Stupida
“L’amore deluso nel suo eccesso, e soprattutto l’amore ingannato dalla fatalità della morte, non ha altro esito che il suicidio.” MICHEL FOUCAULT
Proseguono le puntate del racconto di Giada Penello: ecco il link all’episodio precedente.
Il primo tema che ci diedero da fare riguardava l’importanza dei libri. Un tema che di certo mi stava a cuore e che mi permetteva di parlare molto anche di Carmen.
Scriverlo non fu facile, questo perché credo che, quando teniamo profondamente a qualcosa, sviscerare le reali motivazioni che guidano i nostri sentimenti sia come tentare di estrapolare qualcosa che è fortemente innestato nei nostri tessuti. Diventa quasi impossibile distinguere le cause dal proprio essere.
Nonostante la fatica di una simile analisi, riuscii a ottenere un otto e mezzo, ritornando, secondo i miei pensieri, nelle grazie di Carmen.
Ero felice e sicura che, anche se non fossi brillata in latino e greco, la scrittura per me sarebbe stata sempre un rifugio sicuro.
Venne poi il momento della seconda versione, a quel punto la tensione era maggiore, ma avevo fede, sapevo che dovevo rimanere concentrata per portare a casa un buon voto.
Presi invece un’altra insufficienza.
Iniziavo a spazientirmi e a sentirmi umiliata da quei voti. Avevo studiato e mi ero impegnata per recuperare, ci tenevo moltissimo ad andare bene. Cosa sbagliavo? Forse non stavo facendo davvero del mio meglio? Dovevo studiare di più? E Carmen cosa pensava ora di me?
Iniziai a passare sempre più tempo a studiare, a rompermi la testa alla ricerca di una soluzione in quelle infinite combinazioni di parole.
Non avevo più tempo per nulla. Non avevo tempo da dedicare alla scrittura, non avevo tempo di uscire con gli amici, a volte non avevo nemmeno il tempo di farmi una doccia. Ma non ottenevo nessun risultato.
Iniziai a prendere a malapena la sufficienza anche in storia e geografia. Davvero non ne capivo il motivo, perché in passato ero sempre andata bene a scuola e, durante le interrogazioni, mi sembrava sempre di dare le risposte corrette.
«Lessico non adeguato».
Per 5 fottuti anni ho dovuto sopportare questa frase, senza mai sapere che cazzo volesse esattamente dire.
Iniziai anche a cercare di imparare a memoria le parole del libro. Infatti, chi applicava questo metodo veniva sempre premiato e poi, in questo modo, come avrebbero potuto contestare il mio lessico?
Inutile dire che, ovviamente, non era sufficiente.

Nonostante fossi già a pezzi per quei voti, quello che mi fece cadere nel baratro furono i mediocri sei e le insufficienze in italiano.
Trovarmi improvvisamente a non saper più fare nulla, a non essere all’altezza della cosa che in teoria mi doveva riuscire meglio, mi dava l’idea di aver perso la reale percezione del mondo.
Non capivo come fosse possibile, mi sembrava di aver vissuto tutta la vita in una bugia. Tutte le insegnanti che avevano apprezzato ed elogiato i miei lavori, lo avevano, forse, fatto solo per non distruggere i miei sogni? Mi avevano tutti mentito e io ero solo un’incapace, un’illusa?
Davanti a tutto questo, davanti al pericolo sempre più concreto che per me non ci fosse il futuro che avevo sempre immaginato e che Carmen se ne sarebbe andata via, mi sentivo bloccata, persa, terrorizzata.
Come avrei potuto vivere senza Carmen? Cosa sarei stata io senza di lei?
Ogni sicurezza della mia vita stava svanendo, mi trovavo sul fondo del burrone, e, il giorno dopo, il burrone era diventato ancora più fondo.
Affrontavo gli ostacoli con le lacrime agli occhi e la bava alla bocca e, per quanto cascassi, mi rialzavo per cercare il modo di cadere meno rovinosamente al successivo, imminente ostacolo.
A Carmen però non importava, non le importava che perdessi sempre di più le forze, che soffrissi senza tregua, non le importava di me.
Si allontanava sempre di più, a volte un bacio fuggevole che sapeva più di amaro che di amore, ci teneva unite solo il ricordo di ciò che era stato.
Carmen iniziò a guardarsi meglio intorno, conobbe nuove persone e si affezionò sempre di più a loro.
Loro che a differenza mia sapevano sempre tutto, avevano il tempo di approfondire gli studi, erano brillanti, intelligenti, dotate di una maggiore sensibilità e capacità di ragionamento.
