La causa del revenge porn siamo noi. Il moralismo e la paura della sessualità alimentano la forza di un atto criminale

Antefatto

Negli ultimi giorni, a seguito di un articolo di Wired, è tornato in auge l’argomento del revenge porn, in particolare è emerso che in alcuni gruppi Telegram venivano scambiati, tra gli utenti, dei video e delle foto sessualmente esplicite di fidanzate, amiche e parenti, senza il loro consenso. Dopo il podcast pubblicato da Rick Du Fer in tema di revenge porn e trovandomi in molti punti d’accordo con lui, ho deciso di scrivere questo articolo e ragionare più sul perché si ricorre al revenge porn e quali sono gli effetti sulla vittima.

Qualche tempo fa avevo scritto, in un forum di discussione su Facebook, un post in cui, in maniera molto sintetica, esprimevo la mia opinione in merito a questo fenomeno dando la colpa, oltre che ai criminali che diffondono contenuti senza consenso, alla mentalità della nostra società odierna che colpevolizza, in maniera molto bigotta, le vittime riprese nei video e nelle foto che hanno avuto un rapporto sessuale di qualsiasi tipo o per essersi spogliate. Viene sostanzialmente stigmatizzato questo tipo di comportamento come se ci si accorgesse improvvisamente che le persone fanno sesso e che quest’ultimo è un atto impuro e peccaminoso. La risposta sociale quindi diventa la vera arma che danneggia la vittima nella misura in cui il giudizio di persone terze diventa moralizzatore e bigotto. Se volessimo fare un esempio, sarebbe come se in un caso di omicidio, l’omicida fosse chi diffonde i contenuti, mentre l’arma del delitto sarebbe la società.

Immagine presa da pixabay

Che cosa è il revenge porn?

Con l’espressione revenge porn si fa riferimento alla diffusione di immagini o video privati di contenuto sessuale, attraverso internet o i social network, senza il consenso della persona ritratta. Lo scopo di questa pratica è quella di umiliare, infangare l’onorabilità o utilizzarla come vendetta, ad esempio perché si è conclusa una relazione sentimentale, oppure con lo scopo di ottenere qualcosa dalla vittima attraverso una estorsione o una minaccia.

Recentemente (con il cosiddetto Codice Rosso) nel nostro ordinamento giuridico è stato introdotto l’articolo 612-ter all’interno del codice penale che descrive proprio la fattispecie del revenge porn:

chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati.

Gli elementi centrali del revenge porn sono: il contenuto sessualmente esplicito, la diffusione di tale contenuto, il mancato consenso alla diffusione da parte della persona ritratta, lo scopo da parte dell’autore di punire o danneggiare l’immagine della vittima.

Importante affinché l’intento dell’autore criminale si realizzi è la reazione sociale, a tale diffusione, che nella maggior parte dei casi risulta essere di condanna, non tanto del gesto compiuto da chi ha diffuso le immagini o il video, ma nei confronti della vittima che viene additata come “troia” o poco di buono.

Questo ultimo punto ci porta ad una riflessione da fare, ossia le conseguenze per la vittima. Chi subisce revenge porn primariamente può provare vergogna e autocolpevolizzazione, ma anche tutta una serie di disagi psicologici quali ansia, panico e paranoia. Un ulteriore problema è che non ci sono solo questi effetti negativi, ma possiamo trovarci di fronte anche ad una seconda vittimizzazione, per tale intendiamo le conseguenze psicologiche ulteriori per la vittima che si generano quando, persone terze rispetto al fatto criminoso vengono a sapere dell’accaduto e si comportano nei confronti della vittima in maniera errata, trattandola con superficialità, ricostruendo in altri modi i fatti, esprimendo giudizi, o colpevolizzandola.

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Nel caso di specie, nel momento in cui la vittima di revenge porn deve confrontarsi con persone terze, quali amici, familiari e conoscenti, o sconosciuti che sono venuti a conoscenza della diffusione dei contenuti digitali sessualmente espliciti, questi ultimi possono arrecare un maggiore danno in quanto tendenzialmente denigrano la vittima. Ed è proprio qui che troviamo tutta la forza devastante del revenge porn.

