Perché fare sport potrebbe salvarti dallo stress
«Lo sport consiste nel delegare al corpo alcune delle più elevate virtù dell’animo.» -J. Giraudoux
Che lo sport faccia “bene” lo sappiamo tutti. Ci è stato detto a tradimento fin dall’infanzia, quando sogghignanti insegnanti di ginnastica ci assicuravano che quel dolore ai polpacci fosse necessario. Brutte notizie: non mentivano.
Pare infatti che l’attività fisica abbia un ruolo essenziale non solo, come ci si aspetterebbe, nel mantenimento della salute fisica, ma anche di quella mentale.
Signore e signori, ecco a voi il BDNF.
Il BDNF (Brain Derivated Neurotrophic Factor) è un fattore di derivazione cerebrale che sostiene il nutrimento di strutture appartenenti sia al sistema nervoso centrale che periferico. A livello centrale si trova nell’ippocampo, nella corteccia cerebrale e nel prosencefalo.
Sostiene la neurogenesi, ovvero la formazione di nuovi neuroni (specie nel giro dentato dell’ippocampo) anche nell’adulto, permettendo di formare nuove memorie in sostituzione di quelle vecchie, che consolidano e si dissolvono in aree diverse del cervello.
È il BDNF a rendere possibile il canto stagionale degli uccelli, garantendo la comparsa di quei neuroni adibiti all’abilità canora i quali scompaiono quando termina la stagione degli accoppiamenti e si ripresentano, sempre a opera del BDNF, l’anno successivo.
Ma cosa c’entra tutto ciò con lo sport e con la spossatezza?
Facciamo ancora un piccolo passo indietro: lo stress “uccide” il cervello. E non lo dice soltanto chi si ritrova a sorbirsi una lunga telefonata stracolma delle lamentele di un amico: lo dice la scienza!
Il cortisolo, che è l’ormone dello stress, agisce con un sistema di auto-inibizione detto feedback negativo sull’ipotalamo che lo produce. Ciò significa che, in condizioni fisiologiche, lo stress dev’essere solo un campanello d’allarme per attivare una risposta reattiva dell’organismo e poi scomparire. Il feedback negativo è mediato dall’ippocampo: sempre lui, quello di cui il BDNF è l’ancora di salvezza.
Quando siamo costantemente sotto stress il cortisolo è prodotto in eccesso e non riesce a fermare la sua stessa produzione: agendo sui suoi recettori (glucocorticoidi e mineralcorticoidi) ha effetti neurodegenerativi sull’ippocampo, il quale non riesce più a mediare il feedback negativo. È una reazione a catena dalla triste morale: più ti stressi, più ti stresserai. L’ippocampo, povero lui, perde parte della sua popolazione neuronale; con un tecnicismo, diventa ipotrofico.
A dargli tregua è proprio il BDNF, il quale promuove la nascita di nuovi neuroni ippocampali. Per questo motivo il BDNF è stato proposto come parametro di efficacia degli antidepressivi: un antidepressivo efficace deve non solo aumentare i livelli dei neurotrasmettitori coinvolti nella depressione (serotonina, dopamina o noradrenalina), il che controlla i sintomi, ma anche quelli di BDNF, il che rallenta il declino cognitivo e migliora il decorso della malattia. Un affare, no?
Svariate ricerche hanno chiarito che il BDNF viene prodotto in grandi quantità durante l’attività sportiva. Pare infatti che il beta-idrossi butirrato, un metabolita che viene prodotto quando si digiuna o quando si pratica sport, induca un’aumentata espressione del gene che codifica per il fattore neurotrofico, oltre che placare l’infiammazione, la quale si trova spesso alla base di molte patologie.
Fare sport è quindi una strategia vincente anche contro lo stress da quarantena e l’associato rischio di perdere di vista il buon umore.
Oltre che un sano modo, qualora non foste dei palestrati da manuale, di ridere di sé.
Per approfondire:
Neurobiology of BDNF in fear memory, sensitivity to stress, and stress-related disorders
Acute increases in brain-derived neurotrophic factor in plasma following physical exercise relates to subsequent learning in older adults
The impact of exercise training on basal BDNF in athletic adolescents
(Immagine di copertina: photo by D.S. Chapman on Unsplash)





