La voce del Natale

Natale

Di come le cose più semplici e inaspettate riescono a risvegliare la magia del Natale.

Abbiamo dato vita ad uno speciale natalizio: riflessioni, storie ma anche e soprattutto consigli per vivere le feste al meglio. Trovi tutti i contenuti dello speciale qui e molti extra sui nostri canali Instagram e Facebook. Buon Natale dal team di Cogito et Volo!

Non le vedeva più con gli stessi occhi, quelle strade brulicanti di persone, immerse nel bagliore delle luci di Natale. Anche se la calca per la cioccolata calda e le urla dei bambini la facevano ancora sorridere, il Natale per Aurora era cambiato.  Non aveva idea di quando fosse accaduto, sapeva solo che il Natale aveva smesso di emozionarla. 

Ora, quel sentimento di meraviglia le sembrava eccessivo. Si sentiva anzi quasi oppressa dall’entusiasmo che la circondava: si era trasformata in una mera osservatrice di quell’evento. Si limitava a sorridere e a ripetere le classiche frasi di circostanza. Sotto sotto, però, le mancava quel sentirsi libera, quel sentirsi presente alla magia del Natale. Cercava di fingere di provare ancora quelle emozioni. Guardava ridendo le luci appese, incollava il naso alla finestra quando nel cielo apparivano i primi fiocchi di neve, cantava a squarciagola in macchina le canzoni di Natale. Ma nulla, quella magia in lei non si accendeva più. 

Non sentiva più nulla. Non era in grado, davanti a tutta quella gente, di concedersi il tempo di tornare bambina; cominciava a pensare che, forse, non le sarebbe stato più possibile. Si sentiva stupida ogni volta che cercava di lasciarsi trasportare dal clima natalizio, si sentiva banale e superficiale in quella gioia. 

Nonostante questo, non aveva mai avuto l’intenzione di rovinare quel momento a nessuno. Così, si sforzava in tutti i modi di rendere quella festa più magica, almeno per gli altri: detestava chi credeva che il Natale fosse un peso, la trovava quasi una cattiveria nei confronti di chi aveva ancora la capacità di essere dolce e fragile. Le stava veramente a cuore quella fragilità, perché lei avrebbe amato possederla ancora.

E ad ogni Natale, ecco che cercava di impegnarsi in qualche attività di volontariato, alla ricerca di quella delicatezza che tanto ammirava. Un anno aveva fatto il clown all’ospedale pediatrico, un altro era andata a cantare col coro della chiesa per le case del quartiere, un altro ancora aveva venduto biscotti con gli scout. Tutto questo nel tentativo di provare qualcosa. Di certo si era costruita molti ricordi, riflessioni profonde, ma non riusciva mai a godere appieno di quelle esperienze. 

Inoltre, ogni anno, qualche giorno prima della Vigilia di Natale, Aurora andava a casa della nonna a fare l’albero di Natale. La nonna infatti, ormai, era troppo anziana per addobbarlo tutto da sola, ma adorava vederlo brillare in salotto. Anche quell’anno, la nipote si infilò quindi nella cantina della nonna per tirare fuori gli addobbi. 

Dunque, dove l’avevo messo l’altr’anno l’albero? Forse è in questa scatola.

Immersa nella polvere e nell’ombra della cantina, iniziò a impilare gli scatoloni che le servivano. Le cadde anche una vecchia casettina in testa, da quanta confusione c’era. Portò a fatica tutti gli scatoloni in casa e iniziò ad aprirli. Per errore aveva portato al piano di sopra anche la cassettina che le era cascata addosso. Decise di approfittarne per mettere su un po’ di musica, dato che la nonna non era in casa. Il nastro sembrava contenesse alcune canzoni che i suoi nonni ascoltavano quando andavano a ballare. 

Iniziò a tirare fuori dallo scatolone i rami dell’albero, che erano divisi per colore, a seconda dell’ordine in cui andavano inseriti. Ogni anno rideva per la solita scritta del nonno. Per far prima, infatti, aveva già scritto l’ordine dei colori da seguire, per comporre l’albero. Al posto di “blu” c’era scritto “blea”. Quando leggeva quella scritta, Aurora pensava a quanto fosse assurda. Chissà perché a suo nonno piaceva così tanto chiamare il blu blea, e chissà dove l’aveva mia sentito la prima volta. Era una cosa che faceva solo lui, la mamma di Aurora non lo aveva mai fatto. Si era anche chiesta se blea indicasse una tonalità in particolare, ma non aveva mai trovato una risposta. 

Aurora proseguì canticchiando a decorare l’albero. Prima le luci, poi i festoni, e infine le palline di Natale e gli addobbi in legno. Per la stella le toccava sempre prendere lo sgabello, incrociando le dita nella speranza di non cadere. Infine, spegneva tutte le luci e lasciava accesso solo l’albero, per vedere l’effetto che faceva.

Dopo quell’ultimo sforzo, Aurora si sentì piuttosto stanca: le dolevano i piedi e la schiena e non vedeva l’ora di stendersi. Le venne così l’idea, visto che era sola in casa, di prendere una di quelle coperte che sua nonna aveva cucito a mano e stendersi sotto l’albero a guardare le luci. Magari avrebbe scoperto qualche sensazione speciale. Ci rimase un po’ nella speranza di emozionarsi, ma non riusciva a non pensare al forte odore di polvere che le riempiva il naso.

