Intervista a Tosca: il punk italiano si farà
“Credo che ormai punk non debba più essere lo specchio dell’essere ribelli. Ti piace un genere e lo fai.. E se mi danno del poser?” Chissene frega.
Folgorato dal video musicale di Diventerai Una Star in un periodo in cui per alternare gli sfarzi di MTV ai cartoni animati non serviva abbonarsi alla pay tv, Alberto Toscani, in arte Tosca, sta compiendo il suo debutto nella nuova ondata di punk italiano, ispirandosi al pop-punk italiano dei primi anni 2000 e alla corrente indie. Dopo aver pubblicato l’EP MATCH nel 2023, lo scorso maggio è tornato sulle scene con MARY, un secondo EP di punk coloratissimo, in cui, tramite la sua penna, racconta alcuni momenti significativi di sue relazioni presenti e passate.
In questa intervista ci siamo fatti raccontare da Tosca la sua storia d’amore con il punk e cosa comporta esserne uno nel 2024 (spoiler: non per forza fare il ribelle!) ma anche la nascita del suo secondo EP MARY.
So che sei cresciuto nella provincia lombarda e hai iniziato a pubblicare nel 2021 i tuoi primi lavori su Spotify. Che ruolo ha avuto la musica nella tua crescita?
Se parliamo di dove sono cresciuto non c’è mai stata la musica all’interno della mia piccola provincia. L’unico aneddoto che posso raccontare è che quando ero molto molto giovane parlando con i miei amici proponevo spesso di iniziare a fare una band però non c’è mai stata una grande influenza musicale fra di noi ragazzi di paese. Per me la passione per la musica c’è sempre stata ma non ho mai avuto l’input di andare dai miei genitori e chiedergli di farmela studiare. È stato poi verso la fine delle superiori che avevo dei compagni di classe che smanettavano con le produzioni e mi ci sono messo anche, per giocare. Poi quella che io chiamo svolta c’è stata quando in quinta superiore ho conosciuto il mio produttore Leo che era il mio compagno di banco, a entrambi piacciono i Blink, ci siamo trovati e ci siamo detti che potevamo iniziare a fare qualcosa, ma non l’abbiamo fatto. È stato durante il Covid, che mi sono messo a scrivere e a cantare le prime canzoni, autoprodotte e registrate, nel 2022 le ho fatte sentire a Leo e con lui abbiamo finito il primo pezzo che poi ho pubblicato.
Quello che ne è uscito è un punk molto colorato. Cosa ti piace del punk che ti fa voler essere parte di questo genere?
Io sono rimasto folgorato nel 2006 quando su MTV passarono il videoclip di Diventerai una Star dei Finley. Io ascoltavo solamente i Blink, i Sum41 e i Green Day, quindi tanto punk ma anche tanto commerciale, pop, mentre punk italiano poco o niente. Magari conoscevo band di nicchia famose nella zona. Il mio primo ricordo di questo genere è quel video che potrei descrivere a memoria e la mia prima influenza è stata quella per quanto riguarda il punk. Ma sono anche un grande ascoltatore di indie italiano e tra i miei artisti preferiti – sempre presenti nel wrapped di fine anno in aggiunta ai mostri sacri del punk – ci sono i celeberrimi Calcutta, Coez, Frah Quintale. Quando vado a fare una mia canzone cerco sempre di mettere dentro tutto quello che mi piace senza fare un mappazzone.
Come racconteresti – se esiste – la differenza tra il punk Made in UK/USA e il punk italiano?
Te la racconto con un aneddoto che mi piace tantissimo. Era il 2021 ed ero allo Slam Dunk di Rimini (Festival Punk incredibile) con il mio producer Leo. Ero molto gasato che ci fosse Naska in apertura dei Sum41, e ne parlavo con Leo sulla strada per il festival. C’era tutto il lungo mare pieno di gente che si dirigeva verso il festival, e io dicevo che avere Naska che apriva i Sum41 era un traguardo assurdo e non vedevo l’ora di vederlo. Si gira questo signore di 50 anni circa e ci dice “Io entro dopo perché il punk italiano a me non piace” e io sapendo di fare punk italiano gli rispondo “Ma perché?”. E lui: “perché il bello del punk americano è che non capisci quello che dicono”. Io questa differenza personalmente non la vedo, forse c’è più professionalità in America perché la loro è una tradizione più lunga mentre qui è ancora di nicchia e spero che possa diventare il più commerciale possibile. Però la grande differenza è che queste persone che non ascoltano il punk italiano o lo ascoltano di meno, lo fanno perché non gli piace sentire “il ragazzino che parla della ragazzina”, quando invece i Blink hanno fatto un intero album che parlava di amore al college.