Io ormai vivevo nell’ombra, mentre lei rideva e scherzava con loro, e non potevo farci nulla, perché ero e sarei rimasta sempre troppo stupida.
Sfogliavo le pagine del dizionario e già lo sapevo, sarebbe stato l’ennesimo insuccesso. Così alzavo lo sguardo, nascondendomi dietro quel grosso scudo e guardavo loro.
Loro non mostravano alcuna titubanza, per loro era un giorno come gli altri: per me, invece, un nuovo taglio sulla pelle, perché per me quel voto era qualcosa di più, ogni voto in quella scuola determinava la maggiore o minore distanza dal mio sogno, che, ormai, era sempre più lontano. Loro non sentivano nulla di tutto ciò, non avevo mai visto quelle persone ardere di passione – piuttosto, di superbia e vittoria.
Io non brillavo più in niente. Loro lo sapevano e, per questo, mi evitavano, ridevano della mia incapacità. Le invidiavo, mentre si pavoneggiavano in ogni materia: nessuna difficoltà, per loro tutto era semplice.
Realizzai che non brillare consisteva nell’essere nulla.
Quando ritornavo a casa mi sentivo svuotata, un’immensa fatica senza nessun risultato. Uscivo in terrazzo, nonostante il freddo delle sere d’inverno.
L’aria pungente che entrava nelle narici mi dava sempre l’impressione di rinascere, così come il cielo blu-rosa alla fine del tramonto.
Guardavo il giardino e contavo.
«Uno, due, tre con il portico, saranno tre metri, forse quattro».
Immaginavo come sarebbe stato il mio corpo lì disteso e l’immagine non mi infastidiva, non mi faceva provare nulla.
Poi, però, la scena nella mia testa continuava: un funerale, mia madre che piange, svuotata, senza trovare più nulla di felice; mio padre attonito che si sente colpevole.

Stupida! Come ti viene in mente una cosa del genere? Ti sembra che abbia un minimo senso suicidarsi per un voto? I veri problemi non sono questi, ed ecco che per l’ennesima volta mi dimostro una stupida.
Loro non lo avrebbero mai pensato, perché non sono stupide come me. Perché devo essere così? E poi, in fondo, lo sapevo. Non sarebbe stata altro che una messa in scena per attirare l’attenzione, per far vedere che la mia vita aveva un senso, che stavo soffrendo troppo e meritavo di più.
Sapevo però che piangersi addosso non risolveva le cose, bisognava tenere duro, per dimostrare il proprio valore. Per dimostrare chi ero.
Ma chi sono, io? Chi sei, una volta che il tuo sogno non è più tuo? Quel sogno di cui Dio ti ha fatta innamorare, lo stesso che non puoi raggiungere perché sei troppo stupida?
Se avessimo tutti le stesse capacità, forse spiccherebbe nella massa lo sforzo di chi è in grado di combattere più tenacemente per raggiungere il proprio obiettivo.
Allora sì, finalmente sarei qualcosa, finalmente sarei qualcuno. Sì, perché loro non avrebbero sopportato di vedersi strappare i loro sogni così, loro avrebbero mollato la presa su un’esistenza che non sentivano degna. Mentre con te possono anche consumarti le mani fino all’osso e staresti ancora tenendo stretti i brandelli di quel sogno. Perché tu lo ami davvero, loro, invece, non hanno idea di cosa voglia dire. Ecco, tu in questo sei migliore e quindi più forte.
Mento.
Questo film mi piace, mi fa sentire finalmente speciale, ma è una bugia.
Loro probabilmente saprebbero sopportare più di me, ma pensare che non sia così mi fa sentire più tranquilla. Non sono più forte, non sono migliore, e quest’illusione mi rende ancora più stupida.
Perché allora Dio mi hai fatta innamorare così di questo sogno, se non è la mia via? Perché mi hai dato la vita, se io qui non posso fare null’altro che ammirare gli altri mentre raggiungono i propri scopi, se sono solo qualcosa di passeggero, se non hai riservato nulla di speciale per me? Che senso ha la vita, se si consuma in un semplice fare presenza?
Sono troppo stupida per capirlo.
Così, ogni volta, realizzavo che salire su quel balcone sarebbe stata solo la riconferma della mia stupidità. Lasciavo la presa del parapetto, spingevo la porta e rientravo in casa, con la solita aria sconfitta.
Immagine di copertina tratta da Pexels





