Senza parole…
L’amore è come le cipolle: hanno un cuore nascosto da altri strati, ti faranno piangere sbucciandole, quelle rosse piacciono a tutti, danno sapore a ciò che fai.
L’altra sera non avevo più le parole e tra di noi era sceso come un ospite indesiderato il silenzio. Le ho cercate dappertutto, quelle infami infelici infauste in fumo, credevo di averle messe sulla sedia, ma c’erano solo i vestiti appallottolati in una composizione scultorea postmoderna, allora ho guardato nell’armadio, ma lì c’era solo il vuoto delle pallottole indebitamente ammucchiate sul trionfo della pigrizia a rotelle e regolabile in altezza, allora ho guardato in cucina, ma ho trovato solo la Nutella nascosta da mia madre ed è finita che ho trovato la glicemia e non le parole. Poi mi sono anche ricordata che la paratassi, con il suo nome da paracetamolo, è un presidio medico chirurgico, può avere effetti indesiderati anche gravi, leggere attentamente il foglietto illustrativo, non somministrare al di sotto dei dodici anni.
Così ho smesso di cercare le parole, prima dovevo ritrovare le subordinate.

Quelle maledette stavano facendo il bagno nel mio beauty case: ritrovai un sebbene incipriato, un nonostante col rossetto e un poiché che odorava di Tesori d’Oriente (almeno qualcuno ha usato quel bagnoschiuma, ndr). Li recuperai frettolosamente, folgorata dall’illuminante (aggettivo o prodotto di bellezza?) rivelazione: ecco spiegato il mio nodo in gola! Come ci si può esprimere senza le congiunzioni subordinanti? Convinta di aver svelato il trucco (ahahah), iniziai a formulare qualche frase, determinata a rispondergli doverosamente: “ecco, caro, qualora tu mi chiedessi di parlare di noi…” – ma che sono, l’Azzeccagarbugli? Questo dovrebbe essere un messaggio d’amore… Riprovo – “Ma ti ricordi, mio caro, quando la beltà splendeva negli occhi tuoi…” – questa mi sa che l’ho un filo copiata, ritento – “benché… sicché… quantunque…”
Ah, me misera! Me tapina! Non si trattava neanche delle subordinate, qualcosa di diverso mi mancava.
Pensa, poetessa, di cosa ha bisogno un messaggio d’amore? Che cosa devi cercare adesso? Ma sì, ma sì, come ho fatto a non pensarci? Gli aggettivi! In fin dei conti, quei famosi occhi tuoi sarebbero stati dimenticati, ma chi altro dopo te, o Silvia, li ebbe ridenti e fuggitivi (all credits to Giacomino ©)? Era ora di fare una bella scorpacciata di attributi: scesi baldanzosa in cucina e ne buttai un po’ in padella, li inondai di olio e li feci saltare, li guardai croccantini sfrigolanti speziati sprezzanti… Ohimè, eccoli lì, salati salaci e sagaci, quegli acuti ottusi angolosi avevano svelato la mia patetica ricerca di pathos e mi guardavano, cotti dall’olio ma crudi nel loro giudizio. Sconsolata, mi accorsi che non c’era qualificativo che tenesse, non osai tentare con le altre categorie. La mia superlativa delusione, d’altronde, era già abbastanza dimostrativa della mia inettitudine e quantificativa di una possessiva gelosia per le mie parole scomparse.
Mi appropinquai dunque al riconoscimento del mio fallimento comunicativo, in attesa di essere esposta al pubblico ludibrio. Nonostante l’impostazione ciceroniana, la mia arringa consistette di poche frasi, di qualche sommesso “ci ho provato, devi credermi, le ho cercate dappertutto”, di un timido “non ci riesco, mi spiace, non ce la faccio”, di uno speranzoso “spero potrai perdonare questo mio silenzio, vorrei così tanto saperti parlare, vorrei così tanto saperti amare”. Quali turpi e basse parole! Da quando mi esprimevo con un registro così colloquiale? Dov’erano finiti i cari bei artifici retorici, che ben celavano le mie volgari insicurezze?
Quando tutto pareva oramai al totale disfacimento, accadde l’impossibile. Lui prese quel guazzabuglio di termini sconclusionati e li rassicurò sul loro valore, così spontaneo, così vero, li mise in fila un po’ a suo piacimento, a sentimento, e ne trasse una poesia. M’accorsi che le sillabe non erano sempre 11, eppure i versi mi riempirono il cuore della loro semplice umanità. Subordinate non ce n’erano, aggettivi forse un paio.
“Vedi?” mi disse. “Se ti spogli della forma sai anche dirmi ti amo”.
Immagine di copertina: Kelly Sikkema (Unsplash)





