Podcast e dintorni – Intervista a Rossella Pivanti, autrice di “Be my diary”
Credo che siamo macchine perfette anche nella nostra imperfezione. Se la coscienza ci dice di agire in un modo, io l’ascolterei… Sta li per qualcosa, no?
Ciao Rossella, benvenuta in quest’intervista in tempi virali! Come saprai siamo tutti in quarantena e io devo confessarti che un po’ per noia e un po’ per curiosità mi sono accostata al mondo del podcast: ero stanca di ascoltare sempre le solite canzoni e stavo cercando qualcosa che mi scuotesse dal mio generale torpore. Mi sono imbattuta nel tuo podcast sotto consiglio di diverse persone. Devo dire che sono rimasta molto contenta di questa scoperta, mi accompagni durante le mie giornate di smartworking. Dimmi, tu questa situazione del coronavirus come l’hai presa, come la vivi?
Ciao e grazie per avermi invitata! Devo dire che la mia vita si divide in due: al 75% lavoro a casa ai progetti podcast e al 25% in studio di registrazione. Ho uno studio dal 2011 che si occupa principalmente di produzioni musicali e in questo mese di quarantena forzata anche noi abbiamo deciso di chiudere per l’impossibilità di igienizzare le capsule dei microfoni e le varie componenti. Quindi io sono semplicemente a casa facendo podcast a tempo pieno! Forse sono una delle pochissime persone a cui questa quarantena non ha cambiato nulla nelle abitudini…ma sono un caso raro lo ammetto!

Nel tuo podcast inserirai qualche riferimento alla quarantena?
Non credo onestamente, anche perché il mio podcast ha una regola ferrea: parlare di ciò che accade esattamente nella settimana in cui è registrato. Non credo che potrò iniziare la terza stagione in questo periodo, quando la inizierò la quarantena sarà un ricordo lontano, almeno spero.
Il tuo podcast è composto di 2 stagioni ognuno di 12 episodi circa e lo presenti come un audioprogetto sulla vulnerabilità e la fragilità di ognuno di noi. Hai iniziato questa avventura all’età di 35 anni nel 2018 senza sapere dove ti avrebbe portato: cosa ti ha spinto a iniziare?
È stato istintivo. Talmente istintivo che non ho nemmeno attaccato il microfono nella prima puntata. Mille volte mi sono detta che sarei potuta tornare indietro e rifare quella prima puntata, ma ogni volta mi rispondo che anche quello è un chiaro segno di autenticità e vulnerabilità. Mi sono trovata un sabato sera a casa a 35 anni a lavare i pennelli del trucco nel lavandino, e ho pensato che quella semplicissima azione potesse avere un impatto forte su tante persone: farle sentire meno sole e “sfigate”. Se io non ho paura di ammettere che a 35 anni di sabato sera amo lavare i pennelli del trucco nessuno dovrebbe vergognarsi di non essere cool il sabato sera.
Questo progetto ti ha cambiato la vita? Se sì in che modo?
Mi ha stravolto la vita come mai niente aveva fatto prima. Mentre editavo la prima puntata sentivo nella pancia qualcosa di diverso, e nel giro di due anni è diventato il mio lavoro a tempo pieno. Al tempo gestivo lo studio full time ed ero allenatrice sportiva nel weekend. Ad un certo punto ho sentito che questa era la mia strada e pian piano tutto è diventato chiaro: sapevo che avrei fatto questo. Non è stato un percorso perfettamente lineare, ma vedevo la mia direzione. Credo sia cosí quando conosci l’amore della tua vita, no? Magari non è lineare, ma sai dove mettere i piedi. Mia madre mi ha sempre rimproverato che avevo un curriculum troppo variegato. Avevo iniziato come sceneggiatrice, poi anni di radio e poi anni in studio. Il mio linkedin era schizofrenico. Il podcast ha messo perfettamente in fila queste tre competenze e dato un senso al mio percorso.
Anche a me è stato rimproverato di non avere un CV ben definito e di avere messo troppa carne al fuoco senza mai concentrarmi su qualcosa di specifico, però secondo me questo non è un difetto, penso che bisogna saper fare più cose diverse nella vita e mettersi in gioco, tutto può servire.
Un profilo a T ora é molto richiesto, ma capisco che è una mentalità ancora difficile da abbracciare. Per tanti, l’iperspecifico è ancora la figura a cui ambire. Dall’altro lato il profilo a T soffre della sindrome dell’impostore: non si sente mai super verticale su nulla.