La normalizzazione del sesso e l’istruzione alla sessualità

Da quanto abbiamo capito del revenge porn, l’autore agisce perché è consapevole che i video e le immagini diffuse danneggeranno sicuramente la persona che vuole colpire, ma di fatto a ledere in maniera significativa la vittima, non è solo chi ha diffuso i contenuti, ma chi partecipa attraverso parole umilianti, denigratore e di sfregio la vittima stessa additandola come troia, poco di buono, zoccola e ogni altro epiteto ingiurioso possibile ed immaginabile. Questo avviene perché la società pare avere una certa avversione nei confronti dei temi sesso e sessualità, infatti vengono visti come qualcosa di sbagliato, di cui non bisogna parlare perché ritenuti peccaminosi ed impuri, chi invece vive la propria sessualità in maniera serena e libera è stigmatizzato. L’ostracismo nei confronti di questo tema però non fa altro che alimentare effetti negativi, da un lato come abbiamo visto può diventare un arma a disposizione di chi utilizza il revenge porn, mentre dall’altro, una scarsa conoscenza dell’argomento porta ad un uso sbagliato e distorto del sesso e della sessualità favorendone la diffusione. Sappiamo infatti che a causa di una mentalità gretta, l’educazione sessuale nelle scuole è molto ridotta o del tutto assente.

Far finta che il sesso non esista non proteggerà la morale pubblica, e non farà altro che creare effetti dannosi in una società che è volta al giudizio dell’altro fatto con moralismo e bigottismo.

Deridere chi è seduto sulla ceramica di un bagno mentre espleta i propri bisogni corporali dovrebbe essere assurdo, tutti noi necessitiamo di farlo: dall’umile contadino al più nobile e altezzoso re; è sempre stato così fin dalle origini dell’uomo. Lo stesso lo si può dire del sesso, se non ci fossero rapporti sessuali non potremmo nemmeno moltiplicarci e ci estingueremmo. Sarebbe sciocco pensare che siccome una cosa non la vediamo non c’è, anzi meno ne parliamo e peggio è perché questo crea disinformazione o assenza di formazione, soprattutto nelle fasce di età più giovani che spesso si ritrovano in imbarazzo o incapaci ad affrontare e vivere la sessualità appieno e con serenità.

Assistenza, aiuto e competenza: un recente caso

Un altro aspetto da considerare in merito alla seconda vittimizzazione è il confronto con gli operatori preposti al supporto della vittima, come possono essere forze di polizia od operatori sanitari, in questo caso possono esserci ulteriori conseguenze sotto il profilo psicologico dovute alla mancanza di attenzione da parte di queste persone nel supportare la vittima spesso colpevolizzandola o non fornendo adeguata assistenza. A tal proposito dopo questo breve excursus vittimologico possiamo analizzare un recente avvenimento.

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Nel caso qui descritto da un articolo di TPI possiamo rinvenire alcuni fatti che ci possono portare ad una riflessione molteplice. Personalmente ho seguita l’intera faccenda fin dall’inizio: il tutto è partito da Instagram, da una storia di una ragazza che chiedeva ai suoi followers di segnalare un profilo di un’altra ragazza perché era stato hackerato dal suo fidanzato e questo aveva pubblicato sul profilo della stessa ragazza dei video privati che li ritraeva in atti sessuali. Poche ore dopo però si è scoperto che in realtà i video caricati erano dei video pornografici di una porno attrice professionista che le somigliava, quindi non appartenevano alla presunta coppia. Il tutto è stato chiarito direttamente dalla ragazza interessata vittima di revenge porn, la stessa ha riferito che il profilo non è stato hackerato, ma creato da una persona che non conosce, sicuramente non il suo ex fidanzato, per ledere la sua reputazione.

