Il Buco: qual è il senso del finale di questo film?
Allerta spoiler: non leggere questo articolo se stai cercando di evitarli.
Il Buco, per la regia di Galder Gaztelu-Urrutia, è il nuovo film del catalogo Netflix, presentato per la prima volta al Toronto International Film Festival. Si tratta di una produzione particolarissima, minimalista e realizzata in un’unica ambientazione dove si assiste a un cambio frequente di personaggi. L’alternarsi di scene crude e violente stimolano l’attenzione dell’osservatore e una sensazione di claustrofobia tra colori cupi, tetri e grigi. La pellicola e, in particolare, l’interpretazione del finale suscitano divisione tra critica e opinione pubblica: è un capolavoro o no? Qual è il senso delle ultime scene?
Prima di cercare di fornire una risposta a queste domande, proviamo a ricostruire la trama del film.

In un futuro distopico e onirico, Goreng (Ivàn Massagué) accetta volontariamente, in cambio di una sorta di permesso di soggiorno, di essere rinchiuso per 6 mesi all’interno del Buco. Si tratta di un edificio molto simile a una prigione tecnologicamente avanzata, che conta innumerevoli piani dislocati verticalmente con presentano un foro rettangolare al centro. Ogni strato ospita due detenuti e, una volta al giorno, dal foro centrale passa una tavola imbandita di cibo. A eccezione di chi si trova ai primissimi piani, tutti mangiano gli scarti di chi è ai livelli superiori e la quantità di cibo tende a diminuire man mano si scende di livello. Infine, ogni mese i detenuti vengono addormentati con un gas soporifero per poi svegliarsi il giorno successivo in un livello diverso da quello precedente. Al suo ingresso ogni detenuto può scegliere di portare con sé un oggetto e la scelta del nostro protagonista è il Don Chisciotte de la Mancia, il romanzo di Miguel de Cervantes Saavedra.
Il primo compagno di cella di Goreng è Trimgasi (Zorion Eguileor), un uomo anziano con una fissazione compulsiva nei confronti delle pubblicità televisive, finito nel Buco per aver ucciso un immigrato clandestino, il cui oggetto prescelto è un coltello affilatissimo, il cosiddetto “Samurai”. La seconda compagna di questo viaggio è Imoguiri (Antonia San Juan), la stessa funzionaria che lo aveva reclutato, malata terminale; lei sceglie di portare con sé il proprio cane Ramses II. L’ultimo accompagnatore del protagonista è Baharat (Emilio Buale Coka) che ha con sé una fune. Un personaggio, inoltre, ricorrente e importante ai fini della narrazione è Miharu (Alexandra Masangkay), una donna ritenuta pazza, che scende tra i vari livelli per cercare la figlia minorenne, nonostante sia proibito l’ingresso di minori nel Buco.
Ogni personaggio rappresenta e persegue un ideale diverso: Trimgasi è, per esempio, l’incarnazione della teoria hobbesiana dell’homo homini lupus, per cui man mano che la piattaforma scende di livello il cibo viene consumato con ingordigia senza cura per il prossimo; le circostanze mettono nelle condizioni di non preoccuparsi di nessuno se non di sé stessi, nell’ottica della mors tua vita mea. Allo scarseggiare del cibo aumenta la fame e si perde il lume della ragione, il bisogno di sopravvivere prevale portando a commettere omicidi, stupri e cannibalismo.
Questa non è l’unica chiave di lettura, infatti Imoguri suggerisce un’altra prospettiva: cercando di recuperare una spontanea solidarietà, tenta di convincere i detenuti a razionare il cibo sulla base della quantità calorica giornaliera necessaria per individuo e preparare un piatto simile per chi sta al livello sottostante, evitando così la prevalsa dell’ottica individualista. Con Baharat, invece, Goreng intraprende un’azione di lotta contro il sistema e l’amministrazione del Buco, facendo scendere attraverso i livelli un unico alimento, la panna cotta, al fine di far arrivare un messaggio a coloro che si occupano del Buco. Così facendo si scoprono 333 livelli, dove l’ultimo ospita una bambina che, nonostante sia illegale, vive da sola. La scena finale mostra che è lei a diventare portatrice del messaggio e non più la panna cotta.
Non credo ci sia una sola spiegazione del finale, che è volutamente aperto, perciò intendo presentarne tre: la prima è una mia riflessione, le altre due sono due chiavi di lettura molto interessanti e degne di nota che stanno ottenendo successo tra i cinefili.

