What makes us Human?

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L’ultimo lavoro di Yann Arthus-Bertrand: un emozionante ritratto dell’umanità per riflettere sul nostro presente e sul nostro futuro.

 

Sono un uomo fra sette miliardi di altri uomini. Negli ultimi quarant’anni ho fotografato il nostro pianeta e la diversità umana, e ho l’impressione che l’umanità non stia facendo alcun progresso. Non sempre riusciamo a vivere insieme. Perché? Non ho cercato una risposta nelle statistiche o nelle analisi, ma nell’uomo stesso.

Questo è il progetto del fotografo, giornalista e ambientalista francese Yann Arthus-Bertrand, che vede la sua realizzazione in Human, il suo ultimo monumentale capolavoro. Presentato fuori concorso nel 2015 alla 72° Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e all’ONU per celebrare i settant’anni delle Nazioni Unite, HUMAN è un documentario da recuperare assolutamente. Può spaventare per la sua durata (191 minuti), ma ne uscirete stravolti.

Human è un’impresa titanica: tre anni di lavorazione, 110 riprese in giro per il mondo, 2.020 persone intervistate in 63 lingue diverse, 500 ore di filmati aerei, per un totale di 2.500 ore di girato. L’idea nasce durante la realizzazione del progetto fotografico “La terre vue du ciel”, quando a causa di un guasto aereo Arthus-Bertrand si è trovato costretto a fermarsi in un villaggio di Mali. Qui il regista è entrato in contatto con i contadini del posto che gli hanno raccontato le loro paure: della morte, della malattia, di non essere parte del mondo. Human nasce dall’urgenza di dar voce a tutti gli uomini e le donne del mondo, alle loro preoccupazioni e alle loro gioie.

A ciascuna persona sono state poste le stesse quaranta domande, indipendentemente da lingua, età, sesso, religione, cultura, provenienza, partendo dalle più semplici fino ad arrivare a quelle più complesse come “Qual è il senso della vita?”, “Qual è la cosa più difficile che hai dovuto affrontare nella tua vita?”, “Ti senti libero?”, “Qual è il tuo messaggio per gli abitanti della terra?”. I volti di centinaia di persone emergono in primo piano da uno sfondo nero, così da rendere quasi impossibile l’esatta identificazione locale. Non si sentono mai le domande degli intervistatori. Tutte le interviste vengono riportate nel film in lingua originale, con i sottotitoli a fianco che spesso non sono nemmeno necessari: gli sguardi, le lacrime, i sorrisi sono così eloquenti da far capire all’istante la situazione dell’intervistato. “Empatia” è la parola chiave di questo film. È difficile parlare dei grandi temi universali dell’esistenza senza cadere nella retorica, e proprio per questo era necessario mostrare persone vere, mostrare emozioni in tutta la loro genuinità; mostrare anche quei bellissimi momenti in cui le persone, sul punto di scoppiare in lacrime, cercano di uscire dall’inquadratura della telecamera per non essere colti in un momento di debolezza. L’intimità creatasi tra intervistato e intervistatore è evidente e di grande impatto.

Incredibilmente complicata, come hanno affermato il regista e i suoi collaboratori, è stata la parte di selezione e montaggio dato che il film è nato senza sceneggiatura. Il documentario si struttura in interviste organizzate per tema intervallate da sensazionali immagini aeree. Tre sono le voci portanti di Human. La voce della terra, che ci parla attraverso le riprese aeree di Bruno Cusa. Si alternano immagini di natura incontaminata, di montagne innevate, mari in tempesta, deserti interminabili, a immagini dove la presenza dell’uomo è imperante, come lo skyline di New York, fabbriche che spezzano l’armonia di paesaggi collinari, discariche, parate militari di vari paesi del mondo. Una cosa le accomuna tutte: sono mozzafiato. Le immagini sono sempre stabili, pulite, di altissima qualità.

A renderle ancora più potenti è la colonna sonora di Armand Amar che è riuscito a creare un “musical landscape”, una perfetta simbiosi di musica e immagini. Il tappeto sonoro dà prova del grande eclettismo del compositore francese, che spazia dalle vocalità arabeggianti ai dolci suoni del violino. Racchiude la stessa ricchezza e diversità della narrazione. È la conferma che la musica, seconda voce di questo documentario, è davvero un linguaggio universale.

La terza voce è quella delle persone. I dieci principali nuclei tematici sono le esperienze formative, l’amore, la donna, la diversità, la terra, il problema delle risorse idriche, la diseguaglianza, la povertà, la felicità. L’ultimo nucleo si intitola Human e vi troviamo le storie e i racconti più emozionanti sul senso della vita, come quella di un quindicenne condannato all’ergastolo, o quella di un’ex tossica e tante altre; in particolare colpiscono le parole in portoghese di un ragazzo:

La vita è come un messaggio da portare dal bambino che sei stato al vecchio che vuoi diventare. Devi assicurarti che questo messaggio non si perda lungo la strada.

 

Human è un film di una profondità disarmante, un film capace di far riflettere notti intere. Un film in grado di farci aprire gli occhi e farci osservare le centinaia di differenze tra persone di luoghi e culture lontane, ma al tempo stesso realizzare di essere tutti membri della razza umana; miliardi e miliardi di piccole esplosioni in un’unica storia dell’umanità. Human è un film spirituale e intimista, un’esperienza visiva e uditiva. È un film difficile, per la sua lunghezza e per la sua durezza. È un lavoro politicamente impegnato che ci permette di abbracciare la condizione umana e riflettere sulle nostre vite. Human parla anche di amore: “solo l’amore degli uomini potrà salvare il mondo”, come dice uno dei cento volti apparsi nel film.

Viviamo in un’era molto difficile – dice Yann Arthus-Bertrand – È la prima volta nella storia della umanità in cui il futuro appare così incerto: il riscaldamento globale, la crisi dei rifugiati, il divario crescente tra ricchi e poveri, la crisi economica… L’unica cosa che possiamo fare per affrontare i periodi difficili che stanno arrivando è vivere assieme.

Per vedere il trailer di Humans cliccate qui.

Articolo di Martina Raule

Studio filosofia all'Università di Padova. Adoro leggere, scrivere, viaggiare, Kant, ma solo due volte mi sono davvero innamorata: la prima, quando sono salita su un palcoscenico per il primo spettacolo e ho deciso che avrei trascorso la mia vita in un teatro; la seconda, quando ho messo piede al festival del cinema di Venezia. Amo lasciarmi emozionare e turbare da quello che vedo, amo cercare il senso delle cose, delle azioni, delle parole. Come diceva De Filippo: "Il Teatro (e il Cinema, aggiungo io) non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dar un senso alla vita".