L’Afghanistan è una storia e va raccontata

La questione in Afghanistan riporta alla luce vecchie nuove problematiche nel mondo dei media. Di fronte alla spettacolarizzazione della notizia, è necessario porre l’attenzione sul ruolo della storia e sul modo in cui essa viene raccontata.

31 Agosto 2021. La caduta di Kabul e la presa di potere dei talebani in Afghanistan rappresenta un evento epocale nella storia contemporanea. Un fatto destinato a cambiare per sempre gli equilibri geopolitici mondiali e ad aprire un nuovo capitolo dopo 20 anni di guerra.

Mentre assistiamo alla storia che ancora una volta in questo millennio si compie davanti ai nostri occhi, è crescente la necessità di arginare il fenomeno della rincorsa all’auditel mediatico. I mezzi di comunicazione divengono sempre più sensazionalisti; vendono verità assolute ad un pubblico assetato di certezze mentre muore la riflessione critica, il pensiero e il dibattito.

La storia non ha mai avuto verità assolute, a maggior ragione quella contemporanea. Se non si può stimolare il dibattito per dovere di cronaca allora sarà opportuno rimanere sui fatti. Ogni interpretazione sensazionalistica sarà serva del commercio spudorato. E la questione afghana, che in questi giorni si consuma davanti a noi, ne è una (ennesima) prova tangibile.

Afghanistan: fotografia di un Paese frammentato

L’Afghanistan ha confini decisamente più ampi di quelli geografici.  652.864 km² per circa 38 000 000 abitanti. La sua storia e la sua posizione creano un gioco di equilibri molto precari rendendo l’Afghanistan punto caldo nello scacchiere asiatico, costantemente sotto osservazione: potremmo dire che ogni battito d’ali di farfalla sul territorio afghano crea un ciclone dall’altro lato del mondo. I suoi confini con Iran e Pakistan non sono solo geografici. I legami politico-religiosi con gli stati confinanti sono serrati tanto da modellare la vita sociale del popolo afghano. Questo accade frequentemente in una miscela composta da paesi dalla fortissima identità nazionale e confinanti politicamente instabili.  L’influenza straniera trova terreno fertile quando le strutture sociali sono sfilacciate, strappate.

A contribuire alla precaria struttura sociale afghana è anche la presenza di una popolazione eterogenea composta da etnie diverse tra loro: pashtun: 42% tagiki: 27% hazara: 9% uzbechi: 9% aimak: 4% turkmeni: 3% baluchi: 2%*wikipedia. La geografia di confine decisa a tavolino dai britannici nel 1893 con il tracciamento della linea Durand, che tuttora demarca i 2.640 chilometri di confine tra Afghanistan e Pakistan, è ulteriore motivo di instabilità e di conflitto tra le popolazioni che abitano quelle zone.

All’interno del territorio afghano le lingue ufficiali sono due: il Dari e il Pashto a cuisi aggiungono ulteriori idiomi autoctoni.

Da questi pochi dati può facilmente intuirsi una composizione sociale “ a macchia di leopardo”, con la creazione di sacche sociali sparse sul territorio e diversi potenziali inneschi di tensione. A vantaggio dei “signori della guerra” che delimitano aree sotto il loro temibile comando.


Marko Beljan, unsplash.com

Sovietici – Talebani – Statunitensi: un territorio martoriato dalla storia

Un paese dai tali presupposti è come un muro di cinta pieno di pertugi: ci vuole poco perché venga penetrato da eserciti estranei.