1. Il libro, il coltello e la quarantena
Il film si presta facilmente al paragone con la situazione che stiamo vivendo attualmente. La proliferazione dell’egoismo e dell’individualismo a discapito del bene comune porta in molti, su tutto il territorio italiano (ma non solo) a non attenersi alle regole imposte dal DCPM del 9 marzo e a uscire di casa senza una reale necessità, non rispettando le distanze di sicurezza, con totale disinteresse verso la possibilità di poter diventare veicolo di contagio per altre persone. Esattamente come gli ospiti del Buco che mangiano con ingordigia, non considerando cosa può succedere ai prigionieri che si trovano ai piani inferiori se viene terminato tutto il cibo. Oltretutto le economie avanzate si sono dirette verso la specializzazione della produzione in servizi e prodotti ad alto impatto tecnologico, in quanto rendono maggiormente da un punto di vista economico, lasciando la produzione di beni “poveri” ai paesi in via di sviluppo, dove la manodopera ha costi bassissimi.
Il lockdown che sta sconvolgendo il mondo in queste settimane ha portato l’attenzione proprio sulla delocalizzazione della produzione: si avverte la necessità di beni che non vengono prodotti più sul territorio nazionale a causa dei minimi profitti e la minaccia rappresentata dal virus rallenta di molto il commercio e il trasporto internazionale. Un po’ come il libro e il coltello all’interno del film: il primo sembra essere una scelta assurda e inopportuna all’interno di un carcere che mette a dura prova la lungimiranza, la ragione e la sopravvivenza, mentre il secondo rappresenta la scelta ottimale poiché utile per la difesa e per l’attacco. Se tutti prendessimo solo ciò di cui abbiamo bisogno le risorse sarebbero sufficienti per soddisfare chiunque e si ragionerebbe usando la testa, non la pancia; ma la necessità di accumulare più del necessario surclassa l’empatia verso il prossimo e il principio di equità sociale, tanto da corrodere e riplasmare anche le buone intenzioni di Goreng. Ecco perché egli sceglie di cedere il ruolo di messaggero alla bambina, unico simbolo di rinascita e non corruzione.

2. Il messaggio sociale tra capitalismo, lotta di classe e letteratura
Secondo questa chiave di lettura, Goreng e Baharat sono la moderna rappresentazione di Don Chisciotte e Sancho Panza, il Messia e il suo apostolo, che decidono di mettere le loro forze al servizio della comunità, per mandare un messaggio di speranza e purezza per il futuro, nonostante la corruzione del sistema. Il sistema è una rappresentazione in scala del capitalismo, dove la morale e l’etica sono abbandonate in favore dell’egoismo individuale, dell’accumulazione e del consumismo esasperato. La divisione dei livelli articolati verticalmente ricorda la contrapposizione tra le classi e l’ingiustizia sociale, in una rappresentazione quasi marxista, dove si interagisce solo con i propri pari, ovvero il compagno di cella, e non con i superiori o inferiori, perché per l’appunto sono sopra o sotto di livello.
Il cambio di livello è casuale, può portare l’ospite ai piani alti o nel punto più basso della struttura in modo assolutamente non prevedibile. Un po’ come la vita, che può darti successi incredibili ma, allo stesso tempo, lasciarti in ginocchio in un batter d’occhio. Inoltre, la struttura del Buco, articolata in 333 livelli che ospitano in totale 666 prigionieri, rievoca l’Inferno dantesco. In quest’ottica, Trimgasi è il Caronte di Goreng, in quanto si occupa di traghettare il protagonista verso la logica di funzionamento della prigione. Ritrovare la bambina cambia i due eroi del film, facendo comprendere loro che il sistema si può sconfiggere perché, nonostante Goreng e Baharat si siano fatti plasmare dalle ingiustizie e abbiano perso il loro ruolo di “salvatori”, la bambina è ancora pura. È lei il vero messaggio che bisogna far arrivare all’amministrazione, per il quale vale la pena immolarsi: la tirannia e l’odio reciproco non spezzano mai del tutto lo spirito umano.
3. Il Buco e la filosofia
I rimandi filosofici del film sono innumerevoli: dal Superuomo di Nietzsche, all’identità archetipica del Panopticon di Jeremy Bentham, all’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, fino all’homo homini lupus di Hobbes. La psicologia dei personaggi è studiata e approfondita, infatti ognuno di loro incarna una diversa visione del mondo e della vita. Trimgasi è sostenitore dell’esistenzialismo e della violenza hobbesiana ai suoi livelli più crudi, in un mondo dove non c’è spazio per empatia, solidarietà e compassione. Goreng, Baharat e Imoguri perseguono un ideale puro di solidarietà, che sembra essere stato dimenticato dagli ospiti della struttura. In un mondo disseminato di pericoli e malignità, loro continuano a procedere come farebbe il Superuomo nietzscheano, incurante dei pericoli nel cammino. Infine, è importante notare che all’interno del Buco i detenuti non vedono altro se non il proprio compagno di cella, come nel panottico benthamiano, perciò non hanno contatti con il carceriere o con chi prepara loro il cibo.
Il film è talmente colmo di richiami culturali, religiosi, filosofici e intellettuali da non avere un unico significato, bensì uno diverso per ciascun osservatore. Sono le nostre esperienze individuali e il background culturale che ci caratterizzano a fornire un interpretazione unica al film. È questa, a mio avviso, la vera peculiarità del messaggio del regista.






Bellissimo articolo!