The Good Place – Consigli di vita dal paradiso
Come sintetizzare The Good Place in un articolo? Proviamo a raccontarvela a partire da ciò che ci hanno lasciato i suoi protagonisti.
Michael Schur è uno dei grandi geni della televisione americana. Ha sceneggiato alcune delle sitcom più famose e apprezzate del XXI secolo: ha cominciato la sua gloriosa carriera con The Office, poi Parks and Recreation e tra le più recenti l’esilarante Brooklyn 99. Il 30 gennaio 2020 ha concluso il suo egregio lavoro con quel piccolo gioiello che è The Good Place.
The Good Place, composto da 4 stagioni di 13 puntate di circa venti minuti ciascuna, è una delle migliori sitcom degli ultimi anni. È andato in onda per la prima volta nel 2016, sull’emittente americana NBC, con grande successo di pubblico e critica (è stato candidato anche ai Golden Globe, per dire), e in poche stagioni ha conquistato migliaia di spettatori.

La protagonista della storia è Eleanor Shellstrop, interpretata dalla mitica Kristen Bell, una ragazza dell’Arizona, viziata, acida e arrogante, che per vivere vende falsi medicinali agli anziani. Così la conosceremo all’inizio della serie e così era la sua vita meschina prima di morire. Eleanor, infatti, è morta investita da una fila di carrelli al supermercato. Si risveglia in quello che sembra essere un’elegante sede lavorativa, dove viene ricevuta da Michael (l’affascinante Ted Denson), un signore attempato, elegante e carico di entusiasmo che si presenta a lei come l’architetto che ha progettato il Paradiso, il good place da cui prende nome la serie.
Ben presto Eleanor si accorge che c’è stato un errore: in paradiso ci è finita la Eleanor Shellstrop sbagliata. Com’è possibile che una persona tanto meschina sia finita in Paradiso? In uno splendido quartiere sereno e serafico, pieno di persone che hanno dedicato la loro vita terrena a chi era in difficoltà, alla protezione dell’ecosistema e a pacifisti di ogni tipo?

Questo è solo un piccolo assaggio. Chi non ha visto interamente The Good Place è invitato ad abbandonare questo articolo e correre a fare un po’ di sano binge watching. Perché noi in realtà vorremo parlarvi di quello che i personaggi di questa serie ci hanno lasciato. Eleanor, Michael, Chidi, Janet, Tahani e Jason ci hanno accompagnate negli ultimi quattro anni, regalandoci tante risate, lacrime e sorrisi, ma anche molto di più. E quindi: attenzione agli spoiler!
Eleanor Shellstrop

Eleanor Shellstrop: la quintessenza del basic, la mediocrità. La sua serie tv preferita? The Real Housewives of Atlanta. Il suo libro preferito? Il feed Instagram di Kendall Jenner. Nei primi episodi della serie si mostra come una persona superficiale e opportunista: si rende immediatamente conto di essere finita in paradiso per errore ma cerca di comportarsi di conseguenza, cercando di impersonare la “santa” per cui è stata scambiata. Nella sua vita non ha mai commesso nessun vero crimine ma ha sempre trattato gli altri con arroganza e cattiveria, senza riuscire mai ad instaurare un vero rapporto di amicizia o di amore.
In quel basic con cui Eleanor cataloga gli altri, c’è un istinto di protezione, dovuto ad un retaggio di dolore causatole da chi l’ha resa così apparentemente insensibile: due genitori anaffettivi, che non si sono mai curati molto di lei. La sensibilità di Eleanor, che tanto cerca di nascondere, sarà invece la sua carta vincente: sarà la prima ad accorgersi dell’inganno del paradiso, l’unica a passare il test del burrito dimostrando di essere veramente migliorata e a prendere le redini del tentativo di migliorare il sistema di giudizio dell’aldilà. Nel suo personaggio è racchiuso un messaggio: la morale non è una costruzione culturale ma è insita nell’animo umano. Per fare la cosa giusta basta sapersi ascoltare: l’autenticità di Eleanor deriva dal suo essere onesta con se stessa, nel bene e nel male.
Chidi Anagonye

