Chiamami Calibano
Il silenzio pesava, si faceva sentire più di un grido. Solo il ronzio intermittente dei neon della palestra spezzava l’aria, un suono elettrico, fastidioso, ipnotico. Poi lo vidi arrivare. Il Fabbro. Lo chiamavano così. Dietro di lui, un gruppo di ragazzi della sua età, forse dieci anni meno di me. Lo scortavano, lo accompagnavano come se fosse un ingresso sul ring di un vero match. Lui sapeva già come sarebbe andata. Un allenamento rapido, indolore per lui, una resa immediata per l’altro. Come sempre. Gli occhi erano pozzi scuri, senza fondo. Una cornice di cicatrici ne incattiviva ancora di più l’espressione, lo rendeva crudele, glaciale. Nessuna emozione, nessuna esitazione. Il Maestro ne andava fiero. Lo guardava come si guarda un’opera perfetta, scolpita nel dolore e nella fatica. Non avevo mai visto dal vivo un pugile così orribilmente ineluttabile. E anche questo esaltava il Maestro, che si vantava della sua creatura. Ma proprio per questo nessuno voleva fargli da sparring partner. Nessuno voleva farsi massacrare.
Io, lì in mezzo, non esistevo. Non ero nulla per quella ciurma di assassini del ring. Ai loro occhi ero solo un’altra mosca da schiacciare, un altro sacco da spezzare sotto i montanti del Fabbro. Qualcuno già mimava il gesto di chiamare l’ambulanza. Tra poco avrebbero dovuto raccogliermi da terra e ricucirmi pezzo per pezzo. All’improvviso mi ritrovai davanti la faccia sorridente del Maestro. Troppo sorridente. Si avvicinò, farfugliando qualcosa, forse un commento sconsolato sulla mia sorte già segnata. Poi parlò chiaro: “Allora, abbiamo detto: almeno tre round. Ti pago 10 euro a round, quindi se arrivi fino in fondo sono 30 euro. Se vai giù prima, sono cazzi tuoi. Se finisci all’ospedale, problema tuo. Hai capito?” Feci un cenno di assenso.
Il Maestro annuì e rincarò la dose: “Cerca di impegnarti. Voglio che combatti. Devo allenarlo, questo cane rabbioso. Non può farsi una passeggiata. Sei settimane e si gioca il titolo italiano. Me lo devi far sudare.” Il tono era serio, definitivo. Non risposi. Mi limitai a mascherare il panico dietro una sicurezza di facciata, come se sapessi esattamente cosa fare per portare a casa la pelle. Una recita, la mia. Ma neanche troppo convincente. Il Fabbro stava nel suo angolo, appoggiato alle corde, gli amici dietro di lui come un piccolo esercito. Mi lanciava occhiate storte, sorrisi obliqui, come se già pregustasse il momento. Poi si tolse la maglietta con calma, senza fretta. La pelle nuda brillava sotto le luci della palestra, lucida come una macchina appena uscita dal concessionario. Muscoli gonfi, cesellati, roba che non prometteva niente di buono. Le sue mani—grosse, pesanti—dovevano essere martelli.
Forse era per questo che lo chiamavano così. Lo avrei scoperto a breve. Sulla mia faccia. Indossava un caschetto vecchio, rovinato, aperto sui lati, senza parazigomi. Come se non gli servisse. Il pantaloncino da pugile professionista aggiungeva un’aura ancora più feroce. Ma quello non era un fabbro. Quello era un carro armato. E lo sapevo. Lo sapevano tutti. Aveva visto la guerra decine di volte e ne era sempre uscito vincitore. Il caldo mi costrinse a spogliarmi a mia volta. Non fu un bello spettacolo. Lo capii subito dalle risate, dal chiacchiericcio velenoso della ciurma che mi stava di fronte. Pelle bianchissima, non come il marmo, no. Più simile a una mozzarella dimenticata fuori dal frigo. Muscoli pochi, coperti da un velo di grasso molle. La schiena curva, la scoliosi evidente. Brufoli, ginocchia storte. Un vecchio carretto sgangherato, pronto a perdere pezzi al primo scossone.
Ridevano. Sfottevano. Ma loro non vedevano quello che c’era sotto. Sotto quell’ammasso di carne arrugginito c’era altro. C’era fibra, c’era elasticità. Nervi pronti a scattare, rapidi come una molla. Per fare a pugni servono le mani, non il trucco e il parrucco. Loro vedevano un relitto, un mostro storto e fuori posto. Ma io sapevo la verità. Sotto quella pelle, sotto quei difetti, si nascondeva una macchina perfetta. Una macchina da combattimento.
Tra me e me, pensavo alla strategia. Il Fabbro sarebbe partito subito all’attacco, cercando di mandarmi in panico. Avrei dovuto chiudermi in difesa all’inizio. Eventualmente legarlo in clinch. Non sarebbe stato per nulla facile. Una battaglia in campo aperto, come due opliti sotto il sole cocente. In quel momento non c’era nulla in palio: né soldi, né fama, né gloria. Eravamo due pupazzi in quello che formalmente era un allenamento come tanti altri, ma non per me. Non combattevo per odio o per chissà quale nobile valore: quella era la prima tappa di un riscatto.
