Covid19- Il diritto di sentirsi soli

«Non vedo l’ora di fare marcia indietro, di far tornare a esistere le cose del mondo, una ad una o tutte insieme.» I. Calvino

Il cielo oggi s’è messo in tiro. Si è fatto dei bigodini di nuvole ridicolmente altezzosi, mi ricorda mia nonna prima delle feste. Gli ho chiesto: Perché ti fai bello, che hai da fare? M’ha risposto: Niente, proprio come te; è solo un nuovo giorno, e questo mi basta.

È difficile la vita vista da un balcone. Per quanto sia insignificante rispetto all’entità degli eventi che il mondo sta vivendo, anche il microcosmo interiore di ognuno di noi merita il suo spazio. Inutile che ci dicano: non ha senso fare quella faccia, pensa a chi sta peggio! Pensare a chi sta peggio aggrava il mio stato di ansia, di incertezza, non mi consola di certo.

Non è semplice venir catapultati in un universo parallelo in cui tutto quello che credevi ti appartenesse e cui pensavi di appartenere è sospeso in un vuoto indefinito, legato al sottile filo di una cronaca sempre più cruda. Ti senti impotente, inutile. 

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Certe mattine ti svegli e non sai chi sei, che devi fare. Ormai anche i tuoi desideri sono abituati a rimbalzare sui vetri di casa e a tornare dentro, lo sanno che non si può uscire. E dunque ti tiri su le maniche: dov’eravamo rimasti? Fingi di avere una qualche missione da compiere.
Talvolta funziona: ti ritrovi a lavare casa da cima a fondo, a spolverare la ringhiera (la ringhiera, ma ti rendi conto!), a studiare per esami di cui ignori ancora il luogo, la data, la modalità (come si fanno gli esami davanti a una telecamera? Lo sanno solo i romanzi di Orwell), a cucinare prelibatezze che stanco come sei non hai neanche più voglia di mangiare. C’è chi fa sport. Chi non ne ha mai fatto e non ha intenzione di cominciare adesso; chi ne approfitta per recuperare tutto quello che prima lamentava di non arrivare a fare, chi si lascia sprofondare in un soporifero nulla.

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Chiunque tu sia ed in qualunque modo tu ti senta, sappi che ne hai il diritto. È una situazione a cui non sei abituato, e noi moderni non siamo abituati a non essere abituati. La lotta alla sopravvivenza è un ricordo lontano di uomini in pelliccia che si affacciavano, timorosi, dalle loro caverne per andare a caccia e a pesca.
Il nostro caso è ancor più oscuro: il nemico è invisibile, potenzialmente ovunque e da nessuna parte. Ed in un qualche senso più profondo, il nemico è anche dentro di noi, è quella parte di noi che non ha compreso la spaventosa immensità del nulla e l’immensa piccolezza del tutto.

Se dovessimo trovare un motivo per ringraziare questo virus con lo scettro, forse sarebbe l’averci slegato dalla pretesa di risposte, dall’ostinata cocciutaggine dei nostri piani. Ci ha fatto passare più tempo del previsto a guardarci attorno proprio perché ha ne creato l’impossibilità; ci ha uniti, perché le squadre nascono così, da un avversario comune. Ha stravolto dalle radici i nostri rapporti con gli altri, ha seminato confini e ci ha sfidati a varcarli solo con l’immaginazione. 

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Abbiamo tutti il diritto di sentirci soli, ma anche il dovere di salvare noi stessi e gli altri da questa solitudine. 

Il cielo oggi s’è decorato senza motivo. Lui è sempre fuori come tu adesso sei sempre dentro. Eppure si rinnova ogni giorno in mille modi stupefacenti: fallo anche tu.

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Su di me: il cielo stellato

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