The Sum Of Our Parts: La Storia Dei Pink Floyd. Episodio III, British Winter Tour

Pink Floyd 1975 1977

Scossa da tensioni interne, fantasmi del passato e ascesa di nuovi generi musicali la band non molla e sforna nuovi capolavori

Gestire il successo non è mai facile per nessuno, gestirlo dopo aver pubblicato un album che oltre alla fama ti ha donato anche l’ingresso legittimo nell’olimpo del rock a livello mondiale lo è decisamente di più. Ne sanno qualcosa i Pink Floyd, che dopo The Dark Side Of The Moon hanno corso anche il rischio di sciogliersi, date le difficoltà oggettive nel decidere all’unanimità quale futuro dare alla propria carriera. I vecchi equilibri erano definitivamente saltati e urgeva trovarne di nuovi al più presto.

Di fronte ad una crisi del genere l’unica soluzione era attuare un ritorno alle origini, che per la band significava trovare nuovo slancio creativo pensando ad una sola figura: Syd Barrett…

Cos’è successo nella seconda parte di questa serie? Recuperala QUI

Pink Floyd 1975
Pink Floyd in studio nel 1975

BRITISH WINTER TOUR: 1974-1977

Edimburgo, 1974. Dopo aver adeguatamente ritrovato le giuste energie per andare avanti, i Pink Floyd hanno ripreso da dove avevano interrotto: facendo concerti. Nella capitale scozzese ha inizio il British Winter Tour, le cui scalette prevedono una parte interamente dedicata all’esecuzione dell’ultimo disco, seguita dall’epica Echoes come bis, ed un primo set in cui iniziano ad essere testate alcune nuove composizioni. La formula non cambia: lunghe suite che si estendono tutte oltre i 10 minuti di durata, come ormai la band ha abituato il suo pubblico da un po’ di anni.

Il brano che apriva tutti i concerti si chiamava Shine On You Crazy Diamond, mastodontica opera da 25 minuti e pietra fondante del successivo disco dei Pink Floyd: Wish You Were Here. Disco dalla lavorazione complessa e secondo concept album per il gruppo, incentrato interamente sul tema dell’assenza e sul vuoto che caratterizza il rapporto con l’industria discografica (quest’ultimo esemplificato in particolare dalla domanda contenuta in Have A Cigar e che spesso fu davvero fatta alla band “Chi di voi è Pink?”). In questa fase così importante e delicata della loro carriera, fatta di successi e difficoltà, Roger Waters, ormai saldamente al comando per far fronte alla situazione, ebbe l’idea di rivolgere un pensiero a chi aveva posto le basi di questa carriera così florida: il vecchio leader e amico Syd Barrett. 

A lui sono dedicate due canzoni nel disco. La prima, per importanza nel catalogo della band, è la title track del disco Wish You Were Here, intramontabile classico contraddistinto dal suo iconico riff di chitarra acustica, opera di Gilmour, e da un testo intenso ed evocativo, frutto della penna di Waters. Più volte è stato oggetto di discussione l’effettivo destinatario del brano, dal momento che il suo autore ha affermato che è rivolto a sé stesso e a chiunque altro non sia presente con noi, ma è innegabile che il primo pensiero vada sempre all’ex leader e amico del gruppo.

La seconda è proprio Shine On, opportunamente divisa in due metà poste in apertura e chiusura del disco, in cui viene ricordato con profondo affetto quando Syd era giovane e brillava come il sole, quando era un pifferaio, un diamante pazzo. Questa dedica così sentito, tuttavia, non sarebbe mai nato se un giorno in studio David Gilmour, per puro caso e senza alcuna intenzionalità, non avesse suonato quelle famosissime quattro note che compongono l’ossatura del brano. Si capì subito che avevano qualcosa di speciale, così Waters gli chiese di suonarle più e più volte per poi concludere: “Mi fanno pensare a Syd”. In entrambi i casi, ancora una volta, è stata la somma delle parti a far ritrovare alla band la giusta strada e la loro essenza.

Pink Floyd Syd Barrett 1975
Syd Barrett, 1975

Proprio durante la fase di mixaggio di questo brano accadde l’impensabile. Tra gli studi di Abbey Road iniziò ad aggirarsi uno strano tizio, calvo, con le sopracciglia rasate ed in evidente sovrappeso, che si limitava ad ascoltare senza rivolgere la parola a nessuno. I membri della band per lungo tempo non ebbero idea di chi fosse, finché non fu Wright a capire: era Syd. A quel punto scoppiarono tutti in lacrime nel riconoscere l’amico e trovarlo in quelle condizioni. I vecchi compagni colsero poi l’occasione per fargli ascoltare il brano che avevano scritto per lui e che gli aveva permesso di andare avanti: disse di averlo trovato “un po’ datato”, dimostrandosi ancor più geniale dei suoi colleghi. Fu l’ultima volta che l’intera band lo vide.

