Truzzi vs emo: il trash sociale di inizio millennio
“Emo non è solo tristezza, ma anche felicitudine”.
Anno nuovo, vita vecchia! Basta con i soliti buoni propositi proiettati al futuro, il team di Cogito et Volo si lancia in un throwback anni 2000 ricordando società, musica, truzzi, emo e miracoli dello scorso ventennio.
Inutile che vi nascondiate: se avete vissuto il primo decennio del 2000 conoscete fin troppo bene l’argomento. E se quella fu l’era della vostra adolescenza avrete osservato da vicino questi strambi fenomeni umani. Forse persino riflessi allo specchio!
Ma chi erano questi loschi figuri? Allacciate le cinture.

I truzzi
Attorno al 2010 occupavano gli ultimi posti dei pullman scolastici. Non ci pensavano nemmeno a sedersi nelle prime file, perché quelle erano la barbosa patria dei professori. Indossavano occhiali da sole a goccia (meglio se di colori improponibili), cappellini da baseball, stretti pantaloni a vita bassa e Vans a quadri, ma il vero tocco di classe era il ciuffo “leccato dalla mucca”, piastrato come un panino e distribuito a pari merito tra fronte e atmosfera. L’effetto finale era terrificante ma stranamente molto apprezzato all’epoca.

I truzzi hanno in realtà origine antecedente al 2000: già le discoteche degli anni ’70 e ’80 proponevano un abbigliamento tamarro. Quest’ultimo termine deriva dall’arabo tammar, “venditore di datteri”, una figura ritenuta tutt’altro che raffinata.
Del resto i truzzi rappresentavano la moda dell’anti-moda: coscienti di essere tremendi, facevano di ciò un vanto. La loro musica era l’house o qualunque cosa facesse tunz, tunz, tunz, pararara-tunz, ballato rigorosamente con mosse tecktonik. Profanavano le grandi firme mostrandole sugli orli delle mutande sporgenti dai jeans, s’ingioiellavano in modo improponibile, si truccavano come Jack Sparrow. Ma in compenso lovvavano tutti.
Gli emo
Anche quella degli emo è una corrente nata prima altrove e importata ovunque negli anni 2000 con lo stile inconfondibile, tra gli altri, dei Tokio Hotel. Gli emo comparvero in America tra gli anni ’80 e i ’90 ed erano i figli più prossimi della cultura dark, punk e hardcore che spopolava negli USA.
Come i truzzi, di cui spesso, per un conflitto del tutto stilistico, erano odiatori, anche gli emo avevano un dress code tutto loro: frangia lunga e liscia, occhi cerchiati di nero, vestiti scuri e aderenti. Ma un emo ci avrebbe rimproverato se lo avessimo identificato solo con questo, perché avrebbe risposto che essere emo non è una moda, ma uno stile di vita.
D’altronde, emo è l’abbreviazione di emotional, emotivo, un significato che assunse nel tempo una connotazione negativa, associata a tendenze autolesionistiche. Quella degli emo venne definita “la generazione del vuoto”, la manifestazione più drammatica del dolore adolescenziale.
Il ritratto più oscuro di quella moda già scura di suo lo fece Nadia Toffa alle Iene, quando nel 2010 mostrò al pubblico i Durex party, feste popolate di ragazzi emo in cui si consumavano stupefacenti e rapporti sessuali.
I giovani d’ieri
Sarebbe inutile e antistorico consegnare alle fiamme queste strane pagine del trash mondiale. Anche perché queste due mode – specie la emo – si sono diluite nel fiume del tempo trasformandosi in diversi prodotti (e prodotti diversi) della cultura attuale. Si pensi a band come i Panic! at the Disco, i My Chemical Romance o i Fall Out Boy, che hanno moderato poi i loro toni convertendo l’emo in alternative rock e pop. L’emo rap degli XXXTentation e di Lil Peep è diventato ben presto il progenitore della trap.
I truzzi e gli emo (e i punk e i gothic e le loro infinite sotto-classificazioni) del primo decennio del 2000 erano l’equivalente più estremista degli attuali adolescenti star di Tik Tok. Di fondo c’era sempre il bisogno di passare inosservati, e di farlo, assurdamente, lasciandosi molto guardare. Nel rifiutare ogni etichetta se ne inventa sempre una nuova: omologarsi è una cosa tremenda se non lo si fa in modo originale.
Immagine di copertina: Tokio Hotel, Pinterest