Immagine tratta da Pexels

Si alzò velocemente da terra, sbattendo la coperta ormai impolverata, la ripiegò con cura e iniziò a mettere da parte gli scatoloni. Intanto la musica della casetta era terminata, ma continuava ad emettere un suono, come se ci fosse ancora altro da sentire. Sbuffò al pensiero che potesse essersi rotta. Poi, improvvisamente, partì una voce. 

Aurora? Aurora? Saluta con la manina, fai ciao ciao al nonno!  

Le si raggelò il sangue a sentire di nuovo quella voce. Era così tanto che non la sentiva… Da quando il nonno era morto, realizzò. Aurora era sempre stata legata a suo nonno, perché aveva passato gran parte dell’infanzia con lui: alla sua morte si era sentita molto a disagio. Sapeva che, per quanto potesse dispiacersi, lui non sarebbe tornato indietro. Aveva avuto un’immensa paura ad affondare in quel dolore, perché non sapeva se sarebbe mai riuscita a lasciarselo alle spalle. Così, aveva preferito ingannare la sua mente, negando il fatto che fosse morto. Semplicemente, per lei non era più in casa, o non aveva la possibilità di vederlo, ma lui era sempre lì, informato su ogni cosa. 

Sentire improvvisamente quella voce fu come avere di colpo la conferma di quanto era successo. Aurora si sedette inerme sul divano, mentre la menzogna che si era creata andava in pezzi.

«Aurora, fai ciao ciao con la mano!». 
«Ciao nonno, hai visto cosa ho trovato?»
«Wow! Ma che bella, Aurora!»

Aurora si alzò dal divano e si diresse verso l’impianto audio. Voleva spegnere tutto. Era inutile emozionarsi per una cosa così stupida. A casa aveva un sacco di filmati di suo nonno. Quel nastro non aveva nulla di speciale.

«Aurora, e che colore è questo?»
«Mm?»
«Di che colore è la pallina? »
«Non lo so»
«Dai, non fare la dispettosa, so che sai di che colore è. È il tuo preferito».
«Blea»
«Cosa?»
«Bleaaaaa»
«Eh sì, è proprio blea! Dai, vai ad appenderla all’albero».

Era blea, blea. Aurora non poteva crederci. Tra tutti i colori che avrebbe potuto avere quella pallina, proprio blea? E poi lei non si ricordava assolutamente di aver chiamato il blu “blea”. Sua madre non glielo aveva mai raccontato. E invece l’aveva detto proprio lei al nonno, blea era una sua invenzione. Aveva ribattezzato un colore.

Fece un sorriso sbuffando e scuotendo la testa, tenendosela tre le mani. La gola iniziava a pizzicarle. Che ridicola, che era. Piangere per una cosa simile. Ma non ce la fece proprio. Scoppiò in un pianto silenzioso: le lacrime sul suo viso scendevano calde e il suo sguardo era perso tra le luci dell’albero e l’impianto audio. 

Si alzò e portò indietro la casetta. 

«Aurora, che colore è questo?»
«Mm?»
«Di che colore è la pallina? »
«Blea, blea»

Aurora ripeteva quella parola in concomitanza con la casetta, sussurrandola come fosse un segreto. In quel momento ripensò al Natale di tutti gli anni passati: ai bambini dell’ospedale, agli anziani del quartiere, all’odore di biscotti, e ogni ricordo sembrava alimentare il suo pianto.

Di colpo, ogni cosa sembrava aver preso il suo significato, al sussurro di quella parola.

Blea.  

Finita la crisi di pianto, riprese in mano lo scatolone, per leggere ancora quella parola magica.

Blea.

Rise. Pensava a quanto fosse assurda tutta quella vicenda, a tutti gli anni in cui aveva riso pensando a quella parola buffa che proprio lei aveva inventato.

Suo nonno le mancava, come a chiunque altro mancano i cari i giorni prima del Natale. Ma quel giorno le sembrò un vero e proprio miracolo risentire la sua voce. Le sembrò una vera magia di Natale scoprire che blea era solo un ricordo affettuoso di suo nonno di lei. Era un ricordo della sua delicatezza, della sua innocenza di bambina, di quando era ancora in grado di vedere, nel blu, il blea. 

Le si ruppe il cuore a pensare che quel ricordo, ora, non la rappresentava più. Le sembrò di tradire la memoria del nonno. 

Fu solo allora che, con quel pezzo di cartone in mano, capì che quella magia non l’aveva mai persa. Era solo stata coperta, per un po’ di tempo, dalla polvere.

Immagine di copertina tratta da Pexels

Prendere la penna in mano mi rende terribilmente felice. Fin da piccola mi sono innamorata del mestiere di scrivere, poteva essere il classico romanzo rosa, invece porto le cicatrici sul corpo di questo amore. Combatto ogni giorno per conquistare un pezzo del mio sogno, vivere di parole, perché anche se mi fa soffrire ne sono terribilmente innamorata.

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