In bilico accanto a un malato di depressione: intervista allo psicologo

Un’oscurità trasparente, un’ombra silenziosa, un vuoto opprimente

Sfumati i contorni della depressione, ancora per molti priva della dignità di patologia. Per avere una definizione, per quanto riduttivo, si può leggere quella dell’OMS:

“È un disordine mentale comune, di cui si stima il 5% della popolazione globale soffra. È caratterizzata da tristezza persistente, una mancanza di interesse o piacere in attività, anche quelle considerate prima come piacevoli; […] è una causa importante di disabilità. Esistono trattamenti psicologici e farmacologici.”

Definizione OMS di depressione

Ma un momento, questo non è un articolo su chi ne è affetto, ma su chi gli si trova accanto: figure silenziose che di certo ne soffrono. Non solo, il loro è un compito delicatissimo, poiché non possono contare su indicazioni oggettive come per le altre malattie. La loro formazione è trascurata. Perché se si deve assistere un malato di qualunque altra malattia si viene istruiti su quali farmaci somministrare e quando fare questa o quella terapia, e per la depressione poco o niente?

Purtroppo, molto spesso siamo abituati a comportarci come dispenser (dispensatori) di giudizi e consigli. Quando invece sarebbe meglio manifestare empatia e vicinanza. Di contro, è comune la sensazione di non fare abbastanza e di camminare su un campo minato: sbagli perché non parli, sbagli perché parli.

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Anche per uno psicoterapeuta è una sfida complicatissima a cui lavorare. E abbiamo sentito uno di loro, Nicola Conti, che ha gentilmente risposto alle nostre domande.

“Ricorrente il senso di impotenza. Per depressione si intende qualcosa ben oltre l’essere giù di morale: si tratta di non pensare al futuro, ma al non senso. Quello che si fa in effetti è adagiarsi nel non senso e il rischio per chi vi si trova accanto o li assiste è colludere col meccanismo, quando invece si deve scardinarlo.”

Nicola Conti
È consigliabile anche per chi assiste un depresso seguire un percorso di psicoterapia? È una fonte di stress non indifferente anche per loro. 

Specialmente per i familiari, è enormemente complicato, perché si tratta di tenere la misura 24 ore su 24. Tra l’altro se sei un genitore o un partner è ovvio che ti senti motivato, quindi seguire un percorso di psicoterapia potrebbe essere utile per imparare a gestire la persona.

Ma bisogna sempre tenere in conto di non essere agenti di cura.

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È giusto accettare tutto “per non ferire” oppure il prendersela e manifestare il proprio disappunto può responsabilizzare il nostro amico/a/familiare depresso?  

In primis, il rischio, sia per chi lavora a stretto contatto con pazienti (come la figura dello psicoterapeuta), sia per chi vive queste situazioni da amico o familiare è di essere “contagiato”. In questo caso il contagio emotivo, soprattutto se sei una persona particolarmente empatica, letteralmente ti trasmette lo stesso senso di inutilità. Per questo mettere dei confini è assolutamente necessario.

A maggior ragione nei casi in cui ti trovi davanti una persona non interattiva, e per la quale pur di stimolarla sei portato a prenderti “carico delle sue fatiche” incontrando una frustrazione continua: tanto applicarsi per elaborare i loro problemi, cercandone una chiave di lettura e poi te li smontano con mancanza di partecipazione totale, come inabilità. Manca la loro parte. Un silenzio scomodo per chi vuole aiutare, che sia lo psicoterapeuta o l’amico.

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Come porsi nei confronti del futuro? Essere propositivi o aspettare che sia lei/lui a fare il primo passo nei confronti di progetti, eventi o altro?

Intanto anche qui il pericolo è rimanere incastrati tra la compassione/commiserazione (“poverino”) e l’insistenza (“datti una mossa”). Questo tipo di situazioni porta ad una relazione asimmetrica, perché ci si pone al di sopra, come se quella persona dipendesse da noi. Dobbiamo sì essere incoraggianti, ma senza cercare di sostituirci a lei/lui. Consideriamo che manca di prospettiva temporale, ha un vero e proprio blocco progettuale, non è in grado di vedere il futuro. Questo non significa che non debba essere aiutato a sentirsi responsabilizzato nella possibilità di poter cambiare.

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Come affrontare le difficoltà del malato di comunicare e farsi sentire? Come interpretare dunque il suo silenzio e capire quando è qualcosa da rispettare o da forzare?

È sicuramente micidiale stare accanto queste persone. Assumere l’atteggiamento da crocerossino, che sfocia nell’autosacrificio e nell’accettazione incondizionata, ha spesso la parvenza di un’autorealizzazione.  

L’ultima cosa da fare è attaccare: “non ti sei fatto sentire?”, perché già la depressione si configura come un’autoaccusa. Quindi è magari da riportare il discorso su se stessi, spiegando come ci sente, dimostrando il proprio dispiacere a riguardo. Bisogna prendersi degli spazi, senza attaccare.

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Probabilmente è proprio l’inserimento nella vita pratica, nella routine che li scoraggia. Non basta dire “forzati di uscire, forzati di studiare” o “ce la puoi fare”. Ci saranno altri modi per incoraggiare e accompagnarli senza infastidire?  

Più scavi e più ti rendi conto che non è tristezza, ma rabbia che girano verso loro stessi in un dialogo interno severo. La sfida per la terapia è portarli alla consapevolezza che sono arrabbiati con sé stessi, specialmente se si parla di persone con trascorsi difficili. E la vera conquista sarebbe trasformare questa rabbia in azione. Per quanto riguarda chi sta accanto a loro ogni giorno è sicuramente sbagliato e fastidioso con frasi come “datti una mossa”, “forzati di uscire”. Un atteggiamento di ascolto e comprensione è molto più utile.

mulher e homem de mãos dadas
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Nicola Conti ci ha aiutati a capire che non esiste una formula, è una ricerca sperimentale di equilibrio. Per chi si trova accanto a chi soffre di depressione, è come camminare sulle sabbie mobili, in cui si affonda sacrificando la propria identità giorno dopo giorno. Questo non è né giusto, né utile. Come non lo è aggredire, giudicare o fare pressione, sebbene a volte la situazione possa sembrare insostenibile e sbottare è assolutamente umano. La parola chiave sembra essere dunque onestà, nei confronti di sé stessi e nei confronti del familiare/amico in questione.

Cosa vogliamo noi da quella persona? È qualcosa che è in grado di darci? Cosa possiamo offrire noi? Sono tutte domande da porsi quando si teme di essere arrivati ad un punto di non ritorno. Cercare di infrangere la loro disistima, la loro non-volontà, da soli, può essere rischiosissimo e sfociare in una continua frustrazione.  C’è ancora tanta strada da fare, ma nel nostro piccolo rispettare e rispettarsi possono aiutare. 

È un processo di crescita per entrambi, e a spese di entrambi, ma fondamentale per andare avanti con noi stessi e per loro, abbandonando un loop infinito, per costruire prospettive reali.

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In bilico tra lettere e numeri, tra agende e ispirazioni fugaci. Perché alla fine “desiderosi di creare, di generare e di divenire” bisogna amare la vita.

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