Se questo libro fosse un dipinto sarebbe ad acquerello

Oh, eccoti. Stavamo aspettando giusto te. Nessun ritardo, figurati, sei libero di venire quando vuoi. Ma quando vieni ci fa piacere. Prendi un cuscino e un biscotto, scegli la poltrona o il divanetto. Trovati un posto che ti piaccia e sia tuo. Fatto? Bene, ora sei davvero dei nostri. Spegneresti la luce? L’interruttore alla tua destra, eccolo. Non sarebbe lo stesso senza un po’ d’atmosfera. Del resto, questo è il primo gruppo di lettura al buio di Cogito et Volo. Se il libro di oggi fosse un dipinto sarebbe ad acquerello. In che senso, perché?

Spegni la luce – bravo, così. Ti spieghiamo subito tutto.

Credits: Jess Bailey on Unsplash

L’autore

Alan Kent Haruf è morto 2014, privando la letteratura americana di una delle sue penne più semplici e genuine. Originario del Colorado, ha svolto i mestieri più disparati: bracciante agricolo, assistente sociosanitario, operaio, bibliotecario ma anche insegnante universitario. E prima di ogni altra cosa padre di famiglia. Non viene ammesso all’Iowa Writers Workshop, allora lavora lì come bidello e viene accettato solo dopo ciò. Vive la crisi economica del settore letterario nonostante il discreto successo dei suoi primi libri (The Tie That Binds – 1984, e Where You Once Belonged – 1990).

Discreto e poco avvezzo a farsi pubblicità, accetta di fare un tour promozionale soltanto per Plainsong (in italiano Canto della pianura – 1999), il suo romanzo più noto, primo della Trilogia della pianura, che si completerà con Eventide (Crepuscolo, 2004) e Benediction (Benedizione, 2013). Trascorre i suoi ultimi anni in una casa di tronchi nella periferia di Salida con l’amatissima moglie Cathy, a cui sono dedicati tutti i suoi volumi. Pacato, autentico, meditabondo, come uno dei suoi personaggi.

Credits: Ibs.it

Se Canto della pianura fosse un dipinto sarebbe ad acquerello

Tinte leggere, paesaggi del countryside attorno al minuscolo e immaginario comune di Holt, Colorado, unica ambientazione dell’intera bibliografia di Haruf.

Canto della pianura narra le storie semplici di personaggi che potrebbero essere i tuoi vicini di casa. Perlomeno, se tu vivessi in una sperduta campagna americana. Può – ti chiederai – essere attraente un libro che parla di anziani allevatori, bambini in bicicletta, ragazze madri e poco altro? Decisamente, se a scriverlo è una penna tanto onesta. Il titolo originale, Plainsong, ne spiega meglio gli intenti: significa letteralmente “canto piano” che indica una tipologia di canto a cappella ma anche, più in genere, una melodia semplice.

L’ambientazione rurale di questo romanzo ha portato a tradurre plain come pianura, dando nome e corpo ai luoghi in cui si svolge, ma pensando a Plaisong nel suo senso musicale è facile capire come queste pagine posseggano un’unica intonazione, un timbro proprio. È la magia che pone le fondamenta della trama e le impedisce di collassare su se stessa o peggio nel banale, per quanto lo siano talvolta gli eventi descritti. Kent Haruf ha una scrittura così sincera che gli bastano poche parole per delineare i suoi personaggi con quella che Tommaso Pincio definisce sulla quarta di copertina “una voce stupenda, quieta e luminosa”.

Credits: birminghammuseumstrust on Unsplash

Perché dovresti leggere Canto della pianura

Per esserci mentre i fratellini Bobby e Ike fanno i biscotti a casa della signora Stearns, o per sentire borbottare tra loro Harold e Raymond McPheron, i due anziani allevatori di bestiame. Per veder maturare Victoria, che riesce a rimanere sia ragazza che madre con gran dignità. Per lasciarti raccontare di come infuria il vento in certe serate d’inverno, o di com’è rassicurante il silenzio al tramonto oltre le recinzioni poco fuori Holt. O assistere alla scena, così dolce e così vera, in cui Tom si decide a chiedere a Maggie Jones di ballare:

Lui le prese la mano e la guidò sulla pista. Era un pezzo veloce, lui la spingeva lontano e lei tornava indietro, la faceva girare come una trottola e lei riprendeva a muoversi avanti e indietro e di nuovo lui la faceva volteggiare e ad un certo punto lei se lo ritrovò di fronte e gli disse, Accidenti a te, Tom Guthrie, sto facendo tutto io!

Ma Guthrie si accorse che gli occhi le sorridevano.

Canto della pianura, Kent Haruf

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