Lo sapeva bene il comandante Aḥmad Shāh Masʿūd, militare e politico afghano, candidato postumo al premio Nobel per la pace e nominato eroe nazionale, che cosi si esprimeva dopo la cacciata dei sovietici dal territorio afghano dopo una guerra durata dieci lunghi anni tra il 1979 e il 1989:

Contro tutte le aspettative, noi, ossia i popoli liberi e gli Afgani, abbiamo arrestato e abbiamo dato scacco matto all’espansionismo sovietico dieci anni fa. Ma il vigoroso popolo del mio paese non ha saputo conservare i frutti della vittoria. […]

Anche noi afgani abbiamo sbagliato. La nostra povertà è risultato di innocenza politica, inesperienza, vulnerabilità, vittimismo, liti e personalità boriose. Ma in nessun caso questo giustifica quello che alcuni dei nostri cosiddetti alleati nella Guerra Fredda hanno fatto per minare proprio questa vittoria e scatenare i loro diabolici piani per distruggere e soggiogare l’Afghanistan.

Intervista a Aḥmad Shāh Masʿūd, 8 Ottobre 1998, riportato in Giovanni010.tripod.com. (FONTE WIKIPEDIA)

A metà degli anni ’90 il gruppo di studenti universitari coranici conosciuti con il nome di “Taliban” attuarono un golpe che fece sprofondare il Paese in un buio perpetuo. L’avanzata avvenne per armi e fede, a sancire ancor più un paradigma millenario tra politica e religione. Quale tra le due sia maggiormente al servizio dell’altro non è ancora dato sapersi. Ma, l’argomento non necessariamente richiede una verità univoca.

Dopo anni di tumulti l’Afghanistan dovette fronteggiare una sanguinosa guerra civile. Le fazioni che fino a qualche anno prima combatterono fianco a fianco contro il nemico sovietico, si ammazzavano a vicenda per la presa del potere.


Ehimetalor Akhere Unuabona, unsplash.com

I talebani guidati dal Mullah Omar entrarono a Kabul sovvertendo un fragile ordine precostituito e formando il primo Emirato Afghano sotto una stringente legge coranica.

Il comandante Massod, all’ordine della resistenza si espresse con un vero monito nazionale:

Questa situazione nel breve e lungo termine, anche nel caso del totale controllo da parte dei Talebani, non sarà favorevole per nessuno. Non porterà stabilità, pace e prosperità nella regione. Il popolo dell’Afghanistan non accetterà un regime così repressivo. Le varie regioni non si sentiranno più sicure e al riparo. La resistenza non si fermerà in Afghanistan, ma prenderà una dimensione nazionale, passando per tutte le etnie Afgane e gli strati sociali.

Aḥmad Shāh Masʿūd, 8 Ottobre 1998, riportato in Giovanni010.tripod.com.(FONTE WIKIPEDIA)

Allo stesso modo, nel 2001 gli Usa entrarono a Kabul quasi indisturbati con l’obiettivo di stanare l’allora ricercato numero uno al mondo, Osama Bin Laden rifugiatosi in territorio afghano dopo  gli attentati dell’11 Settembre sotto la protezione talebana.

Novembre 2001: gli USA entrano a Kabul

Siamo ai giorni nostri e si consuma un’ennesima tragedia sul quel territorio che già la storia recente non ha risparmiato. La repentina uscita di scena delle forze americane e della Nato, dopo venti anni di guerra ha portato l’Afghanistan di nuovo nel caos totale, con gli eredi del Mullah Omar al potere oggi più forti che mai e praticamente incontrastati.

Questi sono i fatti, gli eventi, corredati da una serie di episodi. Discutere delle scelte e delle mosse di tutti gli attori di queste vicende è molto complesso. Il gioco delle parti è assai intricato: la guerra fredda, la Nato, gli interessi americani in Medioriente. Insita nel gioco della storia è la difficoltà a discutere di essa mentre si compie davanti ai nostri occhi. Le vicende storiche hanno sempre più punti di vista e molteplici verità. La sedimentazione poi della storia stessa può definire, postuma, una qualche certezze e quindi solo allora diviene più facile discutere sul tema.

Per esempio, dopo duemila anni può affermarsi con certezza che Giulio Cesare sia stato ucciso dai suoi stessi concittadini. Ma, è lecito pensare che i giorni che segurino al cesaricidio furono pervasi da confusione, supposizioni, strategie di comunicazione tali da rendere difficoltosa l’individuazione dei colpevoli.

