Il campo della vita

Assisi

“Tutta l’oscurità del mondo non può spegnere la luce di una singola candela.” San Francesco d’Assisi

Proseguono le puntate del racconto di Giada Penello: ecco il link all’episodio precedente.

Avrei potuto crogiolarmi in quella sofferenza per tutta l’estate. Trovai, invece, un barlume di forza: lo trovai grazie al campo scuola, e fu fondamentale. Durante tutto quell’anno, non avevo trovato il tempo di pensare a cosa mi fosse accaduto, perché avevo passato ogni momento a lottare, senza respiro. 

Il campo scuola mi costrinse, invece, a riflettere, a cercare qualcosa che mi potesse salvare l’anno successivo. Fu per me il campo della vita. 

Seppure io possa dimenticare alcuni momenti di quell’esperienza, non potrò mai scordare la sensazione di qualcosa che ti scava nel profondo e che si instaura per sempre dentro le tue ossa, come parte del tuo essere. 

Andammo ad Assisi, con solo i ragazzi del mio anno. Non eravamo in molti, ma ci conoscevamo abbastanza bene. Ci avevano accompagnato quelli che erano i nostri animatori, ossia quelli che avevano il compito di occuparsi solo del nostro gruppo, Eleonora, Francesco e Cristiano. 

Eravamo tutti davvero felici ed entusiasti di trovarci lì. Il gruppo di ragazzi di cui facevo parte si era sempre distinto per la responsabilità e la capacità di autogestirsi. I nostri animatori si fidavano di noi e ci concedevano, quindi, anche molte libertà. 

Il clima era di affetto e stima reciproca, nessuno cercava di sfidare l’autorità, ci godevamo la bellezza dello stare insieme e l’opportunità di confrontarci con qualcuno con più esperienza, che ci potesse guidare nella risoluzione dei nostri problemi. Insomma, c’erano tutte le carte in regola per fare un buon campo. 

Assisi, la sua anima, la sua storia ci accompagnarono per tutta la settimana. 

Ci piaceva conoscere, saperne di più sulle vicende passate di quella città. 

Assisi è molto piccola: questo permette di esplorarne ogni angolo e di riuscire, in poco tempo, a respirarne l’atmosfera di devozione verso qualcosa di più grande. Così, ti può sembrare in qualche giorno che ogni sua strada ti appartenga. 

Alternavamo momenti di divertimento a quelli di riflessione e introspezione. Questo ci permetteva di creare ricordi indelebili, uniti a considerazioni fondamentali che, ogni tanto, ribussano alle porte della vita. 

Nessuno di noi potrà mai dimenticare l’infinita caccia al tesoro in cui abbiamo urlato per tutta Assisi: “Coglioni di mulo, coglioni di mulo”, la sfilata con i sacchi di iuta per riprodurre gli appestati, la serata in centro passata tra ridicoli rimorchi e cori da stadio, i canti a 4 voci nelle salite della città, la veglia sotto le stelle, l’escursione a pane e acqua (poi ci hanno portato comunque i panini), le lodi al mattino, al pomeriggio e alla sera, e il peto della buona notte. 

Sono la nostra personale storia e, come diceva Natalia Ginzburg, il nostro lessico famigliare, quello che ci farebbe riconoscere in una grotta buia tra mille altri. 

Ogni volta che ci troviamo a riparlarne è come se qualcosa si riattivasse dentro di noi. Posso risentire, sempre, quella sensazione di immensa pace e sicurezza emergere in me. 

Quello che trovai in quel gruppo fu un posto sicuro, dove sentirmi amata nonostante per Carmen non fossi abbastanza, dove sapevo che le mie lacrime non sarebbero state ignorate, dove, anche se sola ero debole, insieme diventavamo forti, sicuri, importanti l’uno per l’altro, ma soprattutto felici, perché ci volevamo bene. 

Immagine tratta da Pexels

Quel campo intensificò anche il mio rapporto con Dio. Parlavo con lui, lo interrogavo su cosa volesse da me e per me, e allo stesso tempo lo mettevo in discussione. 

È questo il momento in cui diventi un fedele, quando metti in discussione Dio e i suoi dogmi, quando ti arrabbi con lui e poi chiedi scusa. 

Dio in quel momento della mia vita era una figura fondamentale. Ero convinta che volesse qualcosa da me, ero convinta che volesse che io stessi con Carmen, che scrivessi, ma non capivo perché allora mi stesse ostacolando così tanto. 

Mi chiedevo se ero io a non capire i suoi segnali e stessi fraintendendo tutto, o se mi stesse mettendo alla prova.

Alla fine di quel campo non ritornai con una risposta, ma sentivo che vicina a quel gruppo, vicina a Dio, avrei trovato ogni giorno la forza per rialzarmi e alla fine avrei capito qual era la mia strada.

Alla ripresa del secondo anno, ero consapevole che avrei sofferto ancora molto, ma mi sentivo più sicura nel sapere che potevo contare su quel gruppo. 

Riempii il mio diario con le foto fatte al campo, per ricordarmi cosa era veramente importante, per ricordarmi come ero stata felice, e che quella felicità l’avrei sempre potuta ritrovare.

Indossavo il bracciale con il Tau che ci avevano regalato a fine campo, in modo da poterlo stringere forte tra le mani ogni volta che mi sentivo a pezzi, per ricordarmi che Dio era con me, e per chiedergli di darmi la forza per andare avanti. 

Per quanto mi piacerebbe conservare un’immagine di me così forte e speranzosa, ci furono tanti momenti in cui tutto questo non mi bastò. 

Capivo che i miei voti non mi definivano come persona, che, per gli altri, contavano molto di più le altre mie qualità rispetto alla mia capacità di andare bene a scuola, ma sapevo che, se non avessi avuto Carmen, non sarei mai stata veramente felice, sarei morta sentendo che non ero riuscita a fare ciò per cui ero venuta al mondo.

Immagine di copertina tratta da Unsplash  

Prendere la penna in mano mi rende terribilmente felice. Fin da piccola mi sono innamorata del mestiere di scrivere, poteva essere il classico romanzo rosa, invece porto le cicatrici sul corpo di questo amore. Combatto ogni giorno per conquistare un pezzo del mio sogno, vivere di parole, perché anche se mi fa soffrire ne sono terribilmente innamorata.

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