Civil War: più piccolo il fuoco, più larga la fotografia

Al cinema: Civil War di Alex Garland

“Civil War” di Alex Garland, nei cinema italiani dal 18 aprile, vede quattro giornalisti negli Stati Uniti investiti da una guerra civile.

Fu Richard Price a scrivere che più è grande il tema della tua opera e più in piccolo devi scrivere, andando a raccogliere i dettagli che cadono ai confini della vicenda per poi usarli come trampolino di lancio da cui far risaltare gli effetti della catastrofe che si vuole raccontare. Alex Garland, sceneggiatore e regista inglese, fa sua questa lezione molto importante nel nuovo film Civil War, uscito nelle sale italiane il 18 aprile

Il film racconta la storia di quattro giornalisti reporter di guerra che attraversano gli Stati Uniti nel bel mezzo della guerra civile a cui fa riferimento il titolo. Il loro obiettivo è un’intervista, l’ultima e la più importante della loro vita, ma mentre Lee, Joel, Jessy e Sammy vanno alla ricerca di questo loro personale tesoro, attorno alla Jeep bianca su cui risalta sempre la parola “Press”, assistiamo al protrarsi di un conflitto senza tregua e dalle parti non ben definite. La sceneggiatura, infatti, non si ferma mai a raccontare in modo dettagliato come si è arrivati al momento attuale del film. Certo, ci sono allusioni e riferimenti nei dialoghi dei quattro reporter, ma lo spettatore non ha mai modo di comprendere appieno chi sia il cattivo tra le due fazioni e quindi si trova senza strumenti per poter decidere da quale parte stare. 

Civil War di Alex Garland, locandina del film. Al cinema in Italia dal 18 aprile.
Civil War di Alex Garland, locandina del film. Al cinema in Italia dal 18 aprile.

Il film in patria è stato accolto tiepidamente dalla critica, scontenta soprattutto dal fatto che la storia sembri essere sempre acritica e mai pendente da una delle due parti in gioco. Ma non è forse questo il punto del film? Il continuo mostrare persone armate senza caratterizzare in modo chiaro ed evidente le due fazioni attraverso colori o bandiere, se non quando strettamente necessario, porta a galla un tema diverso quale punto focale della storia. Che differenze ci possono essere tra due persone nate sotto la stessa bandiera, che parlano la stessa lingua e che hanno abbracciato le armi per combattere la stessa battaglia ma da punti di vista diversi? Lo spettatore si trova nella stessa posizione dei protagonisti, ben riassunta da una battuta di Lee (interpretata da Kirsten Dunst):

Noi non giudichiamo. Noi fotografiamo e basta perché loro possano giudicare.

La pellicola quindi mette in scena la Politica con la p maiuscola, nel suo senso più filosofico, quale orizzonte teorico fatto di pure tensioni il cui fine ultimo è quello dell’egemonia di una parte su tutte le altre. Lo strumento perfetto per riuscirci sono una regia e una fotografia magistrale, che alternano momenti di rara bellezza naturale, in questa America così vuota, silenziosa e percorsa dalla devastazione delle bombe e dei proiettili, a momenti di azione militare nuda, cruda e crudele. Il film, nel terzo atto, diventa un vero e proprio film di guerra, ma la regia di Garland non diventa puro intrattenimento d’azione militare, quanto piuttosto sembra porsi lo scopo di mostrare una volta per tutte la forte ideologia che anima il conflitto. Il risultato è uno sguardo che non si schiera ma profondamente critico nei confronti delle atrocità messe in atto da entrambi gli eserciti, la cui giustificazione è uguale: l’esercizio del diritto alla propria libertà.

Civil War di Alex Garland, Kirsten Dunst interpreta una dei protagonisti.
Civil War di Alex Garland, Kirsten Dunst interpreta una dei protagonisti.

Per quanto riguarda il cast, i reporter protagonisti della storia sono interpretati da Kirsten Dunst, Wagner Moura, Cailee Spaeny e Stephen McKinley Henderson:.  Tutti e quattro gli attori compiono un ottimo lavoro nel mostrarsi costretti a un’apatia professionale che lascia comunque trasparire l’euforia e il disagio di fronte a tutte le vicende a cui assistono. In particolare la trama si concentra sui personaggi femminili: Lee e Jessy, rispettivamente interpretati dalla Dunst e dalla Spaeny, sono l’una una celeberrima fotografa di guerra e l’altra una giovane ragazza che vuole seguire le orme della sua eroina. Le due donne rappresentano i due lati del lavoro di giornalista, attraverso un filo conduttore emotivo che parte dalla giovane Jessy, che si fa prendere dal panico di fronte alla crudeltà a cui assiste, e termina con la veterana Lee, ormai pronta a reagire sempre con freddezza alla severità della zona di guerra.

Civil War, quinto film di cui Alex Garland firma sia la sceneggiatura sia la regia, si presenta quindi come una celebrazione dell’indipendenza del giornalismo e, allo stesso tempo, come un’analisi consapevole delle tensioni che percorrono la democrazia americana, ma più in generale la democrazia quale forma di governo del nostro tempo. Non è un caso che Garland sia inglese ma scelga di ambientare il suo film negli Stati Uniti, considerati per lungo tempo (più che altro dagli statunitensi stessi) “la più grande democrazia del mondo”. È facile riconoscere nel presidente interpretato da Nick Offerman molte figure di spicco contemporanee della politica internazionale, disposte a raccontare una verità anti-sistemica, confezionata allo scopo di ottenere un appoggio elettorale sempre più vasto, indipendentemente dalle conseguenze politiche di tali “verità”. Eppure, così come nella nostra realtà questi individui non vengono visti per quello che sono, così nel film di Garland sembra essere solo una delle tante figure in gioco, finendo per dare alla pellicola la parvenza di essere passiva di fronte allo scontro che mostra.

Civil War di Alex Garland, trailer italiano del film.

Articolo a cura di Mirko Mattiuzzo.

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