I mezzi sono giustificati (o meno) dal fine: una prospettiva diversa

canna rigata

A due anni di distanza dall’intervista a Luca Gri, riproponiamo le riflessioni di allora per ricordare la differenza tra lotta e violenza, fra l’uso della forza nell’attività fisica e l’abuso della stessa contro una persona inerme.

Mi è da poco capitato d’aspettare il mio compagno in riva ad un fiumicello campestre, sotto il placido sole di questo settembre ancora estivo. In sottofondo, a tratti, appena percettibili da quella zona limitrofa al parcheggio, si facevano sentire i leggeri tonfi di alcuni proiettili calibro .45, intenti a percorrere il veloce tragitto di 25 metri che li separava dal bersaglio nero a fine corsia.

Le armi, questi oggetti che nell’immaginario comune in America crescono sugli alberi e in Italia non esistono se non al fianco delle Forze dell’Ordine, degli addetti al mestiere. In realtà, per la modica cifra di circa 70 euro l’anno, anche nel nostro Paese è possibile iscriversi ad un poligono di tiro (dopo aver frequentato un corso e aver collezionato due economici certificati medici d’idoneità) e sparare contro un muro rinforzato, svuotando qualche caricatore per poi, volendo, riciclare l’ottone dei bossoli una volta tornati a casa.

E questo, come fatto preso di per sé, è forse sbagliato?

Osservo un momento i cerchi concentrici disegnati sulla carta, le linee d’inchiostro tranciate in alcuni punti da piccoli tondi dai bordi slabbrati. E mi rispondo con un deciso “No, non lo è”: impugnare una Beretta e prendere la mira non è un atto criminale, fintantoché dall’altra parte della canna rigata c’è qualche fibra di cellulosa su cui sono stati scritti dei punteggi. Con un bisturi si può salvare una vita o troncarla, ma lo strumento, da solo, non ha una connotazione malvagia o benevola. Ce l’ha lo scopo per cui viene usato.
Avete mai letto Uomini d’Arme? Ecco, il Terminatore esiste solo nel mondo di Terry Pratchett.

Mi sono stupita quand’è accaduto, di recente, che qualche reporter titolasse “arti marziali e precedenti per spaccio” riferendosi ai ragazzi accusati dell’omicidio preterintenzionale di Willy Monteiro Duarte, come se le MMA fossero sullo stesso piano della vendita illegale di droga. Mi ha stupito che si sia pensato che una disciplina potesse essere intrinsecamente malvagia, che la si sia potuta slegare dal contesto e dalle intenzioni delle persone che la praticavano in separata sede, perché non si può dare il nome di “arte marziale” ad un pestaggio che si è concluso con la tragica morte di un ventunenne.

Mi sono sentita in dovere di ripubblicare la conversazione avuta con Luca Gri ormai parecchio tempo fa, alche alla luce di un recente post dell’intervistato, con quest’introduzione; gli spunti che mi ha dato allora rimangono attuali oggi, alla luce dei fatti recenti.

“Lo sport della vita”, originariamente pubblicato sul nostro sito.


Cosa ci spinge ad apprezzare e ricercare le attività sportive?
Quale significato diamo al metterci in gioco, all’impegno che richiede l’allenamento in ogni disciplina, per conquistare un obiettivo personale prima ancora che per vedersi al petto una medaglia?

Proverò a rispondere a queste e altre domande insieme a Luca Gri, insegnante presso la Tribe Jiu Jitsu Treviso, associazione sportiva attiva nel vittoriese e facente parte del gruppo Tribe Jiu Jitsu Italia, seguito dal maestro Federico Tisi, pioniere del BJJ nel nostro paese. Da molti anni, il progetto della scuola consiste nel formare, attraverso le arti marziali, individui a tutto tondo, dei “guerrieri” che non sappiano lottare soltanto all’interno del dojo ma anche contro le sfide della quotidianità.

Logo Alpha Tribe 2020

All’interno della palestra ci si allena al combattimento: si riduce tutto ad uno sfogo dell’aggressività?

Assolutamente no. I cuccioli degli animali sfidano e punzecchiano i propri fratelli, mordendosi e combattendo per prendere consapevolezza del proprio corpo e affinare le tecniche di attacco e difesa: per gli esseri umani non è affatto diverso. Da piccolo giocavo alla lotta, e come me molti altri bambini: non dev’essere vista come qualcosa di esclusivamente violento, non si tratta di una rissa.

I ragazzi si approcciano alle discipline insegnate nel dojo con questa consapevolezza, a tuo parere?

Alcuni certamente no, ma è una maturità che si può acquisire durante il percorso. I ragazzi possono iscriversi ai corsi con l’obiettivo di sfogarsi, di scaricare la tensione, ma l’impegno richiesto per proseguire nello studio è tanto. Per questo cerco sempre di appassionarli a ciò che imparano, portando entusiasmo nel gruppo e parlando con ciascun allievo: è importante che riconoscano il bello in quello che fanno, che si divertano acquisendo nuove abilità.

Hai tenuto alcune lezioni di arti marziali anche nelle scuole, ma la tua esperienza non si è limitata a questo: puoi raccontarci qualcosa di più a proposito del rapporto maestro-allievo?

Oltre che nelle scuole, ho insegnato anche a persone diversamente abili: ed è stata una vera sorpresa. Ciascuno di loro, nonostante l’handicap, ha saputo dare il meglio e impegnarsi oltre ogni aspettativa, gareggiando in costanza e forza di volontà con i normodotati. Se scatta la scintilla, le persone alimentano il fuoco: per dare quel primo impulso a credere in se stessi serve tanta empatia.

Aikido

Insegni anche autodifesa…

Esatto. Mi è capitato di ascoltare storie che ovviamente non posso riferire, ma c’è chi si avvicina a quest’ambiente spinto dalle criticità che si trova ad affrontare, siano il bullismo o la violenza domestica. In casi come questi il maestro diventa una figura di riferimento, un mentore, non solo e non più un personal trainer. Non è facile diventare come i guerrieri che si vedono nei film, ma non è facile nemmeno diventare guerrieri della vita, pronti ad affrontare qualsiasi situazione: ci vuole coraggio, per superare la paura, per lottare contro le proprie insicurezze, per vincerle una volta per tutte e vivere con la consapevolezza di poter badare a se stessi, di non essere inermi di fronte alle difficoltà, di qualsiasi natura esse siano.

Allenare il fisico per allenare anche la mente, quindi. Mens sana in corpore sano, dicevano gli antichi: avevano ragione?

Sì, posso condividere la massima: al contempo, per portare il proprio corpo verso determinati risultati, è necessario perseverare, non farsi scoraggiare, perché la stessa tecnica va ripetuta migliaia di volte prima che sia perfetta e questo richiede tempo e concentrazione, dedizione e determinazione. Non è possibile ottenere tutto subito, ed è imprescindibile fare fatica. Si plasma il carattere, con le sconfitte; imparare a rialzarsi e ricominciare daccapo è la lezione della vita.

Grazie!

Immagine di copertina a cura dell’autrice. Le informazioni presenti nel testo originale sono state aggiornate alla data corrente.

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; si è laureata in Lettere Moderne all'Università di Udine, concludendo la carriera accademica laureandosi in Editoria e Giornalismo all'Università di Verona. Dedica il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.

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