Nella mia testa, e davanti ai miei occhi, scorrevano le immagini di centinaia, migliaia di persone che nel corso della mia vita mi avevano insultato, deriso, tradito, abbandonato, trattato come un insetto immondo. Ogni faccia mi ricordava quanto dovessi farlo per me stesso. Dimostrare a me stesso che potevo essere qualcosa di più di una massa di carne informe.
Il maestro diede il via: “Boxe!”. Si partì. Cominciarono le botte. La banda del Fabbro ululava, come indiani alla luna. Come immaginavo, il guerriero di fronte a me passò subito all’attacco. L’esito sembrava scontato. Il Fabbro scattò in avanti. Un destro incrociato. Non l’avevo nemmeno visto arrivare. Aveva attraversato metà ring alla velocità della luce e il suo pugno si era già spiaccicato sulla mia faccia. Era chiaro: voleva farmi secco, subito. La conferma arrivò un istante dopo. Al primo pugno ne seguirono altri, decine. Una pioggia continua di colpi. E dopo ogni affondo, con un leggero passo indietro e poi di lato, usciva dal mio asse di combattimento. Era forte, veloce, agile. Un vero mamertino della boxe.
Ero costantemente contro le corde, a prendere colpi. Triturato sotto le mani del Fabbro. Quelli all’angolo si godevano il macello, eccitati, certi dell’esito. Sarebbe durato pochi attimi, poi tutti a festeggiare, come sempre. Stolti. Non si erano minimamente accorti che ero ancora in piedi, inscalfibile di fronte a quella massa di sfuriate potentissime. Ero perfettamente in controllo del mio corpo. E del match. Aspettai così per due minuti, facendo volutamente da sacco. Il Fabbro, col passare del tempo, si esauriva. Finiva la benzina. Tirava troppi colpi. E nessuno degli indiani che ululavano alla luna si era accorto che i suoi pugni finivano sulla mia guardia, o scivolavano via, smorzati dalla mia difesa.
Nell’ultimo minuto cominciai anche a schivare. Il mio avversario andava costantemente a vuoto. Toccava a me. Non ero in affanno. Anzi, ero energico più che mai. Il Fabbro arrestò la sua furia cieca, arresa ormai alla mia ineluttabilità. Mi spostai al centro del ring, elegante. Attesi l’ultimo, debole colpo del mio rivale e lo incrociai. Un gancio destro potentissimo al mento. Cadde al tappeto in un istante. Gli ululati dei compagni si spensero di colpo. Occhi sbarrati. Anche il Maestro, fino a quel momento in disparte, era incredulo. Il suo pupillo era a terra. Un fatto mai avvenuto nella storia. Ed ero stato io il primo ad atterrarlo. A poco a poco, il Fabbro si riprendeva. Quello che pochi attimi prima era un mocio, tornava di marmo. Era un duro, non c’erano dubbi. Il piccolo pubblico presente ricominciò a incitare il suo beniamino. Alcuni liquidarono la mia impresa come un colpo di fortuna del principiante. Ma in cuor loro, sapevano che non era così. E lo sapeva bene anche il Maestro. Al netto del suo machiavellismo, di boxe ne capiva parecchio.
Appena il mio avversario si rialzò, cominciai a girargli intorno come un gatto. Ero ovunque. Andavo da una parte all’altra e, mentre mi spostavo, gli lanciavo jab secchi, frustati, che andavano sempre a segno. Di tanto in tanto, aggiungevo un diretto destro, l’uno-due. Se si avvicinava troppo, chiudevo l’azione con un gancio sinistro per sbarrargli la strada. Il Maestro dava indicazioni: «Stagli stretto! Chiudi la distanza! Stagli attaccato!». Il Fabbro non riusciva più a tirare colpi. Cercava solo il clinch, ma io sgusciavo via come un’anguilla ad ogni suo tentativo. Lui cercava di recuperare le forze nel poco tempo che restava; io, di logorarlo ancora, con colpi veloci e precisi. Il round finì. Tornai al mio angolo per recuperare. Lo stesso fece il Fabbro, ma si trascinava per la fatica. I suoi gli porsero una borraccia e lo inondarono d’acqua per farlo riprendere. Il secondo round fu diverso dal primo. Molto più di studio. Il Fabbro si teneva alla larga dai miei colpi, che pungevano veloci e scintillanti. Sembrava non sapesse che fare; forse era la prima volta che si trovava in una situazione simile. Fu il Maestro a serrare i ranghi del suo uomo. Gli dava indicazioni precise. Il Fabbro acquisì lucidità ed eseguiva, come un bravo soldato agli ordini del suo generale. Parava, schivava. Ogni tanto portava qualche colpo. Non era più la furia del primo round; sembrava un altro pugile. Si era adattato molto velocemente e cercava di recuperare i danni. Indubbiamente era preparato, fisicamente e tecnicamente. Aveva molta esperienza.