Dunque la storia si interpreta quando la polvere si sedimenta. Ed anche allora l’interpretazione può non essere univoca.

Oggi assistiamo al ritiro delle truppe americane dal suolo afghano e questo elemento può essere discusso in vari modi: una sconfitta senza precedenti per gli Usa, peggiore addirittura di quella vietnamita; il fallimento della missione sponsor a stelle e strisce, l’esportazione della democrazia” è forse tramutata in un abbandono a gambe levate dell’Afghanistan dopo venti anni di guerra, migliaia di miliari e civili morti e 2 mila miliardi di debiti di guerra.

Vanno considerate entrambe verità, cosi come una verità può essere la scelta americana di non rappresentare più il braccio operativo degli Alleati (di certo non senza ritorno personale!) come quelli che riprendono con il cellulare lo scontro violento di un loro amico bullo.

Possiamo parlare a fondo della questione talebana e della gravissima violazione dei diritti civili del loro governo imposto, soprattutto sulla privazione della libertà del genere femminile. Allo stesso modo, il mondo occidentale deve continuare ad interrogarsi sulla condizione femminile nella sua parte di emisfero. I dati non sono positivi: nel mondo occidentale la frequenza dei femminicidi è elevatissima (1 omicidio ogni 3 giorni). Il gioco del paragone non esiste in queste situazioni: nessun problema sociale verrà mai risolto fintanto che non sarà garantito fino all’ultimo diritto civile.


IsaaK Alexandre KaRslian – unsplash.com

Questo testo…

Questo testo non ha lo scopo di giudicare gli eventi dal punto di vista politico o immaginare scenari futuri e discutere di scelte più o meno errate del passato compiute dagli attori di questa tragedia che da quarant’anni  si sta consumando in Afghanistan. Di fronte alla crescente facilità di opinione, mercificazione che spesso si consuma sui social o sulle testate pseudo-giornalistiche, si sente il dovere di richiamare l’attenzione sulla difficoltà che la materia porta in se, sul ruolo che la storia ha e sul modo in cui essa viene raccontata.

Lungi dal voler condannare la libertà di espressione e pensiero, non è altrettanto opportuno utilizzare ciò come scudo per nascondere che l’obiettivo sia l’auditel mediatico; metronomo del mondo, genera il pensiero stucchevole, distaccato, superficiale.


Mr Cup / Fabien Barral, unsplash.com

L’auditel mediatico è l’attitudine del ventunesimo secolo non più ad uso esclusivo dei professionisti del genere (che con l’auditel ci campano ma che sempre più spesso rinunciano all’informazione di qualità!); i social coinvolgono un numero impressionante di gente. La circolazione delle idee rivendicata da molti diventa di scarsa o quasi nulla utilità e di questo non ne abbiamo bisogno.

Per citare il prof. Barbero:

La storia è ricostruire i fatti all’interno del loro contesto, a volte è l’interpretazione dei fatti se i fatti sono acclarati. Non esiste una storia oggettiva, proprio perché l’orientamento personale rischia di offuscare il giudizio.

FONTE WIKIPEDIA

La storia è un’altra cosa. La guerra è un’altra cosa. Il racconto della guerra è una professione che sta andando persa. E non perché scarseggino le guerre. Anzi.  

in copertina: Ehimetalor Akhere Unuabona, unsplash.com

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Io sono Arnaldo Berardi. Sono nato a Bari il 7 Dicembre del 1989 di un piovoso giovedì d’inverno. Attualmente studente del corso di “Strategie per i mercati internazionali” presso la facoltà di Economica dell’Università di Bari “Aldo Moro”. Sono assetato di conoscenza e vivo la mia vita nella consapevolezza che la cultura sia l’unica via per l’evoluzione dell’anima. Il sogno da realizzare è quello di poter divulgare cultura che possa arrivare a chiunque in qualsiasi parte del globo, indistintamente.

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