Corna, synth pop e sudore: il live di Whitemary ai Magazzini Generali
Alla scoperta dell’universo sonoro di Whitemary, in un live che piano piano diventa un rito liberatorio collettivo
Mi perdoneranno gli amici dell’elettronica, ma io Whitemary proprio non la conoscevo. Ma la prima che mi perdonerebbe è proprio lei secondo me: intervistata da Ditonellapiaga per Rolling Stone è lei stessa a dire che il suo pubblico dovrebbe prima ascoltarla in live e poi in streaming.
Dunque eccomi, Sabato 22 Marzo ero sotto cassa ai Magazzini Generali alla scoperta di orizzonti sconosciuti, incarnati più precisamente dal nuovo album di Whitemary dopo il fortunato EP Alter Boy del 2019 : NEW BIANCHINI, composto da dieci tracce squisitamente autoprodotte. Questo nome già incuriosisce, che diavolo – figura importante, dovete sapere che mi sono trovata circondata da cappellini con corna – vorrà mai dire? A me l’ignoto piace, mi mette addosso una curiosità che dev’essere al più presto colmata. E allora inizio a vagare per la venue e conto: otto cappellini con visiera (tipico della scena elettronica, non ti fanno entrare se non lo hai o per lo meno ti guardano con sospetto), sette borselli, due ragazzi con crop top e mullet, una mini frangia…credevo di più.

Alle 19.30 in punto parte l’opening di Poche Cltv e poi Clap Clap! , mi consolo vedendo che c’è chi shazamma il pezzo Baianà (questa la sapevo pure io). Mi fa piacere scoprire che i miei pregiudizi e scetticismi non siano confermati. Il pubblico di Whitemary è confortante e libero da ogni etichetta ed io le voglio già più bene, perchè il fandom te lo crei e te lo coltivi. Dicevamo, l’opening fa il suo dovere, la folla è ormai un gruppo di leprotti saltellanti e quando Whitemary deve salire sul palco, sono già due ore che ci scateniamo. Mi fa sorridere che alle 21.31, ho guardato l’orologio ve lo giuro, la folla già applaude per incitarla ad uscire finalmente sul palco. E le mani le battono pure in contrattempo, motivo per cui capisco che siamo tra musicisti e mi sento un po’ a casa.
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Dovete sapere che Biancamaria Scoccia, abruzzese d’origine ma romana d’adozione, è diplomata in canto jazz e insegna al Saint Louis College of Music. Se scrollate fino ai primi post del suo profilo Instagram, troverete dei video in cui canta classici jazz piano e voce ed io non potevo che rimanerne piacevolmente colpita. Il cambio di genere è avvenuto grazie al suo fidanzato, fissato con l’elettronica francese, che le fece ascoltare Stress dei Justice. Racconta a Rolling Stone che è stato un trauma ascoltare quella canzone così lontana dal suo immaginario, ma pian piano si è accorta che avrebbe potuto solo così esprimere al massimo il suo potenziale creativo. In NEW BIANCHINI, il retaggio jazz non si sente musicalmente, bensì nell’attenzione ai dettagli, nella raffinatezza nella scelta dei suoni, un approccio delicato ma senza dubbio potente e magnetico. Quel giusto equilibrio tra dolcezza e amaro. Come dice lei nella bio Instagram: piccola sì, ma fa male.
Al live si è presentata così: sneakers e gambaletti in pizzo bianco, bike shorts rossi, maxi camicia e immancabile cappellino in crochet DIY con corna. Quasi una figura mitologica, che si muove agilmente tra i sintetizzatori,a volte graziosa a volte aggressiva. Il set up scenico è curioso: lei al centro e i suoi due paladini in gonnella e corna ai lati con un set di batteria. Il primo pezzo è OH! MA DAI, il quale ha fatto da apri fila per tutta l’uscita dell’album. Dopo mezz’oretta la situazione è già caldissima, tutti ballano ad occhi chiusi o sorridendo (e questo è un buonissimo segno) e Whitemary è instancabile, fa tutto bene e si beve pure un drink nel mezzo. Parte DENSO ed è così che ci fa sentire: in un movimento denso, un flusso che non vuoi finisca. Gli applausi partono subito ma timidi, quasi incantati da un loop che non vuole finire. Su DITEDIME la folla si scatena, un inno al fregarsene delle male lingue. Questo live diventa pian piano un atto liberatorio collettivo. Rimango ipnotizzata da come scandisce le poche frasi dei suoi pezzi: “Sembra che tutto non sia mai importante, sembra che tutto non sia mai abbastanza grande”. E il pubblico ripete in massa.

Urlare queste frasi è zen e liberatorio ed io non sottovaluterò mai più il synth pop. Fuori diluviava, ma tra le mura dei Magazzini si sprigionavano raggi di luce blu e rossa…chissà se qualcuno è uscito fuori per far ballare un po’ Milano.
Credit foto copertina @Fabrizio Narcisi x GDG Press