Questo è vero, non ci resta che aspettare tempi migliori per noi multitasking!
Mettiamola cosí: li abbiamo bruciati sul tempo!

Il tuo podcast è bello proprio perché restituisce l’immagine di una persona normale, ti rende umana, ti rende essenza in un mondo fatto di apparenza.
Grazie! Inizialmente mi era stato proposto da qualcuno di creare una specie di avatar o di personaggio inventato. Poteva funzionare, mi avrebbe forse anche protetto in un certo senso dall’esporre pubblicamente la mia vita, ma quando inizi a fare questo mestiere ti rendi conto che il microfono sente molto di più delle parole e non sarebbe stato credibile. Quindi ho optato per la verità che di contro ha comportato molti rischi:
1) essere bullizzata
2) non avere nulla di interessante da raccontare quella settimana
3) non sentirsela di raccontare se succedeva qualcosa di forte o spiacevole.
Il gioco vale la candela!
E questi rischi si sono avverati?
Contrariamente alle mie paure non sono mai stata bullizzata, schernita o in qualche modo strumentalizzata per ciò che raccontavo. Quindi per assurdo la vulnerabilità è la vera arma contro il bullismo. Sul non avere nulla di interessante da raccontare… beh questo ogni settimana. Ma il mio esperimento mira proprio a testimoniare come apparentemente non accada niente ogni singola settimana, ma alla fine delle 12 settimane avevo stravolto la mia vita. Gli sconvolgimenti sono la somma di 12 settimane inutili. Ci sono state volte in cui ero terrorizzata di raccontare qualcosa che mi era successo, per paura di ferire qualcuno. Come la volta in cui, per la prima e unica volta nella mia vita, mi sono sentita, anche solo telefonicamente, con due ragazzi diversi. Ho scelto di dirlo. Beh.. ovviamente entrambi hanno ascoltato…. ed entrambi hanno chiesto spiegazioni ahahahah!
Quindi la sincerità è un bene o è un male alla fine? O dipende?
Sempre e solo un bene. Ti allontana chi se ne deve andare e tiene vicino chi ti somiglia. Alla fine credo che tutti siamo umani e nessuno dovrebbe vergognarsi di nulla (nei limiti delle azioni consentite dalla legge eheheh) quindi non vedo motivo di nascondere qualcosa.
Mi conforti: io vengo spesso rimproverata per la mia sincerità; la mia coscienza che mi guarda scuotendo la testa e facendomi venire sensi di colpa, e alla fine ci rimango malissimo perché le cose non sono andate come volevo per la mia assoluta sincerità!
Quello della coscienza è un tema che si palesa nel tuo podcast. In diverse puntate citi la coscienza e il suo ruolo nella tua vita. Ma quanto è importante la coscienza a livello umano secondo te?
Urca! Questa è una super domanda. Provo a girarla: quanto siamo allenati ad ascoltare la nostra coscienza? La coscienza è fondamentale perché agisce nel nostro interesse, ma credo che non siamo abituati ad ascoltarla. O meglio … non sappiamo COSA ascoltare. Come quando senti una band e ti dicono: wow quanto è bravo il bassista e tu non sai COSA devi ascoltare all’interno del brano!
Ho deciso ad un certo punto di far parlare la coscienza: prima decido di intervistarla in una puntata, in modo che avesse tempo per esprimersi e non fosse sono una “guida”alle mie azioni. Poi nelle puntate successive mi accompagna per portare all’esterno un costante dialogo interno che tutti abbiamo. Ma dobbiamo imparare a metterci in ascolto dei nostri segnali. Fin da piccolo se piangi ti dicono di non piangere, se devi fare la pipì ti dicono di tenerla, se hai fame ti dicono che non è vero ed è solo voglia di dolcetti… Sai, è difficile dopo tutti questi condizionamenti che ci hanno fatto assopire per una vita tornare ad ascoltare i segnali che il corpo ci dà. Credo che siamo macchine perfette anche nella nostra imperfezione. Se la coscienza ci dice di agire in un modo, io l’ascolterei… Sta lì per qualcosa, no?
Sì almeno spero, forse siamo sordi alle sue parole perchè come dici non siamo abituati ad ascoltarla o perchè temiamo che seguire i suoi moniti ci renderà infelici. Non sempre fare la cosa giusta ci rende felici.
