The Idol è un’ottima scusa per parlare di NASKA (e molti altri)
La nuova serie HBO riapre il dibattito sullo sguardo maschile nei media e noi facciamo un male gaze check della musica italiana.
Per scrivere questo articolo ho dovuto guardare due puntate di The Idol, ma non ho troppa intenzione di parlarne. Non ho intenzione di parlare della nuova chiacchieratissima serie HBO se non per dire due cose. La prima è che, al netto delle puntate andate in onda, tutto il circo mediatico che The Idol ha raccolto intorno a sé ancora prima di essere trasmesso, fatto di aneddoti problematici sul set e accuse di misoginia ai suoi creatori, è stato forse la miglior pubblicità che lo show potesse ricevere nonché il motivo per cui buona parte del pubblico sarà spinto ad andare avanti dopo la prima puntata, vista la noia del suo contenuto effettivo. La seconda è che la storia di sudditanza psicologica della bella diva Jocelyn, la quale è entusiasta di subire le peggio sevizie dal santone Tedros per migliorare le sue capacità artistiche, scritta dallo stesso creatore di Euphoria, Sam Levinson, ha riaperto il dibattito sul tema del male gaze nei media,che ahimè, che è ciò che ci farà arrivare a NASKA.

Il male gaze, lo sguardo maschile, quella cosa che chi crea – in questi casi un uomo – finisce per scordarsi che la sua prospettiva non è universale e pecca di realismo. Per anni, anzi per secoli, mentre il monopolio della creatività era ancora del genere maschile, le donne si sono viste rappresentate in storie e personaggi frutto di questa visione parziale, sentendosi inadatte, o peggio, aspirando a un modello per loro confezionato e spacciato per realtà universale. Se un genere peccava di realismo, l’altro peccava di consapevolezza. Poi le cose sono cambiate: prima un saggio della critica cinematografica Laura Mulvey e poi svariate ondate di femminismo post-moderno hanno portato a galla le insidie del male gaze, e ora, invece di sentirci inadatte, possiamo dire “Bella questa fantasia maschile, ma io non ci vivrei!”. Ma il rischio è sempre in agguato: e se un giorno ci scordassimo che quella aspirante subrette persa, corrotta dalla vita mondana e sessualmente compiacente è solo una fantasia che cammina su due tacchi a spillo e ci rimettessimo a venerarla, neanche fossimo alle medie e lei fosse QUELLA popolare?
Questo è il pensiero che mi attanaglia mentre cerco di sopravvivere alla folla sotto il main stage del Miami Festival. Anche solo procurarsi una boccata d’aria fresca in questa bolgia è un’impresa, c’è NASKA sul palco a petto nudo e tra i presenti è l’unico a starsene fresco. Intorno a me il pubblico di ragazzine è in visibilio e non manca più di qualche Millennial con ancora addosso i pantaloni da ufficio, visto che è un venerdì sera. Perché sono in questo posto? Ho seguito la musica. NASKA, insieme a LA SAD e qualche altra gemma, è la punta di diamante di una commercialissima new wave italiana. Nella foga di rimanere sempre aggiornata ho ascoltato NASKA su consiglio di un amico e l’ho subito trovato interessante. Interessante, ma non perfetto. C’ è qualcosa nei suoi testi che stona con l’immagine ostentata di bad boy dal cuore d’oro, e soprattutto con il corso introduttivo al femminismo moderno che è stata la mia permanenza sui social tra il 2015 e il 2020. È un pensiero che non mi abbandona da quando ho ascoltato la sua hit Polly (o almeno ci ho provato), e non lo fa neanche mentre le mie compagne di parterre cantano parola per parola questo testo:
Polly con quel tipo non ci parla più
Esce con un altro che la porta alle feste
Che le compra la coca, che la sfama e la veste
Che per la sera dopo poi ne ha altre due diverse
E Polly lo sapeva però gli andava bene(…)
A Polly non basta, ne voleva di più
Testo del brano Polly di NASKA
Sognava in grande e aveva grosse pretese
Il prossimo passo diceva era la TV
Era disposta a tutto per farlo in quel mese
Ah Polly, se solo mamma sapesse
Ti vedesse così adesso che cosa direbbe?
Polly, questa ragazza di campagna che ha spezzato il cuore alla mamma per colpa di una straziante voglia di celebrità e ora si trova a fare i conti con il marcio della metropoli, della droga, dell’amore non vero, e adesso chi la salverà? Forse gli stessi 2 uomini che insieme a NASKA hanno scritto la canzone e che Polly se la sono solo inventata, che l’hanno incisa sul disco senza alcun riferimento alla loro soggettività: Polly c’è, esiste, è proprio così, non siamo noi che ce la stiamo immaginando. E noi pubblico ce le beviamo e la cantiamo tutti assieme. Con il caldo che fa sotto il palco sembra di stare all’inferno e mi verrebbe da chiamare le due ragazze vestite da ufficio a rispondere dei propri peccati: come si fa a cantare Polly con trasporto ed essere de* brav* femminist*? In cosa di questo testo vi immedesimate? Provate pena? Ammirazione? Vi sentite migliori? Da quella situazione ci siete passate? Non mi sembrate proprio due che hanno partecipato al bunga bunga, però può essere un errore mio, lungi da me proiettare percezioni immaginarie. Però anche se mi sbagliassi su voi due, statisticamente non posso farlo su tutto il resto delle ragazze tra i 15 e i 35 che stanno cantando.
