Beyond the lyrics: Reptilia – The Strokes
Fredda come un rettile, impulsiva come il tronco encefalico
Reptilia è una canzone caleidoscopio: chiunque ne parli ne dà un’interpretazione diversa. L’ultima parola avrebbe dovuto essere di Julian Casablancas dei The Strokes, ma se siamo ancora qui a giocare con le supposizioni è perché non ne è stata confermata ufficialmente nessuna.
L’album
Room on fire (RCA Records, 2003) prende nome da un verso tratto proprio da Reptilia: “The room is of fire as she’s fixing her hair”. È il secondogenito della band dopo Is This It, col quale la critica lamentò un’eccessiva somiglianza.
Il produttore iniziale Nigel Godrich (che affianca storicamente i Radiohead dai loro esordi) fece, a detta del frontman Casablancas, un lavoro “senz’anima”: in fretta e furia la band ritornò a Gordon Raphael (che aveva lavorato a Is This It), con soli tre mesi per terminare l’album. Nick Valensi, chitarrista degli Strokes, disse che se avessero avuto anche solo due settimane in più il risultato finale sarebbe stato di gran lunga migliore. E intanto, così com’è, non dispiace affatto.
In copertina l’opera “War/Game” di Peter Phillips, tra i padri della Pop Art inglese; è un dipinto che, parole dello stesso Phillips, racconta di “pace e guerra, amore e odio, verità e menzogna”: riassunto perfetto di Room of fire e di Reptilia.
Rettiliano
Come si accennava precedentemente, Reptilia è una canzone che dice tutto e nulla di se stessa. Lo stesso titolo non figura in nessun verso ma è una buona chiave d’interpretazione del testo.
Il termine Reptilia fa riferimento al cervello rettiliano, una delle tre strutture cerebrali elementari indicate nella teoria del cervello trino di Mac Lean (R-complex, sistema limbico e neocortex): l’R-complex è detto cervello rettiliano perché è quello che gli uomini hanno filogeneticamente in comune con i rettili; il suo compito è quello di stimolare e reagire agli istinti innati.
Da una parte quindi l’impulsività legata al significato anatomico, dall’altra il gelido distacco in riferimento ai rettili, animali a sangue freddo.
Beyond the lyrics
C’è chi dice che questa canzone parli di uno stupro, chi di una storia d’amore giunta all’esasperazione: noi sceglieremo, e non per essere più piacevoli, questa seconda interpretazione, perché inquadra meglio la canzone in toto.
Una coppia entra in un bar, e qui inizia una barzelletta triste. I due, che non si amano più chissà da quanto, siedono vicini quasi per abitudine, tanto che un altro uomo si avvicina alla ragazza e la invita al suo tavolo, scommette che lei abbia qualcosa di interessante da raccontare. Il narratore è il ragazzo “tradito”, che commenta sadicamente “Temevo che non avresti insistito“. E infatti eccola: lei si alza con fare di sfida e segue quest’altro, lasciando invece a lui qualcosa (un cappotto, le chiavi di casa? “Just take this” potrebbe anche essere tradotto come “Prendi questa!”) e chiedendogli di andarsene.
“Per favore, non rallentarmi se sto andando troppo veloce”: è la risposta di lui, che con la velocità intende il sentimento, che lui prova ancora morbosamente mentre lei gli è sempre più lontana.
“Sei in una strana parte della nostra città”: cos’è la “città”? S’intende un luogo fisico, e quindi il fatto che si trovi in una “brutta zona” della città manifesta il timore di lui nei confronti di questo nuovo incontro? Oppure è una velata minaccia in cui intima alla ragazza di stare attenta? O ancora: e se la città fosse proprio il loro amore, del quale lei, fredda e insolente come un rettile, sta frequentando i quartieri più bui?
Ed a proposito di buio: la notte non è finita (questo nostro rapporto, per quanto oscuro, esiste ancora), non ci stai provando abbastanza (servirà ben più di una fuga con un altro uomo per distruggerlo).
Una notte interminabile, che poi però, come tutto alla fine, termina: the wait is over. Lei rientra a casa incurante, si sistema i capelli sfatti: è davanti al relitto di quest’amore che la stanza s’incendia (the room is on fire) perché è solo guardando all’evidenza dei fatti che chi li racconta reagisce. Esplode, urla (i ritornelli: War), esamina, conclude (le strofe: Game).
Ogni volta che mi guardo allo specchio mi dico «pensavo di avertelo già detto, questo mondo non è fatto per te»: ultima strofa, ultima analisi pacata dei fatti. La colpa, dice a se stesso, è anche tua. Subito dopo un altro ritornello, ancora un grido furibondo che termina con una triste ammissione: “Non annego abbastanza velocemente“.
Annegare ovvero arrendersi, lasciarsi andare. E al contempo, lasciare andare.
Dunque chi è il vero colpevole in questa canzone: lui, che trattiene un’assenza, o lei, che è l’assenza stessa? È più grave il geloso attaccamento o lo sfacciato tradimento?
Ai rettili l’ardua sentenza.









