Beyond the lyrics: Stranizza d’amuri – Franco Battiato
Sulle note di Franco Battiato, “amuri” che vince ogni cosa.
Cu tuttu ca fura si mora / na muri stranizza d’amuri
Franco Battiato, Stranizza d’amuri
Sono gli ultimi due versi, le ultime due pennellate che completano la tela, che concludono il quadro. Ci sono opere artistiche che apprezziamo perché ci rallegrano, ci mettono di buon umore, alcune che sprigionano malinconia e altre che con la loro unica semplicità ci travolgono, ci entrano dentro e scatenano un turbinio di pensieri e emozioni.
Siamo alle pendici del maestoso vulcano Etnea: rifugio, almeno così ci dicono alcune fonti romane, del dio Efesto, che proprio qui sfornava le saette usate da Zeus. È qui che nel lontano 1945 il piccolo paesino di Ionia, comune che durante l’epoca del fascismo riuniva le amministrazioni di Riposto e Giarre, diede i natali all’autore della nostra tela: Franco Battiato. Cantante, poeta, compositore, la critica lo definisce il “maestro”, che come Virgilio nella Commedia dantesca, accompagna noi tutti nel “centro di gravità permanente” della sua musica.
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Stranizza d’amuri fa parte dell’album del 1979 L’era del cinghiale bianco e rappresenta una delle tre composizioni scritte completamente in siciliano, insieme a Veni d’autunnu, Il cammino interminabile. Battiato compone un quadro della Sicilia che fu, dipinta con il suono elegante e penetrante di quel dialetto catanese, che solo un figlio di questa terra può padroneggiare. Stranizza d’amuri è musica che diventa poesia e poesia che diventa musica. È la guerra a fare da cornice agli eventi, in contrasto con quel sentimento così misterioso e intenso che non muore, nonostante tutto.
Beyond the lyrics
| Ndo vadduni da Scammacca i carritteri ogni tantu lassaunu i loru bisogni e i muscuni ci abbulaunu supra jeumu a caccia di lucettuli … a litturina da Ciccum-Etnea, i saggi ginnici, ‘u Nabuccu, a scola sta finennu. | Nel vallone di Scamacca i carrettieri ogni tanto lasciavano i loro bisogni e i mosconi ci volavano sopra andavamo a caccia di lucertole il vagone della Circumetnea i saggi ginnici, il Nabucco la scuola sta finendo. |
La tela, prima vuota, si riempie di immagini della Sicilia di quel tempo: i «carretteri», figure tipiche della tradizione folkloristica siciliana, trasportatori non solo di merci e manufatti, ma a volte anche di persone. I viaggi erano sempre troppo lunghi, le soste quasi inesistenti, quindi questi umili lavoratori erano costretti a soddisfare ogni genere di bisogno, lungo il loro cammino.
Probabilmente siamo alle porte dell’estate, la scuola sta quasi per finire ed ecco come uno schizzo di colore: prima l’immagine dei bambini che si divertono a inseguire le lucertole, e poi i ragazzi e le ragazze impegnati nei loro saggi ginnici, sulle note del Nabucco di Verdi. Nel mentre si vede avvicinarsi sempre più quello che sembra essere un normale treno. È «a litturina», al termine di uno dei suoi tanti viaggi giornalieri, attraverso 114 chilometri che collegano Catania a vari paesi etnei. La Ferrovia Circumetnea, infatti, su pressione dei notabili della zona, che volevano collegare i paesoni agricoli del versante nord dell’Etna con il mare, venne fatta costruire alla fine dell’ Ottocento e non stupisce come ancora oggi sia l’unica realtà ferroviaria a scartamento ridotto presente nel territorio siciliano.
| Man manu ca passunu i jonna sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa ccu tuttu ca fora c’è a guerra mi sentu stranizza d’amuri l’amuri E quannu t’ancontru ‘nda strata mi veni ‘na scossa ‘ndo cori ccu tuttu ca fora si mori na mori stranizza d’amuri l’amuri | Man mano che passano i giorni questa febbre mi entra nelle ossa Anche se fuori c’è la guerra mi sento una stranezza d’amore l’amore E quando ti incontro per strada mi viene una scossa nel cuore e anche se fuori si muore non muore questa stranezza d’amore d’amore |
Quella che sembrava il semplice racconto di una normale giornata quotidiana ad un tratto si interrompe. Dalla seconda strofa in poi si staglia all’orizzonte il grigiore della guerra. Forse è il frutto dell’esperienza diretta degli ultimi anni della Seconda guerra mondiale o forse solo ricordo di racconti sentiti da altri. Ecco quindi emergere il conflitto tra guerra e vita, tra morte e amore, tra eros e thanatos. Pulsione di vita in eterno contrasto con la pulsione di morte.
L’immagine di una persona cara, di un proprio amato – forse reale, forse solo un ricordo – lì lungo la strada – «nda strata» -, è la miccia che infiamma il cuore dell’autore. Ecco che l’impeto di quel sentimento non si spegne, ma stranamente si fortifica. E ci travolge.
Come il poeta Ungaretti, che solo in trincea, davanti all’immagine di un compagno massacrato, si sente spinto ancor di più a scrivere lettere d’amore e che così si esprime:
Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita.
Giuseppe Ungaretti, Veglia, in L’Allegria (1942)
Sono proprio la visione della guerra e la paura della morte ad alimentare quel fuoco, quel sentimento universale, quella «fevri ca trasi nda l’ossa man manu ca passanu i jorna», che cresce sempre più, impetuosa, incontrastata, senza che niente vi possa porre argine. Come se in questa condizione di debolezza e fragilità l’uomo riscopra la propria essenza, riordini le proprie priorità, distinguendo ciò che è realmente importante da ciò che non lo è. Sono la paura della morte, la sofferenza, la malattia che ci svestono delle nostre deboli sicurezze, dandoci il coraggio e la forza di superarle.
Sentire dunque la morte per celebrare la vita, in quello che, di quest’ultima, è il suo rappresentante più grande: l’amore, con la meraviglia che esso stesso suscita.
Cu tuttu ca fura si mora / na muri stranizza d’amuri
Franco Battiato, Stranizza d’amuri
Foto di copertina di Guy Rey-Bellet da Pixabay