Arriviamo così al settembre del 1975, quando finalmente il disco fu dato alle stampe dopo mesi di lunghi e faticosi lavori sia in studio che dal vivo, durante i quali il peso delle aspettative aveva generato difficoltà a più riprese. Alla fine, tuttavia, il risultato non poteva che essere uno: l’album schizzò in cima alle classifiche e ottenne il disco d’oro ancor prima della sua uscita, rivelandosi un nuovo e grandissimo successo per i Pink Floyd.

Nonostante ciò, la band ne uscì distrutta a causa di continui litigi e scontri di posizioni diverse che ne avevano sfilacciato i rapporti al suo interno. Urgeva una pausa: dopo l’uscita del disco non furono organizzati né eventi promozionali, né concerti, e per tutto il 1976 non si ebbero più notizie su di loro.

Torniamo dunque al 1974. Nella prima parte di quei concerti c’erano altri due brani inediti che vennero presentati in anteprima al pubblico: You Gotta Be Crazy e Raving And Drooling. Queste altre due suite di lunga durata, aggressive e dalle forti venature politiche, andarono a comporre l’ossatura del nono album in studio della band, Animals. Questo è il disco che consacra definitivamente la supremazia creativa e decisionale di Roger Waters, che letteralmente impone agli altri compagni la sua visione, seppur geniale, sul prossimo lavoro del gruppo. 

Siamo a cavallo tra il 1976 e il 1977 e in Inghilterra spopola il movimento socioculturale del punk. In ambito musicale la loro ribellione si traduce in chitarre e voci urlanti ed aggressive, che decantano testi di protesta pieni di rabbia rivolti verso la società inglese del tempo e tutti i suoi modelli culturali: emblematico è il fatto che il leader dei Sex Pistols, Johnny Rotten, si facesse spesso immortalare sul palco con un’iconica maglietta con su scritto “I hate Pink Floyd”. 

Johnny Rotten con la sua celebre maglietta

La risposta della band a questo intero movimento, non meno arrabbiati di loro dato il periodo che stavano attraversando, fu spiazzante: se i gruppi punk facevano brani di appena 2 minuti conditi con testi semplici e rabbiosi, i Pink Floyd estremizzarono ancor di più la loro propensione verso il progressive rock. Ne venne fuori un concept album liberamente ispirato al classico di George Orwell La Fattoria Degli Animali, articolato come in Wish You Were Here in sole cinque tracce. Di queste, due sono quasi identiche ed aprono e chiudono il disco dandogli una struttura circolare (Pigs On The Wing, 1 e 2), mentre le altre tre sono tutte “bestie” da oltre 10 minuti di durata l’una e incarnano le varie classi sociali, raffigurandole come animali sul modello del romanzo: cani, maiali e pecore.

You Gotta Be Crazy diventò Dogs costituendone l’incipit del testo, che descrive come cani le forze dell’ordine intente a reprimere con estrema crudeltà ogni tentativo del popolo di sovvertire l’ordine delle cose. Raving And Drooling, invece, rinacque come Sheep, disamina sulla massa popolare sottomessa e obbediente come pecore, in cui risiede ancora un barlume di speranza. Tra questi due brani ne fu inserito uno nuovo, il più importante a livello tematico: Pigs (Three Different Ones), in cui la penna di Waters si fa incandescente nell’aspra critica contro i maiali che governano, tra i quali non mancano politici inglesi del tempo. I testi sono carichi di rabbia ed invettiva e anche la musica si fa aggressiva, come raramente in passato, tra gli assoli lancinanti di Gilmour e le atmosfere sinistre evocate da Wright: per la band è un disco senza precedenti.

A gennaio 1977 Animals viene pubblicato e, come tante volte nella storia dei Pink Floyd, a dargli risalto negli scaffali dei negozi è la sua iconica copertina, che immortala la Battersea Power Station di Londra, già di per sé parte dello skyline di Londra, ed un maiale aerostatico che si muove tra le sue ciminiere. Proprio quest’aggiunta causò non pochi problemi al gruppo: nonostante fosse ben ancorato al terreno, in una giornata di forti venti il gonfiabile fu trasportato via dalle correnti, per poi finire la sua corsa tra i terminal dell’aeroporto di Heathrow nello stupore generale di piloti e operatori. Al di là di questo incidente, da quel momento in poi il maiale divenne un’autentica mascotte per la band, facendo la sua comparsa in ogni concerto dei successivi tour.

Proprio durante la fase di concerti che seguì la pubblicazione del disco, in cui vennero accolti ovunque da folle sfegatate, i rapporti tra i vari membri giunsero ai minimi termini, ma anche quelli con il proprio pubblico. E sarà un evento in particolare, avvenuto durante l’ultima data della tournée, a porre il primo mattone di quello che sarà il disco successivo dei Pink Floyd: The Wall…  

L’iconico maialino volante “in posa”

avatar

Studente di Linguaggi dei media ed inguaribile nostalgico del rock dei decenni passati. Ascolto sempre tanta musica e di generi sempre diversi per espandere le mie conoscenze. Nel tempo libero suono anche la chitarra e stilo classifiche. (@luca_gilmour70)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.