La bellezza di un ambiguo Giappone

Per la rubrica cultura di Cogito et Volo, un appuntamento mensile con il fascino e le perplessità della cultura nipponica.

La bellezza del Giappone e io. Io e il mio ambiguo Giappone. Una serie di articoli che parte da questi titoli: i discorsi pronunciati dai due premi nobel giapponesi per la letteratura, Kawabata Yasunari e Ōe Kenzaburō rispettivamente. È facile trovare online informazioni sulla bellezza edulcorata di un paese tanto fisicamente quanto culturalmente lontano. Più difficile trovare il giusto filtro per “quello scomodo diaframma che è la (mia) persona”.

Il Giappone, fin dai suoi primi passi nella storia globale, ha sempre affascinato l’Occidente. Dalle geisha alle eroine dei fumetti, dai samurai ai colletti bianchi di Tōkyō, dagli austeri monasteri zen alle multinazionali della tecnologia: anche solo limitandoci alle immagini stereotipate di questa nazione, appare evidente una forma di dualismo, di opposizione, di ambiguità radicata nella sua cultura.

Premi nobel a confronto.

È lo scrittore giapponese Ōe Kenzaburō, ricevendo il nobel per la letteratura nel 1994, a definire la propria terra come “ambigua”, quasi criticando la bellezza ostentata dal suo predecessore del 1968, Kawabata Yasunari. Quest’ultimo, nel discorso al pubblico di Stoccolma, presenta il Giappone citando poeti classici, principalmente vissuti tra il X-XIII secolo. Delinea così un’immagine stereotipata, di una nazione sensibile e in armonia con la natura, in preda a un processo di auto-orientalismo che alimenta il “giapponismo” già diffuso. Kenzaburō, al contrario, fa notare come questi temi classici facciano sì parte della cultura giapponese ma siano stati affiancati – ormai soppiantati? – dalla modernità, dall’industria e dalla tecnologia.

Lo smartphone in abito tradizionale, un nuovo simbolo di modernità e tradizione. Immagine di DSD da Pexels.

Un’armonia illusoria.

Da un lato i conservatori dell’esotismo, dall’altro i cosmopoliti che riconoscono il cambiamento. L’armonia con la natura si deve scontrare con i disastri ambientali dell’ultimo secolo, da Minamata a Fukushima. Perfino i giardini zen, supposto simbolo di una simbiosi uomo-natura, sono una contraddizione. L’apparente spontaneità di piccoli cortili o grandi parchi è frutto di un meticoloso controllo dell’uomo. Il percorso da seguire, ogni singolo sasso e ogni ago di pino, sono tenuti sotto controllo da una continua manutenzione per apparire il più possibile naturali.

Chi ha avuto il piacere di passeggiare in questi giardini, o vederne delle immagini, avrà notato come molti alberi siano retti da sostegni di legno. Molte di queste impalcature vengono appositamente posizionate non per sostenere ma per controllare la crescita secondo un disegno prestabilito. La stessa attribuzione del concetto di “zen” alla creazione di giardini, frutto di un’errata interpretazione occidentale, va contro i principi della travisata scuola buddhista. Un giardino che fosse veramente zen sarebbe vuoto.

Un sentiero guida i passi e lo sguardo attraverso il giardino. Immagine di Fezbot2000 su Unsplash.

Da nemici ad alleati.

L’ambiguità è riscontrabile anche nel carattere dei giapponesi stessi. L’antropologa statunitense Ruth Benedict, con Il crisantemo e la spada, espose i risultati di una ricerca condotta per il governo degli Stati Uniti sul finire della seconda guerra mondiale. Bisogna precisare che l’opera della Benedict da molti è ormai ritenuta superata, per i cambiamenti avvenuti nel dopoguerra e per la mancanza di una esperienza sul campo, ma nonostante i fini militari resta comunque attendibile.

In particolare l’antropologa si sofferma sul senso di smarrimento che provavano i soldati americani di fronte all’atteggiamento dei prigionieri nipponici. Questi ultimi, al contrario di ogni aspettativa, una volta catturati si dimostrarono particolarmente collaborativi e l’atteggiamento che li contraddistinse, di fedeltà verso il proprio paese, svaniva nel nulla. Una volta catturati, avevano ormai perso il proprio onore e tornando in patria non avrebbero provato altro che un senso di vergogna. Il dovere verso la terra natia veniva quindi sostituito dal dovere verso la propria persona, manifestato con una collaborazione il più possibile fruttuosa e amichevole.

È ambiguo ma non per questo vago.

Ōe Kenzaburō, Io e il mio ambiguo Giappone.

Un nuovo appuntamento.

Non occorre scomodare studi sociologici o grandi eventi storici per riscontrare l’ambiguità giapponese. È un popolo che mangia rumorosamente ma considera volgare soffiarsi il naso in pubblico. Quasi maniacali per il riciclo ma continuano a produrre un’immensa quantità di plastica da imballaggio. Da un lato pacifisti rifiutano la guerra a livello costituzionale, dall’altro propagandisti di estrema destra continuano a inneggiare a un residuo di nazionalismo.

Per la rubrica cultura di Cogito et Volo, da oggi con una scadenza mensile, cercherò di proporvi una serie di assaggi della cultura nipponica. Tutto il fascino e le perplessità dal paese del Sol Levante, spaziando da temi strettamente umanistici fino agli usi e costumi contemporanei. La bellezza di un ambiguo Giappone, un giardino la cui apparenza potrebbe ingannare.

Leggi anche: Il pericolo degli stereotipi, che volenti o nolenti possono influenzare la nostra visione del mondo.

Immagine di copertina: ilfumattiapasotti.

Antropologo nipponista. Fotografo mancato. Docente a tempo perso. Affascinato da ogni forma di alterità, offro il mio piccolo contributo per portare lo “studio dell’uomo” sullo schermo di tutti.

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