Chidi Anagonye è un professore di etica e filosofia morale. Insegna in Australia ma ha origini senegalesi. Quando scopre di essere all’Inferno è convinto che la colpa sia della sua dipendenza dal latte di mandorla. La causa, in realtà, è ben più profonda di così: diviso tra il seguire l’imperativo categorico kantiano e il mettere in pratica la teoria della giustizia di Rawls, Chidi vive in una realtà di costruzioni morali e filosofiche completamente distaccato dalla realtà, nel vuoto astratto della teoria. Logorato dall’aut-aut kierkegaardiano, Chidi non prende mai una decisione, e vive la sua vita in balia del volere altrui, senza raggiungere nessun obiettivo. Ma la vita non può essere un gigantesco dilemma etico da risolvere: bisogna agire, prendere posizione.
Chidi incarna una domanda che la filosofia si pone dalla sua origine: a cosa servo? Qual è il mio ruolo del mondo? Ma incarna anche la risposta: serve a guidare le azioni di tutti i giorni. Chidi riesce a impararlo solo quando si mette ad insegnare etica a Eleanor e compagni, nell’aldilà. E qui vede effettivamente i risultati: tutti i suoi amici iniziano a diventare persone migliori, più altruiste, più empatiche, più riflessive. Un sapiente escamotage di Schur per trasmettere filosofia in pillole anche agli spettatori.
Nelle prime puntate lo spettatore vorrebbe solamente gridare “Chidi, datti una svegliata!”. Poi se ne inizia ad apprezzare il nervosismo, il mal di pancia da ansia. Perché Chidi è quello che spinge a riflettere, a soppesare, ma che quando c’è un pericolo si lancia nella mischia, abbandonando per un attimo la voce della coscienza. Altruismo, autoconsapevolezza, dedizione. Ma anche l’invito a gettarsi nella corrente della vita e a vivere il momento, il coraggio della scelta azzardata, a dire sì alla vita. Insomma, un mix potente di ricerca del bene sommo e antropologia kantiana, che vede l’uomo come fine in sè, ma con quel pizzico di superomismo Nietzscheano, che vede il l’uomo-in-sè come principio creatore della propria esistenza, che non guasta mai.
Michael

Michael è un demone, un gigantesco calamaro di fuoco travestito da umano. Il suo compito è torturare gli umani e la sua ambizione lo spinge ad inventare un finto quartiere paradisiaco, dove in realtà poter torturare la gente utilizzando tutti i loro segreti, tutte le loro paure e debolezze come arma. Geniale, astuto, sadico. Osservando Eleanor e gli altri cercare disperatamente di diventare persone migliori, Michael finisce per innamorarsi del genere umano e inizia a desiderare di essere come loro, di provare tutti i sentimenti e le paturnie che provano gli uomini. Abituato ad essere quasi un Dio, a creare e disfare mondi soltanto con uno schiocco di dita, Michael si innamora della fragilità e dell’impotenza degli esseri umani.
Michael non solo ci mostra che si può essere bellissimi e affascinanti anche a settant’anni, ma ci mostra soprattutto che non è mai troppo tardi per cambiare, per crescere, per migliorare. Nelle prime puntate Michael descrive gli umani come se fosse un alieno che tenta di descrivere ai suo compagni cosa sono questi omuncoli flaccidi e deboli che popolano la terra. Decrittarne il comportamento sembra quasi impossibile.
Ma con il passare dei Jeremy Bearimy, Michael emerge come uno dei personaggi più comici della serie, contrapponendo il suo aspetto distinto e formalismo inamidato a comportamenti bizzarri e ad affermazioni assurde. Vedere un demone affrontare una crisi esistenziale non è cosa da tutti i giorni! Michael ci mostra tutto il bello di essere umani. Attraverso gli occhi di Michael riusciamo a vedere tutte le nostre contraddizioni e impariamo ad amarle come fa lui. Michael è la voglia di vivere, di conoscere, di sperimentare. È la voglia di comunicare con l’altro, di immedesimarsi nei panni altrui per poter vedere il mondo con sguardo più acuto e limpido.
Tahani Al-Jamil

Tahani Al-Jamil è forse il personaggio di primo acchito più irritante della serie. Tahani ha origini pakistane ma è stata cresciuta nell’alta società britannica: tutto in lei appare affettato e i suoi modi sono costantemente tesi a sottolineare la sua classe sociale d’appartenenza, così come il suo continuo name-dropping di conosciutissime celebrità. È l’unica a credere fermamente di meritare un posto in paradiso, rappresentando tutta una categoria di filantropi di facciata, le cui azioni umanitarie non sono volte ad altro se non a gonfiare il proprio ego.
Tahani è egoista tanto quanto Eleanor ma risulta molto più odiosa in quanto non appare mai sincera. Si arriverà ad amare il suo personaggio solo nelle ultime stagioni, quando Tahani svelerà la sua grande insicurezza, il senso di inferiorità rispetto alla sorella Kamilah, costantemente elogiata dai genitori che hanno seminato rivalità e invidie reciproche. La metamorfosi di Tahani è resa possibile da un solo elemento: il perdono. Solo quando riuscirà a perdonare i suoi genitori per come hanno educato lei e la sorella sarà libera da quel fardello che la costringeva ad una perfezione da androide e la vedremo emozionarsi in tutta la sua autenticità.
Jason Mendoza

