, è la necessità di emergere come individui e non come collettivo.
In questo dettaglio si concentra la grossa distanza che si avverte con la musica del passato e quella contemporanea.
Forse è per questo che anche tra vent’anni ci rifugeremo nelle parole:
And as the tear drops rise
to meet the comfort of the band
You take her frail hand
And hold on to the dream
Dal testo di The Final Cut dei Pink Floyd
Articolo di Luca Pulvirenti





