Abbandono

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…Ovvero: “Storia di una malinconia finalmente riscattata”

La polvere ricopriva i teli bianchi e il pavimento, sollevandosi in piccoli sbuffi fumosi al suo passaggio. Un tempo, quella era stata la sua stanza: la sagoma del letto, il profilo della scrivania, il cigolio della porta sui cardini… Tutto le sembrava familiare e al tempo stesso alieno, estraneo. Titubante, toccò il lembo di una tenda semistrappata, rosa dall’incuria: la scostò piano, scoprendo che alcune saette di sole riuscivano a penetrare oltre le imposte tarmate, mostrandole sottili refoli di pulviscolo.
«Mamma…»

Il balcone si aprì, nei suoi ricordi. Una donna dal viso molto simile al suo si voltò a guardarla con un sorriso, trasmettendo al suo cuore una dolceamara stilettata d’affetto.

Elena fece un passo indietro, allontanandosi dalle ante scrostate, da quel vetro fragile e miracolosamente intatto che tanto somigliava a lei.

Si portò le mani al petto, continuando a camminare fra le stanze dei suoi ricordi, sollevando un telo bianco dopo l’altro con la sola forza della memoria…

Abitava in Svizzera da quindici anni. Aveva lasciato quella casa più di trent’anni prima, stabilendosi a Como e poi a Locarno, dove vivevano i genitori del suo compagno; si erano sposati dopo una convivenza di otto anni, in una chiesa sulla riva del Lago Maggiore… Dio. Come ricordava bene quel giorno, quella musica ora nostalgica, le note indissolubilmente intrecciate al profumo di un bouquet ormai disseccato, quegli sguardi incantati scoccati al suo abito, alla sua espressione radiosa, la grazia delle mani che avevano sollevato il velo ricamato con splendide piccole perle, perle ora salate che le solcavano le guance senza tregua, senza pietà.

Era sola, adesso.

Sentì, come in sogno, i rintocchi lontani delle campane di Lecco, ricordando il pomeriggio estivo che sbocciava all’esterno, in quel giugno che contrastava con il suo personale inverno: si sedette un momento, sciogliendo i capelli striati d’argento e lasciandosi avvolgere da quell’atmosfera malinconica e serena, nella pace e nell’ombra dell’angolo di mondo che, un tempo, aveva chiamato “casa”.

«Dovunque andrai, questa sarà un giorno la tua eredità», le era stato detto.

Capiva soltanto adesso l’importanza di quelle radici, di quel passato che nei giorni felici sbiadiva dietro le quinte della travolgente realtà che l’assorbiva, sciocca, sciocca a vivere soltanto quell’effimero presente di cui rimanevano ora le ceneri spente.

Si risollevò dopo un tempo che le parve infinito, scoprendosi indolenzita e stanca di quell’inattività. Non le era mai capitato di trascorrere una domenica simile, e per rifarsi di quell’ozio inconcludente decise che il lunedì l’avrebbe passato a riordinare metodicamente quel… ciarpame?

Sì, ricordava di averlo chiamato così.

Rise di se stessa, del valore che aveva tolto agli oggetti, agli spazi, persino alle persone che avevano fatto parte della sua vita, rise della sua spavalderia nel prendere dalle mani del notaio le chiavi di quel portone aperto con foga e noncuranza, per ritrovare – che cosa?

«Elena!»

I luoghi della sua infanzia. La cucina in cui aveva fatto colazione il primo giorno di scuola.

«Elena!»

Il salotto dove aveva guardato La bella e la bestia per la prima volta, il divano un po’ sfondato per i suoi salti, per le sue capriole.

«Elena!»

La lavanderia, l’odore del bucato fresco steso ad asciugare, il tepore di quella stanza nel mese di Natale, la bellezza del vaso sul davanzale, quello stesso che sbadatamente aveva rotto il giorno del suo compleanno…

«Elena!»

Era come se ogni parete gridasse il suo nome, come se il pianoforte verticale la chiamasse ed esortasse i quadri alla parete a fare lo stesso.
Che cos’aveva ritrovato, se non se stessa? Lei che non era il suo lavoro, la sua vita coniugale, lei che non era quella facciata di granito e vanità che si era costruita negli anni per dimenticare, per allontanarsi da quella villa di campagna, da quella Lombardia che si era lasciata alle spalle da ragazza: di nuovo bambina, in un corpo di mezz’età.
Il piede che va è quello che torna, ricordò, un accenno di tristezza e qualche invisibile accento di speranza a temperare il senso di perdita che l’aveva invasa.

Quando finalmente uscì in giardino, il sole stava tramontando. La cuccia vuota di Barto, il loro pastore tedesco, la salutò muta: entrò nella BMW e mise in moto, facendo retromarcia sul vialetto.
Stavolta, pensò, se ne sarebbe andata per poco, e avrebbe fatto ritorno per rimanere là, dove aveva ritrovato il proprio cuore.

Chiara Tomasella

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; attualmente studia Lettere Moderne all'Università di Udine, dedicando il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.