Quindi diresti che alcuni fan del punk non in italiano sono più fan del “rumore” che fa il punk che di quello che dice?
Probabilmente sì, questa è stata la mia percezione nei tre giorni di festival dove tantissima gente sosteneva questa tesi.
C’è una viralissima clip di Avril Lavigne dei primi anni 2000 dove lei dice “La cosa più punk che puoi fare è non dire che sei punk”. Nel 2024 cosa comporta l’attitudine punk?
Mi viene difficile descrivertela. Per me è un genere che mi piace e nel fare la mia musica io sono me stesso e non cerco di fare l’anticonformista. Vedo lo stesso anche in altri artisti italiani, ognuno rimane se stesso nel genere che fa e credo sia una cosa bella. Qualche giorno fa a me è capitata una clip dei Green Day dove si raccontava che di fronte a un cartello che gli lasciava ancora 1 min per finire l’esibizione loro avevano abbandonato il palco e spaccato tutto, e questa veniva definita la cosa più punk che abbiano fatto nella loro storia. Perché punk? Possiamo dire ribelle. Credo che ormai punk non debba più essere lo specchio dell’essere ribelli. Ti piace un genere e lo fai.

In sostanza ti senti più attaccato alle sonorità punk che al punk che a una sorta di stile di vita…
Diciamo di sì. Alcuni innamorati del genere potrebbero dire che sono un poser che è un’altra parola…. sarò un poser allora! Però se è quello che mi piace, quello che ascolto tutti i giorni non devo per forza essere un ribelle.
Il tuo EP MARY raccoglie 4 tracce che hai scelto di raccontare come un viaggio. All’inizio troviamo una ragazza che fa convertire un ragazzo ribelle in tranquillo, mentre l’ultima canzone (L’ultima volta) è un addio. Come mai la scelta del viaggio per raccontare queste quattro canzoni?
Per questo progetto sono stato molto fortunato nel circondarmi dalle persone giuste perché hanno tutti capito di cosa volevo parlare. Quando ho iniziato a lavorare al progetto quando avevamo già il 70% delle tracce finali . La prima volta che siamo andati da Heysimo in studio è stato bellissimo perché lui prima ancora di sentire i brani mi ha chiesto “Di cosa vuoi parlare? Qual è il percorso?” e lì mi è partita la rotellina su questo viaggio, e gli ho detto che in questi anni avevo scritto alcune canzoni su alcune fasi di relazioni che avevo vissuto e mi piacerebbe trasportare la persona che ascolta dentro questo percorso. Così il primo giorno avevamo già la scaletta e ci siamo chiesti come chiudere il cerchio e così è nata L’ultima volta. E poi con il management è partito tutto da una foto che avevo nella mia board di Pinterest e cioè quella di un camper.
Come ci era finito su questo camper nella board di Pinterest?
C’è un artista americano che si chiama Kenny Hoopla e mi piace molto lo stile vintage delle sue queste foto. Io in realtà non so usare Pinterest, faccio un sacco di casini, cancello le board, però avevo cercato i suoi lavori e dopo mi ero trovato nella home page una valanga di camper, tra cui una foto dove c’era anche un ragazzo che passava sullo skate e l’ho salvata. Da quella foto ed è partito tutto.
Come ti immagini il tuo ascoltatore tipo?
Sicuramente non è mio papà che dice che dovrei fare canzoni come Rose Villain o Annalisa. Sarebbe bellissimo che chi mi ascolta sia qualcuno che si ritrovi nelle mie parole. Sarei felicissimo se un ragazzo dedicasse alla sua ragazza Invece No. Dico sempre che sarò contento nel momento in cui qualcuno dedicherà le mie canzoni. E quindi me lo immagino come qualcuno che abbia preso un po’ di bastonate quando si parla di amore e si possa immedesimare.
Ho letto che un giorno ti piacerebbe andare a Sanremo, con chi il duetto?
Io sono super fan di Sanremo, non penso di essermene mai perso uno. Io e mia nonna avevamo questa tradizione in cui facevamo il Fantasanremo prima che esistesse, puntando sui possibili vincitori. Sarebbe bello andare a raccontare una mia disgrazia amorosa sul palcoscenico più importante di Italia. Per il duetto, se fossi libero di scegliere, non posso che dirti i Finley. Mi piacerebbe portare Diventerai una Star per dire al me bambino di 12 anni che è arrivato fino a lì.
Sei in un momento felice della tua carriera?
Si assolutamente, perché ho degli obbiettivi ma sto anche facendo musica con il mio migliore amico e per me è già un traguardo.
Potete trovare Tosca su Instagram e ascoltarlo su Spotify
Potrebbe interessarti anche: Intervista ad acquachiara





