Il pericolo degli stereotipi
“Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona ma di renderla la storia finale di quella persona.”
Quando siamo piccoli risultiamo facilmente impressionabili e vulnerabili; impariamo a pensare ma siamo già influenzati inevitabilmente dal contesto storico, sociale, economico e familiare in cui ci viviamo. Ognuna di queste particolarità comporta lo sviluppo di uno o più stereotipi del nostro modo di ragionare e della nostra visione del Mondo.
Nell’arco della nostra esistenza abbiamo la possibilità di incontrare persone originarie da altri paesi, vissute con abitudini e tradizioni diverse dalle nostre. Siamo in grado di comprendere tali diversità? Come possiamo evitare di cadere nella trappola fatta di stereotipi e brutte figure?
Chimamamanda Ngozi Adichie tratta questo delicato argomento in una TedTalk datata 2009. La scrittrice nigeriana porta all’attenzione dello spettatore alcune scene autobiografiche provenienti dall’infanzia, vissuta in Nigeria, e dal successivo periodo di studio negli Stati Uniti. Negli States viene investita da una valanga di stereotipi riguardanti il suo continente iniziando dalle musiche tribali, passando per la gente moribonda nei villaggi e arrivando infine al senso comune di estrema povertà che, secondo le persone da lei incontrate, accomuna ogni africano. Il pregiudizio era diventato opinione comune e dettava una sola variante dell’idea riguardo all’Africa ed al suo popolo.
Chimamamanda stessa racconta di essere stata tratta in inganno dagli stereotipi riguardanti gli immigrati messicani negli USA mentre visitava il Messico; confessa di essersi sentita sorpresa di come la vita a Guadalajara scorresse in modo del tutto simile alla vita in altre città del globo. Subito dopo viene pervasa da un senso di vergogna, in quanto si rende conto di essere stata vittima della copertura mediatica riguardante i “cattivi” immigrati messicani. Prova vergogna perché i mass media sono riusciti a farla abboccare allo stereotipo dei messicani ladri e criminali.
Qui Chimamamanda capisce ed enuncia la “ricetta” per lo stereotipo perfetto: «[…] mostrate un popolo come una cosa, come solo una cosa più e più volte e tale diventerà.»
La scrittrice relaziona efficacemente la nascita degli stereotipi con il potere utilizzando un sostantivo della lingua igbo “nkali”, il quale può essere tradotto in italiano con “essere più grande di un altro”. Ngozi Adichie asserisce che sia i modelli politico-economici che le storie sono regolate dal “principio nkali” in quanto, in entrambe le situazioni, tutto dipende da: chi parla, come parla, quando ne parla e quante volte se ne parla. “Perché il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona ma di renderla la storia finale di quella persona.”
Chimamamanda porta in causa un pensiero del poeta palestinese Mourid Barghouti per cui: «Il modo più facile per espropriare un popolo sta nel raccontar loro la loro storia ma iniziando con “in secondo luogo” » . In tal modo si ha una storia totalmente diversa dall’originale, ma sarà nuova e utile allo scopo. E ancora: «Inizia la storia con le frecce dei nativi americani e non con l’arrivo dei britannici e avrai totalmente un’altra storia. Inizia la storia con il fallimento dello stato africano e non con la creazione colonialista dello stato africano e avrai una storia totalmente diversa.»
Secondo l’autrice, gli stereotipi portano un popolo alla spogliazione della propria dignità rapportandosi con altre comunità.
Il problema degli stereotipi sta nel fatto che sono incompleti e rischiano di sostituire la vera storia, fatta di umanità e sentimenti che accomunano gli uni agli altri.
Gli stereotipi comportano l’esaltazione delle diversità a discapito delle uguaglianze.
La “TedTalk” continua con una serie domande che Chimamanda si pone e che inevitabilmente lasciano spazio alla riflessione. Vi invito ad ascoltare il discorso di questa scrittrice perché è illuminante, incoraggiante e prezioso per la memoria e lo spirito.
I luoghi comuni si trasmettono attraverso il seme della presunzione e inquinano le relazioni interpersonali, limitando l’interesse per il “diverso” dalla propria realtà.
È invece più proficuo coltivare la pazienza e la curiosità di scoprire un argomento guardando in più direzioni. Ascoltare più parti per farsi un’idea più ampia e riconoscere quando si risveglia un pregiudizio. Avere la capacità di fermarlo prima che diventi la regola e la definizione specifica di una persona, un posto o avvenimento. Dobbiamo rendercene conto.
Perché non c’è mai una sola versione riguardo a nessun posto, nessuna persona o vicenda.