L’ho sempre pensato anche io. Poi mi sono resa conto che non sapevo nulla. Che la cosa diventava giusta o sbagliata solo a posteriori. E che se volevo ottenere qualcosa a tutti i costi, ma per qualche motivo non lo ottenevo, poi forse non mi era andata così male. Ti faccio un esempio: prima di cercare il capannone per costruire il nostro studio, io e il mio socio abbiamo cercato ovunque e alla fine abbiamo trovato un posto meraviglioso. Era perfetto come dimensioni, budget e tutto quanto. Iniziamo i progetti e i lavori, firmiamo tutto, e poi arriva l’ ingegnere del comune dicendoci che si era sbagliato e che lì non si poteva costruire. Io ho visto il mio futuro andare in crisi, le mie scadenze andare in fumo e i miei debiti crescere perché non avremmo mai trovato un altro capannone in tempo. E infatti abbiamo impiegato altri 6 mesi per trovare un altro capannone e la caparra che avevamo sprecato per il primo. Ma ad oggi ringrazio qualsiasi santo cristiano o pagano perché la zona del primo capannone è diventata un quartiere malfamatissimo e sicuramente avremmo dovuto trasferirci. Fiù!
Quindi non tutti i mali vengono per nuocere!
Non sono mai venuti per nuocere alla fine.
Da quello che racconti sei una persona molto energica, nonostante le tue insicurezze e pippe mentali (cosa che caratterizza il 90% della popolazione mondiale, ma meno male che c’è Rossella, una di noi!), ma pur sempre accogliente nei confronti dell’imprevisto, questo temibile sconosciuto. Quando hai cominciato ad accettare l’imprevedibilità della vita?
Negli ultimi anni, dal 2015 più o meno. Io avevo tutto sotto controllo. Io pensavo, io sapevo, io eseguivo e prevedevo rischi e problemi. E soffrivo di attacchi di ansia e panico che mi buttavano a terra senza fiato. Poi pochi mesi prima del mio matrimonio, una mattina qualsiasi io e il mio futuro marito ci siamo lasciati. E ho capito che non avevo capito nulla fin lì. Pensavo di avere tutto sotto controllo, ma mi sbagliavo. La vita mi ha obbligato a perdere il controllo. Da quel momento ho lasciato fluire liberamente le cose. Non sempre capisco perchè mi arriva qualcosa, ma lo accolgo. E non mi cruccio più se qualcosa se ne va. E ho scoperto che controllando, noi possiamo fare che solo una minima parte di ciò che la vita ha in serbo per noi. Mollando il controllo (cosa per me terrificante) mi sono resa conto che la vita ha una storia meravigliosa per noi che non possiamo nemmeno immaginare. E fine degli attacchi di ansia! Io non avrei mai nemmeno potuto immaginare cosa mi avrebbe riservato la vita. La nostra immaginazione è troppo piccola rispetto alle possibilità infinite. Per questo ogni settimana è sempre fighissima anche se non succede una mazza.

Secondo me il tuo podcast non è utile solo a livello di svago, ma ha anche una funzione terapeutica: tramite le tue parole è come se volessi comunicare agli altri l’importanza del “mal comune mezzo gaudio”, che nella sofferenza spesso, anche se ci sentiamo soli, in realtà non lo siamo.
Credo che il coronavirus ci stia insegnando anche questo. Siamo tutti nella stessa barca, con situazioni lavorative e personali differenti, ma non siamo poi cosi diversi gli uni dagli altri. Tutti siamo esposti e tutti abbiamo paura. Tutti siamo vulnerabili. Il coronavirus è una enorme lezione di vulnerabilità.
La cosa che molti non fanno è aprirsi con persone a loro vicine, tu invece ti apri con persone che non hai mai visto. Pensi che sia un aspetto relegato al podcast o pensi che riusciresti ad aprirti così come fai nel podcast anche in mezzo ad un gruppo di sconosciuti seduti attorno a te in stile alcolisti anonimi?
Non sarei cosi spontanea perchè penso che mi farei domande sul giudizio di chi mi sta di fronte. Se penso al podcast, nel momento in cui lo registro sono davanti ad un muro da sola. Il momento del giudizio è sempre a posteriori. Quando ero in radio il primo anno facevo fatica a parlare a nessuno, ma se poi pensavo che dall’altra parte c’era l’equivalente di uno stadio pieno all’ascolto, me la facevo sotto. Quindi per qualche mese ho parlato ad un cane di peluche trovato nell’Happy Meal: K-dog. Poi ho parlato ad una mimos, a poi ad una statuetta di Gesù con attaccato un accendino a forma di chitarra, J-Rock. L’unico problema che mi pongo è non ferire nessuno dall’altra parte. Se parlo del terremoto so che ci sono persone che ancora ne soffrirebbero e lo evito.