Diceva bene la mamma di Forrest Gump: “Stupido è chi lo stupido fa”. E Jason pare nato per calzare questa definizione. All’inizio avevamo creduto che fosse un monaco azzittito dal voto del silenzio, e lo avevamo ritenuto un saggio benefattore. È durata poco: già sul finire della prima stagione il religioso Jano si rivela essere Jason, fiero di venire da Jacksonville, sfegatato tifoso dei Jacksonville Jaguars, amante dei videogames, dei balli di gruppo e delle… ehm, prominenze femminili.
Insomma: il fascino di Jason è tutt’altro che intellettuale. È un ragazzo della strada, cresciuto a pane e molotov, in mezzo ai liquami dei sobborghi; è il prodotto più scadente della cultura commerciale americana.
“Sono troppo giovane per morire e troppo vecchio per prendere il menu bambini: che età stupida che ho!”.
Come tutti i personaggi anche Jason si evolverà nel corso degli episodi; per carità: avrà sempre l’intuitività di un bradipo, ma sarà più maturo nel relazionarsi con gli altri, darà consigli preziosi persino a Chidi. Riuscirà a rubare il cuore più volte all’essere più intelligente dell’universo: Janet.
L’insegnamento più grande di Jason (interpretato da un perfetto Manny Jacinto, che davvero in vita sua ballava l’hip hop) è che c’è del saggio in tutti. Ma davvero tutti. Jason ci spiega, ovviamente senza conoscerla, l’inversa proporzionalità tra consapevolezza e contentezza.
Janet

La prima volta che l’abbiamo vista Janet ci ha fatto prendere un colpo: è apparsa dal nulla, da brava assistente vocale, chiamata in causa da Micheal. Perché Janet nasce come un servizio per gli altri, e lo rimane fino alla fine, salvando i nostri prodi da troppi guai; è l’Hermione Granger di The Good Place ma senza saccenteria. Come definirla? Di certo né un robot né una donna, perché verremmo corretti da lei stessa.
Janet ha un’intelligenza che copre senza indugio tutti i campi del sapere umano, ma la sua più grande conquista è la conoscenza dell’empatia, che inizia con un abbraccio di Jason e durerà fino all’ultimo episodio in un crescendo di amicizia stretta con tutti i protagonisti.
Janet è in realtà una pluralità di personaggi e D’Arcy Carden riesce ad interpretarli tutti con una maestria incredibile: la Janet cattiva tipica dell’inferno, che mastica gomma, veste di nero e parla sadicamente, la disco-Janet, coi capelli gonfi e i pantaloni a zampa, le interminabili altre copie del personaggio che popolano gli altri distretti dell’aldilà.
In qualsiasi sua variante, ma soprattutto nella principale, Janet riesce ad essere, senza volerlo, il miglior personaggio comico della serie.
C’insegna che l’amicizia è la cosa più importante che si debba apprendere nella vita.

Insomma, è difficile sintetizzare in un articolo tutto quello che è The Good Place: una sceneggiatura incredibilmente vivace e frizzante, innovativa e fantasiosa, attuale e critica; un cast decisamente superlativo, un’ensemble di interpretazioni indimenticabili, in grado di affrontare l’assurdità più totale e più comica, come momenti di grande tensione emotiva e drammaticità; una scenografia colorata, brillante, luminosa, che convince ogni spettatore di trovarsi in Paradiso. Soprattutto però The Good Place è una descrizione fedele dell’uomo moderno, delle complesse dinamiche della quotidianità e delle lotte individuali e collettive di ognuno di noi in questo caotico mondo di relazionalità intrecciate e arzigogolate. The Good Place è una straordinaria dichiarazione di fiducia nell’umanità.
Articolo scritto da: Federica La Terza, Martina Raule e Sabrina Sapienza.
Immagine di copertina tratta dalla locandina ufficiale dello show