Simone de Beauvoir mi perdoni perché anche io ho peccato. Ho riprodotto un numero spropositato di volte TOXIC de LA SAD. Concettualmente è la copia sputata di Polly, solo che qui la fortunata musa è solo una “lei” neanche degna di un nome.
Lontana da sua madre
Non parla con suo padre
Lei vuole tornare bambina
Perché ha perso l’autostima
E pensa a togliersi la vita(…)
Testo del brano TOXIC de LA SAD
Con i tacchi e con le calze a rete
Si diverte solo quando beve
Lei ora è sola in una nuova città
Nel letto di qualcuno che le sta rubando l’anima
L’equazione è semplice: per fare due ragazze problematiche dal valore di 17 milioni di streaming ci vogliono 6 ragazzi in sala di scrittura. Dall’altra parte dell’auricolare, un numero indefinito di donne pronte a guardare con occhi luccicanti lo stereotipo della subrette borderline che litiga con la mamma e ogni weekend rischia di perdere i sensi. Perché siamo sempre così inclini a farlo? Non è solo la bellezza del cantante o il ritmo orecchiabile, è che, di nuovo, ci manca la consapevolezza, la voglia di dire basta: “Da questo mito ci siamo già passate, quindi ringraziamo il Dottore, rifiutiamo l’offerta e andiamo avanti”.

Prima del Covid, prima che il dibattito pubblico on e off-line si fossilizzasse per due anni sul numero di punture giornaliere effettuate ed altre eventuali disgrazie, si era cominciato a parlare di male gaze anche nella musica italiana. Ricordo con vago entusiasmo quando qualcuno ebbe il coraggio di far notare ai Pinguini Tattici Nucleari che decantare la situazione in cui “Qualcuno ti dà un cocktail, con chi dormi stanotte? Lo capirai soltanto se lo butti giù” non era proprio il massimo, visto che ben poche ragazze affrontano un risveglio piacevole dopo essere passate per questo tipo di contesto.
Qualcosa dopo questo breve dibattito sembrava essersi mossa. Per esempio nel 2020 la programmazione radio dell’infelice singolo di Cremonini Giovane stupida, dedicato alla baby-fidanza ventenne, era resistita poco più di tre settimane, ricevendo recensioni non positive per quanto paternalistica e stereotipata. Anche qualche indie boy, che le donne pure prima del Mee Too non le sfiorava neanche con un kiwi, aveva deciso di scollarsi dal ruolo di eterna vittima di una perenne carnefice femminile e aveva iniziato – udite, udite! – a presentare la sua prospettiva maschile con onestà introspezione. Alla fine de Le Cose Sbagliate, Frah Quintale, colto in flagrante a far lo scemo con un’altra abbandona il mantra del “negare sempre e comunque” e ammette di aver fatto una cazzata. Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale dopo 10 anni, nel 2021, la finisce di prenderci in giro per quanto spendiamo in cerette (si veda Mi sono rotto il cazzo) e in L’unica cosa che non so fare attacca un apprezzabile pippone su quante stupidaggini sente di aver raccontato in giro alle donne per farsi interessante e su quante ci hanno creduto. Insomma, signore, dietro quella coltre di testosterone, c’è vita.
Non ci sarò per i tuoi compleanni
Dal brano Horror di NASKA
E sarò la sigaretta che fumi nervosa
Sarò quello stronzo che tua madre odia
Perché sa che per lui piangi in camera da sola
E sarò sempre in ritardo quando sarai pronta
Adesso, però, dopo un silenzio stampa di due anni, stiamo retrocedendo. Questa new wave emo-pop-punk (in sostanza gente che imita i Blink e i Finley), ritorna a proporci un modello di donna persa e sbandata. Compianta dal cantante, ma, badate bene, allo stesso tempo desiderata, sennò mica l’avrebbe creata così. Non è chiaro se questi testi siano il ritorno di uno storico “vizietto”, una sfida aperta al mostro del politicamente corretto o la convinzione che per resuscitare gli anni 2000 si debba prendere in prestito anche la loro non curante misoginia, fatto sta che noi pubblico femminile ci stiamo ri-credendo. E quando NASKA apre Horror con una dichiarazione che ti porterebbe a togliere il match al più bono dei boni su Tinder, invece di scappare a gambe levate la cantiamo ad occhi lucidi e la dedichiamo soddisfatte a quello che non risponde mai ai messaggi, perché, secondo il mantra femminile per eccellenza, lui cambierà, o cambieremo noi per piacergli, diventando tante piccole Polly, tante piccole Jocelyn.
Qualche ragazzina nella folla lo sta già pensando, di correre per sovrapporsi a quell’immagine che le viene presentata. E non so lei e la protagonista di The Idol che fine faranno, ma auguro a entrambe buona fortuna. E di ascoltare qualcosa di Margherita Vicario.
In copertina: collage realizzato dall’autrice con foto promozionali di The Idol, LA SAD e NASKA





