“Esterno notte” è il potente racconto del rapimento Moro
Sono passati poco più di quarantaquattro anni dal giorno in cui il corpo di Aldo Moro fu ritrovato in via Caetani a Roma, a metà strada tra la piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, storica sede del Partito Comunista Italiano, allora guidato da Enrico Berlinguer. Era il 9 maggio del 1978.
Marco Bellocchio ha deciso quindi di indagare ancora una volta uno dei momenti più tragici e importanti della storia della Repubblica: il rapimento Moro. Dico “ancora” perché già nel 2003 il regista aveva diretto Buongiorno, notte, tratto dal romanzo Il prigioniero (1998) dell’ex brigatista Anna Laura Braghetti. Il film alternava documenti televisivi originali di quei giorni a possibili ricostruzioni di quanto subìto da Aldo Moro nei 55 giorni di reclusione.
Con Esterno notte Bellocchio dà vita a un progetto più organico e strutturato del precedente. Asseconda la necessità, sempre presente, di riflettere su una ferita ancora aperta per gli italiani e di portare sul grande schermo la storia politica del Paese.

Da Cannes alla Rai
Esterno notte è stato presentato lo scorso anno al Festival di Cannes come lungometraggio in concorso per la Palma d’oro. Il film è stato poi diviso in due parti: la prima parte è disponibile al cinema dal 18 maggio, mentre la seconda verrà distribuita a partire dal 6 giugno. In autunno lo potremo vedere sulla Rai, come serie televisiva composta da sei episodi.
La narrazione di Esterno notte comincia nei giorni immediatamente precedenti al rapimento di Aldo Moro e all’omicidio dei cinque uomini della sua scorta, il 16 marzo 1978. Giorno in cui Giulio Andreotti stava per essere presentato come Presidente del Consiglio del nuovo governo, appoggiato da una coalizione difficoltosa e recalcitrante tra DC e PCI.
Sono da poco passate le 8 della mattina quando la macchina su cui viaggiava Moro, viene bloccata dai brigatisti in via Fani, che uccidono tutta la scorta dell’allora presidente della Democrazia Cristiana e lo rapiscono. In quel momento l’Italia intera si ferma. Le forze politiche, la Chiesa, la polizia si attivano per salvare la vita di un uomo cruciale per la vita della Repubblica.
Ma i fatti li conoscete tutti (o, se non li conoscete, potete cliccare qui).
Un cast di primo livello
Marco Bellocchio ha avuto un’intuizione brillante nello scrivere la sceneggiatura della serie/film: ogni episodio/capitolo è infatti raccontato dal punto di vista di un personaggio diverso, che ha occupato in quelle settimane drammatiche un ruolo cruciale. Il primo episodio vede protagonista Aldo Moro stesso, interpretato da Fabrizio Gifuni. Attore migliore non si poteva trovare: la somiglianza con Moro è davvero sconcertante.

L’interpretazione di Gifuni è potente e feroce: con grande chiarezza lascia trasparire il nervosismo e l’ansia di quel periodo, di un governo incerto e instabile, di un’Italia fragile e in protesta. Ma emerge anche la saldezza e la forza di un politico organizzato e scrupoloso, attento agli umori del partito e agli ideali da rispettare.
Fausto Russo Alesi, al fianco di Bellocchio da Sangue del mio sangue (2015), è il protagonista del secondo episodio. Veste i panni di Francesco Cossiga, allora Ministro dell’Interno, amico fidato di Moro, che ammirava come padre politico. A lui spetta l’organizzazione dell’emergenza: come rapportarsi con le Brigate Rosse? C’è spazio per una contrattazione? Come salvare la vita di Aldo Moro?

Il terzo episodio vede invece Papa Paolo VI come voce narrante, interpretato da Toni Servillo. Papa Paolo VI, che morirà nell’agosto dello stesso anno, è affaticato dalla malattia. Si trova in una posizione complessa e delicata: è amico di Moro oltre che suo sostenitore politico, ma deve stare attento agli equilibri di governo già instabili.

Nella seconda metà del film saranno probabilmente altri i protagonisti: ruoli da approfondire sarebbero quelli di Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, interpretato da Fabrizio Contri, ed Enrico Berlinguer, presidente del Partito Comunista.
Il cast è azzeccatissimo, la somiglianza con le persone che interpretano lascia a bocca aperta. Ancor di più a colpire è la bravura e l’immedesimazione, in grado di regalare all’osservatore una messa in scena potente e drammatica.
Bellocchio sgretola la politica italiana
Esterno notte è la perfetta realizzazione di una tragedia ancora ben viva nel cuore degli italiani. Ma è anche il mezzo perfetto per introdurre le generazioni più giovani nel dramma di quei lunghissimi 55 giorni di reclusione. La macchina di Bellocchio non si limita a raccontare il sequestro Moro, ma insiste e scava nella situazione politica, nel trambusto del passaggio di governo, nelle dinamiche di potere e nelle discussioni di partito.

Bellocchio con forza e impudenza entra nelle menti e nelle paranoie dei protagonisti delle vicende. Ci racconta delle piccole manie di Moro, del suo insistente lavarsi le mani, del controllare il gas del fornello prima di dormire, dell’insonnia; ma anche la sua determinazione e la sua ferma abilità oratoria. Entriamo nella mente irrequieta e febbricitante di Cossiga, stravolto da un avvenimento spaventoso, preoccupato per l’uomo e amico, piuttosto che per la sua posizione operativa. «Sono già politicamente morto», sostiene.
Bellocchio crea delle scene potentemente evocative, mettendo a processo non solo le Brigate Rosse, non solo Aldo Moro, ma tutto il sistema politico italiano. Una via crucis di auto esame e redenzione in attesa del verdetto finale.
Tutte le immagini sono tratte dal film, distribuito da Lucky Red.