Ora alla luce di questo possiamo vedere come in realtà il revenge porn si manifesta anche in diverse forme, una persona sconosciuta che cerca di danneggiare una altra attraverso la pubblicazione di video pornografici. Ciò è avvenuto perché l’autore criminale è consapevole della forza dirompente di questa pratica che è in grado di danneggiare emotivamente e socialmente una persona attraverso l’uso della sessualità. Tanto è vero che ci sono state delle persone che hanno deriso e insultato la vittima perché “rea” di avere fatto tali video e aver svolto alcune pratiche sessuali (salvo poi rivelarsi di una persona diversa) che in una relazione di coppia dovrebbero essere più che mai normali. Dall’altro lato però dobbiamo sottolineare l’aspetto della competenza e della risposta di pancia che si è sollevata sui social network. La storia instagram iniziale che invitava i followers a segnalare il profilo, da parte di una ragazza estranea, indicava come responsabile sicuro l’ex fidanzato della ragazza vittima, salvo poi rivelarsi non vero, questa cosa non ha fatto altro che alimentare un clima di odio immotivato nei confronti di una persona che non centrava nulla con l’accaduto, tanto è vero che il ragazzo ha subito notevoli insulti e minacce da parte degli utenti del web. Ora tutto questo appare sbagliato poiché se è vero che da un lato dobbiamo intervenire tempestivamente per fermare attività criminali sul web, dall’altro lato dobbiamo farlo con estrema cautela, ma soprattutto conoscenza e competenza, perché l’assenza di questo coniugata ad una risposta di pancia da parte degli utenti non ha fatto altro che sortire l’effetto contrario rispetto all’intento di aiutare la vittima, che più di ogni altra cosa ha diritto ad avere rispetto per la propria privacy e non invadenza nella sfera personale, ma soprattutto ha bisogno di verità, per riuscire a superare l’accaduto c’è bisogno che la vittima comprenda il perché tutto questo è accaduto proprio a lei, in maniera chiara e veritiera. La storia non si conclude qui, sempre in merito alla questione competenza e seconda vittimizzazione, dobbiamo purtroppo sottolineare una mancata risposta a sostegno della vittima da parte delle autorità, da come si legge nell’articolo, pare che la ragazza sia stata tratta con sufficienza da parte delle forze dell’ordine. Tutto questo non fa altro che alimentare le conseguenze negative dell’accaduto, se davvero si vuole aiutare a contrastare i fenomeni come quello del revenge porn, servono persone preposte alla tutela delle vittima competenti che siano in grado di accogliere la vittima e tutelarla legalmente e psicologicamente.

Conclusioni

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La carica di potenza negativa e di giudizio del revange porn è proporzionale al moralismo della collettività, è l’equivalente di consegnare ad un omicida una pistola carica, quindi dobbiamo essere noi stessi a depotenziare la carica intimidatoria, offensiva e criminosa di questo strumento, nel momento in cui la società prende contezza che la sessualità è una cosa normalissima e che nessuno dovrebbe essere giudicato per ciò che fa in questa sfera. Il sesso esiste, le persone hanno continuamente rapporti sessuali e per eccitarsi producono video, si mandano foto come nel caso del sexting perché hanno deciso di vivere così la propria sessualità e ciò può avvenire con maggiore consapevolezza quando ci sarà una formazione e informazione di questi temi ampia e strutturata. Il fenomeno del revenge porn non è una cosa semplice da inquadrare e capire, di certo non è semplificando ed additando un nemico nel genere maschile o nelle piattaforme come Telegram che si risolverà il problema. Il fenomeno per arginarlo e contrastarlo nella sua forma più deviata, deve essere prima di tutto capito ed accettato in modo da poter disarmare chi utilizza in modo illegale video e foto.

Per chi vuole approfondire l’aspetto normativo può farlo qui.

Sono nato a Brescia nel 1994. Laureato in Giurisprudenza, lavoro in banca, pratico Muay Thai, mi interesso di criminologia, diritto, economia, storia e cinema. Scrivo per diletto, per passione e offrire un punto di vista personale rispetto a quello che ci circonda.

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