Rosalind Franklin: ancora Dark Lady del DNA?
Nel mondo scientifico e nell’immaginario popolare, Rosalind Franklin è la Dark Lady del DNA, così come la biografa Maddox l’ha consegnata alla Storia. La versione cui finora un po’ tutti abbiamo aderito racconta il misconoscimento del suo ruolo nella scoperta della struttura del DNA. Ad essere premiati furono i suoi colleghi maschi Wilkins, Crick e Watson, con il Nobel nel 1962. Lei era morta qualche anno prima e non venne menzionata.
Questa benedetta fotografia 51
La tesi è rafforzata dal bestseller di James Watson (uno dei protagonisti della scoperta), “La doppia elica” (Atheneum Press, 1968), nel quale l’autore ammette di aver sfruttato una fotografia a raggi X ottenuta da Franklin. Per intenderci, è quella che ci fa subito pensare all’autrice e alla sua storia quasi da “icona femminista”.

La Fotografia 51 fu l’epifania di Watson, permettendogli di dedurre la struttura a doppia elica del DNA. Questa è la versione ipersemplificata e romanzata dallo scienziato, il quale sappiamo non essere un campione di correttezza e umiltà (oltre ad essere un maschilista come pochi). Magnanimamente, Watson consegna alla collega un ruolo, che tuttora è quello con cui noi la percepiamo: ovvero la scienziata il cui lavoro non fu riconosciuto. Come lavoro, si noti bene, qui si intende l’acquisizione della Fotografia 51, niente di più. Con una mano, dunque, si concede un pietoso riconoscimento, con l’altra le si sottrae il vero valore.
E adesso cosa c’è di nuovo?
“What Rosalind Franklin truly contributed to the discovery of DNA’s structure” : questo il titolo dell’articolo apparso su Nature a fine Aprile 2023.
Gli autori del testo, al lavoro sulla biografia di Watson e Crick, hanno portato alla luce alcuni appunti interessanti anche su Franklin, dagli archivi a Cambridge. Documenti, che mostrano un nuovo punto di vista: una storia in cui la scienziata è protagonista e non una donna indifesa derubata.
Franklin e il DNA
Agli inizi degli anni 50, non si aveva chiara né la struttura, né la funzione del DNA. Rintracciato in tutte le cellule, si conosceva la composizione chimica, uno scheletro fosfato con quattro basi azotate: adenina, timina, guanina e citosina. A Londra, al King’s College, Wilkins, Franklin e altri colleghi, investigavano il DNA tramite diffrazione a raggi X. Franklin, abbastanza esperta in questa tecnica, aveva già discriminato tra le due forme che poteva assumere la molecola a seconda dell’umidità dell’ambiente in cui veniva posta.

Il gruppo dedusse dalle immagini un insieme di dati sperimentali: la forma elicoidale con un’unità ripetitiva di 34 Å e altre misurazioni fondamentali per l’elaborazione della famosa struttura descritta da Watson e Crick. Queste informazioni vennero passate tramite un report dal gruppo di Wilkins a quello cui faceva parte Crick. Una normale collaborazione scientifica tra gruppi di ricerca, insomma, di cui Franklin era senz’altro a conoscenza. Questo materiale inedito fino ai giorni d’oggi dimostra quanto la deduzione della struttura del DNA non fosse un furto o un “eureka”, ma un lavoro comune. Né il report, né la foto 51 potevano essere conclusivi da soli. Quello che mancò fu una corretta e cristallina gestione dei dati e delle citazioni.
Il “Mea culpa” di Watson e Crick?
L’anno successivo alla pubblicazione di tre articoli sulla doppia elica su Nature (1952, da parte di Watson e Crick, uno da Franklin e collaboratori, e un ultimo da Wilkins), una nuova pubblicazione di Crick e Watson riporta una più comprensiva descrizione della struttura. Inoltre, i ricercatori ammettono l’esistenza del report di cui si sono serviti come base per successive interpretazioni. Queste dichiarazioni poi passate in secondo piano rendono giustizia, sebbene in ritardo, al lavoro dell’altro gruppo e della stessa Franklin dunque. Spiega così anche perché non ci furono “proteste” in tal senso da parte di Wilkins e colleghi. Sapevano della collaborazione, avevano sottomano le pubblicazioni.
Quello che poi è passato alla cultura popolare è stato invece il modo di presentare la questione da Watson nel suo bestseller. E lo scottante fatto che nella cerimonia Nobel, Franklin non fu nominata. Magari non fosse deceduta, si sarebbe posta la questione? Non è detto che sarebbe stata insignita però.
Altri contributi di Rosalind Franklin
Al di là delle implicazioni prettamente strutturali, Franklin ipotizzò anche il modo in cui dal DNA si passa alle proteine, probabilmente tramite un codice dei diversi nucleotidi. Non arrivò comunque alla complementarità delle basi, poiché non stava lavorando con le forme corrette delle basi, né realizzò l’orientamento inverso dei due filamenti, cosa che fu compresa da Watson e Crick.
Lei infatti non solo aveva meno esperienza nelle questioni biologiche, ma anche meno contatti con gli altri per scambiare idee. L’ambiente le era ostile e, essendo schiva, preferiva lavorare isolata.
Meno serendipità e colpi di singoli geni
Molto spesso nell’immaginario collettivo, lo scienziato è ancora il genio che vive nella sua torre d’avorio e che giunge a conclusioni nuove inaspettatamente (la tanto discussa serendipità). La scienza va avanti grazie a collaborazioni, le scoperte non sono quasi mai opera di un singolo, ma provengono dalla costruzione lenta e costante, a cui contribuiscono un’infinità di fattori e di persone.
Le nuove informazioni aiutano a riabilitare Franklin, ponendola in una posizione di parità almeno da un punto di vista intellettuale, oltre che pratico, e rendendo la scoperta il risultato di sforzi congiunti. Nonostante ciò, o anzi forse proprio per questo, ecco che una dignità prima d’ora mai riconosciutale viene restituita a Rosalind Franklin, una vera parità.
Bibliografia e per approfondire
“What Rosalind Franklin truly contributed to the discovery of DNA’s structure” Matthew Cobb and Nathaniel Comfort (Nature, 25 Aprile 2023)





