Se questo libro fosse un colore sarebbe bianco sporco

Vieni, siediti qua. Sei stato invitato, dopotutto. Benvenuto, accomodati. Questo è il primo consiglio di lettura al buio di Cogito et Volo. Ti diamo un titolo vago, ci clicchi sopra: scarti così il tuo pacco regalo. Scopri di che libro si tratta. Ti diremo sempre Se questo libro fosse prima d’ogni altra cosa. Stimoleremo così la tua immaginazione. Oggi il libro se fosse un colore sarebbe bianco sporco. Perché? Fermati un attimo, prendi posto. Assaggia qualche biscotto – stanno proprio lì, sul tavolino basso. Mettiti comodo: si parla di libri. E le letture migliori si fanno sempre così, in tranquillità e all’ombra di un religioso mistero.

Credits: Natalia Arkusha on Unsplash

L’autore

Si chiama Alberto ma non Moravia. Non davvero, perlomeno. Alberto Moravia è lo pseudonimo di Alberto Pincherle, che così decise di chiamarsi dai vent’anni in poi. Già da bambino inizia a inventare narrando a se stesso: fossi stato lì nei primi anni del Novecento l’avresti visto mentre bofonchiava romanzi già dalla tenera età.

Si trattava d’un istinto, d’un impulso oscuro e violento, che non aveva alcun bisogno della scrittura.

A. Moravia

Complice un padre collezionista di Shakespeare e Goldoni, Moravia cresce in un fervente clima culturale in cui s’immerge specie negli anni del liceo, quando la tubercolosi ossea lo costringe a letto (che interpreta come participio passato del verbo leggere).

Tra convalescenza e ripresa conosce l’ambiente intellettuale romano, londinese, parigino. Il Moravia viaggiatore raggiunge anche gli USA e il Messico: tutto gli pare più respirabile dell’Italia fascista, quella che gli censurerà Le ambizioni sbagliate nel 1935. Qualche anno addietro, nel 1929, pubblica il testo che passerà alla storia come primo romanzo esistenzialista italiano: Gli indifferenti.

Credits: Ibs.it

Se Gli indifferenti fosse un colore sarebbe bianco sporco

Bianco perché di che altro colore può essere l’apatia dei due fratelli protagonisti? Sporco in quanto l’indifferenza è un sentimento comunque inquieto, mai statico o definitivo, in costante parentela con un’inquietudine esistenziale sottaciuta ma morbosa.

“Tutta questa gente” pensò, “sa dove va e cosa vuole, ha uno scopo, e per questo s’affretta, si tormenta, è triste, allegra, vive, io… io invece nulla… nessuno scopo… se non cammino sto seduto: fa lo stesso”

Michele ne Gli Indifferenti, Alberto Moravia

Cinque personaggi soltanto e poco più di due giorni d’azione. Carla e Michele (i fratelli, appunto), Mariagrazia (la madre), Leo (l’amante di lei), Lisa (l’amica, per così dire, di Mariagrazia). Il ritratto della fasulla borghesia che aveva tanto stufato lo stesso autore, che in Carla e Michele incarna quella noia di vivere che sarà titolo e sostanza de La noia (Bompiani, 1960).

È costante, ne Gli indifferenti, l’uso delle parole ridicolo e falso, e non può che essere tale il minuscolo acquario stantio nel quale annegano le esistenze dei protagonisti. A cominciare da Carla, il cui sogno ricorrente di costruirsi “una nuova vita” scade poi nell’infelice scelta che hanno fatto sia sua madre che Lisa: cascare mollemente tra le braccia di Leo. Lui è di certo il più antipatico del romanzo, benché competa per il titolo con la banale Carla, la svampita e superficiale Mariagrazia o con l’infantile Lisa, che pensa bene di innamorarsi di Michele più o meno a metà volume lanciandosi in una serie di battute che ad oggi non potremmo che definire cringe. Per non parlare di Michele, che non ne combina mai una buona. Ah, ma così non rimane nessuno.

Alberto Moravia ed Elsa Morante. Capri, 1940.

Perché leggerlo, allora?

Perché questo libro, come tutte le cose che contano, lascia addosso uno strano prurito. Moravia è bravissimo a punzecchiare, infastidire, e descrive con meticolosa precisione situazioni e personaggi che in mano a uno qualsiasi di noi sarebbero morti sul nascere. Questa storia è un fitto intreccio di equilibri (o meglio, squilibri) inter- e intrapersonali da far venire i brividi, e si fa carico di un sentimento di un’epoca che si sta facendo capolino anche tra i nostri giorni: l’inazione. L’incapacità di opporsi alla corrente del pensiero o luogo comune. Il desiderio, sì, di fare qualcosa, ma cosa, alla fine? Che potere ha l’individuo di modificare la realtà in cui alberga e quali vantaggi può trarre da un gesto del genere se la corrente continua ancora a scorrere, se la vita stessa appare una irrimediabile farsa?

Alberto Moravia e Tiziano Rizzo nel 1985

Muovetevi, grideremmo ai personaggi! Parlatevi, ditevi la verità! Gli indifferenti sarebbe terminato a pagina 12 se tutti i vertici del suo pentagono si fossero seduti – magari in uno di quei loro salottini – a dirsi quattro parole in sincerità. Ma non lo fanno, il loro sguardo rimane miope e si limita a osservare il poco che c’è oltre se stessi. Sono come quella luce caravaggesca che Moravia descrive tanto bene scendere dai lampadari a campana: essa illumina, teatralmente, solo il centro della stanza, mettendo in ombra tutto il resto.

Ancora: perché leggere Gli indifferenti? Perché è un pericolosissimo specchio dove guardare le storture di una società che è anche la nostra, imbambolata nell’incantesimo delle sue stesse parole vuote. Perché spesso siamo Carla e Michele in jeans, e neanche ce ne accorgiamo. O anche “soltanto” per la sua scrittura magistrale, che insegna che esiste una parola per dipingere qualsiasi cosa al mondo. Anche il bianco, purché sia sporco.

avatar

Su di me: il cielo stellato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.