Una delle cose che hai detto e che ho amato particolarmente, in quanto mi appartiene come concetto, è stata che tu non hai mai avuto un posto da considerare casa realmente, lo hai trovato quando hai costruito insieme al tuo ex compagno Insomnia Studios, il tuo studio di registrazione, ma che poi in seguito all’avvento di Fortune hai dovuto scegliere di dividerti tra l’una e l’altra e che questa esperienza ti ha fatto capire che la casa non è un luogo, ma è dove siamo noi. Ma non penso che basti quest’affermazione, non credo che mi sentirei a casa vivendo sotto un ponte, basta che ci sono io. In base a questo racconto, cosa è allora la casa secondo te?
Io, come tanti italiani, ho vissuto il terremoto. Ho visto quella che credevo casa mia cadere. Allora pensavo di essere tutta la mia collezione di CD. Poi ho visto tutti i miei CD schiacciati e ho capito che se avessi continuato a collocarmi in oggetti fisici sarei stata schiacciata o spostata. Quindi mi sono collocata nel tempo e nello spazio. La mia casa è DOVE ORA sto bene. Se sotto un ponte non stai bene, non può essere casa tua. Ma se trovi un luogo o una situazione in cui ti senti viva, chissenefrega se hai un tetto o un nome. Sei a casa.

L’ultima puntata della seconda stagione la concludi facendo visualizzare all’ascoltatore una bellissima immagine in cui tu ti trasformi nella guardiana di un faro che durante la giornata spazzola la sua lunga treccia di capelli ormai bianchi e nel tardo pomeriggio apre la struttura a chiunque voglia raccontare la propria storia, senza distinzione. Preannunci così la voglia di spostare l’attenzione del podcast non più su te stessa, ma sull’ascolto dell’altro. Si potrebbe dire che in un certo senso questo podcast ti ha aiutato a fare chiarezza su di te e a conoscerti a tal punto da mettere una pietra sopra le tue sofferenze e rivolgere uno sguardo più ampio e consapevole sugli altri?
Beh, sei ufficialmente invitata a faro allora! Mi piace molto questa analisi che hai fatto e ti ringrazio! Il podcast mi ha aiutato a normalizzare le mie paure, esorcizzandole e ricordandomi che sono umana. Quando io sto bene con me stessa posso dispormi meglio all’accogliere l’altro nelle sue vicissitudini, nei suoi racconti e nelle sue debolezze. E nell’incontro con l’altro riscrivo nuovamente la mia storia.
Perchè le memorie sono importanti? E perché è importante raccontare, secondo te, le storie quotidiane delle persone?
Perché dobbiamo un pochino scacciare questo mito del Super Uomo Incredibile: Elon Musk, Steve Jobs.. queste sono le biografie e le vite a cui ci ispiriamo. Fantastiche, ma sono una su un milione… Ma quante persone ci sono che fanno cose fighissime di cui nessuno parla? Ci sono imprese di vita quotidiana meravigliose. Io voglio spostare l’accento sul piccolo dettaglio, sulla piccola storia. Perché dovremmo avere meno SuperUomini e più Uomini Super. Io sono ossessionata dalle piccole grandi storie di sconosciuti. È troppo facile destare l’attenzione con la biografia di Steve Jobs, prova a farlo con la biografia di Zio Peppino!
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Lavorativamente sto collaborando con vari brands e agenzie per alcuni podcast. Passato il coronavirus cambio casa e vado a vivere sempre a Reggio Emilia, ma in un’altra casa ed entro fine anno vorrei convincere chiunque che il podcaster è un mestiere a tutti gli effetti. Quindi devo impegnarmi per dare il buon esempio! Poi se nel mentre trovo anche il fidanzato non sarebbe brutto!

Rossella, io ti faccio un grande in bocca al lupo per tutto e ti ringrazio molto per questa intervista e per la disponibilità, attendiamo con ansia l’uscita della 3° stagione! A presto!
Grazie di cuore a te! Un saluto a tutti i lettori!
Se volete saperne di più andate sul sito dedicato al podcast Be my diary o quello personale di Rossella Pivanti !