Capii che avrebbe trovato una chiave per uscire dai guai. Non potevo più fare la scherma con lui. Ora toccava a me trasformarmi. Diventare il Mike Tyson della situazione. Cambiai stile. Passai al corpo a corpo. Anch’io sapevo adattarmi, potevo essere un pugile liquido, cambiare forma al momento opportuno. Per tutta la vita avevo subito. Ero sempre stato un essere mostruoso e lentigginoso, un Calibano, senza arte né parte. Ma sul ring, in quelle condizioni, potevo essere chi volevo. Potevo mostrare la mia cattiveria e neutralizzare la minaccia. Quando attaccai corpo a corpo, il Maestro si spaventò. Forse non se l’aspettava. La potenza dei miei colpi era triplicata, si notava chiaramente. Andavo a segno con tutto: colpi singoli, combinazioni. Poi accadde di nuovo. Un montante al fegato, e il Fabbro era di nuovo per terra. Nonostante la botta, riuscì comunque ad alzarsi. Formidabile. Appena si rimise in piedi, gli fui di nuovo addosso. Lo spinsi verso le corde con tre colpi potenti. Era di nuovo con un ginocchio a terra.
In condizioni normali, il Maestro avrebbe gettato la spugna. Ma non poteva sopportare la figuraccia di perdere contro un essere come me, un Calibano venuto dal nulla. Avrebbe pagato cara quella scelta. La ciurma all’angolo del Fabbro non incitava più; avevano perso la voglia di urlare. Restava poco tempo alla fine del secondo round. Il mio avversario cercava solo il clinch, anche sporco. Non ne aveva più. E mancava ancora un round. La situazione era tragica per lui. Io continuavo a sferrare colpi precisi e potenti, ma dovevo ammettere che quell’uomo era molto resistente. Riuscì comunque a finire il round in piedi, sebbene visibilmente in affanno. Il Maestro non sapeva più che fare, si metteva le mani nei pochi capelli che gli restavano. Io osservavo la scena, tranquillo, al mio angolo. Senza nessuno a cui aggrapparmi. Gli amici del Fabbro erano preoccupati e, al contempo, arrabbiati con me. Com’era possibile che un “esserino” potesse dare una lezione simile al loro compagno di quella caratura? Eravamo stati l’elefante e la formica, poi Ettore e Achille. La fine sarebbe stata quella di Davide e Golia.
Sembrava già scritto. Ma, non so come, quel Fabbro era ancora in piedi. Gli bastavano quaranta, cinquanta secondi per recuperare gran parte delle energie. Sapevo che sarebbe tornato una furia, mosso dall’orgoglio. Nel terzo round andammo entrambi corpo a corpo. Un continuo para e rispondi, prima l’uno poi l’altro. Sembravamo instancabili. Attacco e contrattacco, come solo due vecchie glorie della boxe sanno fare. Ma più passava il tempo, più guadagnavo terreno. I primi due round cominciavano a pesare su di lui, e la sua rinnovata aggressività non sortiva più effetti contro di me: ero troppo preparato, anche per uno come il Fabbro. A un certo punto, entrò in clinch. Io, da sotto, cercai il montante al mento. Lo tirai con la mano in verticale, riuscii a passare nella sua guardia. Arrivai al mento. Proprio mentre suonò la campana. Il Fabbro sembrava infuriato. Era rimasto in piedi solo perché, barcollando all’indietro, era stato trattenuto dalle corde. Ma nel rimbalzo tornò in avanti, urlando: «Ancora uno! Ancora uno!». Voleva un altro round. Pensava di riuscire a farmi fuori. Il Maestro non voleva sentire ragioni, per lui era finita lì. Poi si rivolse verso di me. Feci un cenno. Andava bene. Un quarto round. Altro allenamento per me.
Partì la campana del quarto round. Ora il Fabbro era una furia e veniva all’assalto, cercando colpi violenti. Io arretravo, tiravo colpi di sbarramento. Cercavo la scherma, non più la picchiata. Infine, il Fabbro si espose eccessivamente. Abbassò la guardia. Gli piazzai un diretto secco tra i denti. Cadde di nuovo al tappeto. Questa volta, rimase inerte. Era finita. Era immobile a terra. La ciurma all’angolo salì sul ring per rianimare alla meglio l’uomo a terra: sventolavano asciugamani, lanciavano acqua. Alla fine, si riprese. Incrociai lo sguardo del Maestro. Gli dissi: «Mi devi quaranta euro». Lui mi guardò con gli occhi spalancati. Fece solo un breve cenno con la testa. Scesi dal ring. Mi si avvicinò un ragazzino, piccolo, chiamato “lo Smilzo” per la sua struttura microscopica. Mi porse un po’ d’acqua, poi mi chiese timidamente: «Come ti chiami?». Gli risposi, deciso: «Chiamami Calibano».
In copertina Foto di Ron Lach https://www.pexels.com/it-it/foto/bianco-e-nero-persona-donna-finestre-8744805/





