Baby, vietato ai minori di 14 anni?
Abbiamo visto per voi la nuova serie Netflix ispirata alle baby squillo dei Parioli: promossa o bocciata?
Disponibile dal 30 novembre, la nuova serie targata Netflix ha già suscitato molte polemiche, tra chi la ritiene un teen drama qualunque e chi, invece, si scaglia contro i modelli di vita che propone. Ispirata agli episodi di prostituzione minorile nel quartiere Parioli di Roma – uno dei più ricchi della città -, Baby è la seconda produzione interamente italiana di Netflix dopo Suburra. A criticarla aspramente è stato l’americano National Centre for Sexual Exploitaion, contrario alla produzione perché contribuirebbe ad una «glamourizzazione della prostituzione minorile». La storia ruota attorno a due adolescenti di “buona famiglia”, Chiara e Ludovica: allieve di un prestigioso liceo privato romano, vivono in una “prigione dorata”, per fuggire dalla quale farebbero di tutto. Il regista è l’emergente Andrea De Sica, mentre il cast vanta alcuni attori noti nel panorama nazionale, come Isabella Ferrari, Claudia Pandolfi e la giovane Benedetta Porcaroli. L’abbiamo vista per voi ed ecco cosa ne pensiamo.
Perché non guardare Baby – Elisabetta Ciavarella
Andiamo subito al punto: se vi aspettate di guardare una serie tv dal taglio simile a quello di una cronaca giudiziaria o a quello di un docu-film, lasciate ogni speranza o voi che v’addentrate alla visione.
La serie, pubblicizzata a lungo come LA serie tv sullo scandalo delle Baby squillo dei Parioli, ama fare i giri di boa e prendere gli avvenimenti molto, molto a largo. Bisognerà aspettare un po’ di tempo prima che le vicende ingranino la marcia che la maggior parte delle persone si sarebbe aspettata. Anzi, la prostituzione minorile part-time a cui si dedicheranno Ludovica (Alice Pagani) e Chiara (Benedetta Porcaroli) sembra quasi essere marginale nel caleidoscopio di eventi che decorano la vita delle due adolescenti. Perché sì, la contestualizzazione dei personaggi è talmente ampia e ben fatta da arrivare quasi a mascherare il “primo motore” della serie tv. Ecco perché, se inteso come teen drama, Baby si possa considerare tranquillamente un prodotto di qualità. Gli ingredienti ci sono tutti: adolescenti ricchi e problematici, genitori fantasma, triangoli – ma anche quadrilateri, pentagoni ed esagoni – amorosi, tradimenti, situazioni familiari di disagio, alcol e droga quanto basta. Aggiungiamoci pure l’ingrediente segreto, il giro di prostituzione minorile consensuale, et voilà, ecco a voi pronta e confezionata una serie tv adolescenziale di qualità.
Addentrandoci più nello specifico nel ruolo dei personaggi, sicuramente in Baby quelli a cui è stato reso meno giustizia sono gli Adulti. Scritto con la A maiuscola perché sembrano quasi una stessa persona, unica ed inesistente. Se all’inizio è comprensibile il fatto che i loro comportamenti e la loro assenza siano la causa delle azioni sbagliate dei rispettivi figli, più si prosegue la visione più i loro atteggiamenti assumono una connotazione quasi ridicola, sempre più lontana dalla realtà.
Quindi, appare ancora più chiaramente, che Baby sembri essere stata scritta appositamente per una fascia televisiva di pubblico under 26. Anche i dialoghi ricalcano fortemente quelli di un classico teen drama, alle volte risultano ripetitivi, banali e scontati. Anche se, deve essere riconosciuto il merito alla sceneggiatura di aver mantenuto un certo livello d’introspezione che rende, fortunatamente, giustizia a due personaggi complessi come quelli di Ludovica e Chiara.
A favore della serie bisogna ammettere che sei episodi sono davvero pochi per sviluppare un plot che renda giustizia allo scandalo delle baby squillo. Quindi mettiamo in stand-by i giudizi universali nell’attesa della, già confermata, seconda stagione.

Perché guardare Baby – Alvise Renier
Baby è una di quelle serie a metà, una via di mezzo tra il più classico dei teen drama (come la spagnola Èlite, per intenderci) e un più profondo lavoro introspettivo e psicologico (diciamo come L’amica geniale), e proprio per questo funziona. Prima di raccontarvi cos’è Baby e perché vale la pena guardarla, vorrei raccontarvi cosa non è, partendo dal giudizio di due testate antitetiche: Avvenire e Wired.
In un articolo di Tiziana Lupi, Avvenire attacca la serie e il suo «manierismo violento», accusandola di voler alzare l’asticella per raggiungere i paradigmi americani, finendo per sdoganare i soliti cliché riguardo gli adolescenti di oggi.
Il teorema alla base di Baby è, tutto sommato, chiaro e, per certi versi, persino condivisibile: se hai sedici anni e una famiglia che non si occupa di te se non in apparenza, il rischio è quello di diventare un adolescente sbandato alla mercé del primo disgraziato che passa.
Avvenire se la prende anche con la mancanza di “giudizio”, sulla stregua del National Centre for Sexual Exploitation, temendo che la serie possa suscitare nei più giovani il desiderio di imitare le gesta delle protagoniste. Insomma, mancherebbe in Baby il momento della “redenzione”: come mai non arriva nessuno a bacchettare Ludovica e Chiara e a riportarle sulla buona strada?
A differenza del quotidiano cattolico, in un contributo di Jessica Camargo Molano, Wired apprezza maggiormente Baby, definendola una serie che cerca di raccontare quel disagio adolescenziale capace di sfociare in ogni forma di ribellione, compresa la prostituzione.
Quella di Baby non è una visione glamour della prostituzione, bensì la storia raccontata dal punto di vista di due ragazzine che hanno vissuto il tutto con l’incoscienza e il desiderio di sentirsi grandi, tipici delle adolescenti: a 15 anni avere una borsa griffata, invidiata dalle stesse ragazze che fino al giorno prima ti prendevano in giro, è una conquista.
A mio parere sbagliano entrambi. Sbaglia Avvenire nel suo eccessivo buonismo, sbaglia Wired a vedere nelle protagoniste soltanto due adolescenti viziate disposte a tutto per avere una borsetta. Sbagliano perché Baby è molto di più, Baby siamo noi.
Conviene fin da subito sgombrare il campo da un pesante pregiudizio: la serie non parla delle baby squillo dei Parioli, ma si ispira a quella vicenda. Dunque, non è un docu-film e nemmeno vuole raccontare – o peggio condannare – gli eventi del 2013. Di fatto si sviluppa in maniera del tutto autonoma. Ad andare in scena è la nostra noia di vivere. È vero, Ludovica e Chiara appartengono alla “Roma bene”, ma nel nostro piccolo non siamo anche noi “ricchi e benestanti”? Non abbiamo tutti il nostro smartphone di ultima generazione e il nostro giaccone firmato, non facciamo forse le stesse facce nelle nostre foto su Instagram, alla ricerca di qualche like in più? Non siamo diversi dai protagonisti di Baby: abbiamo tutto quello che possiamo desiderare e non abbiamo fatto niente per conquistarlo, tutto ci è semplicemente dovuto. E per questo siamo annoiati. La vita non è monotona o brutta, ma è piena di una noia quasi leopardiana: un sentimento di inquietudine perenne, una tristezza intrinseca che ci deriva dal «non poter essere soddisfatti da alcuna cosa terrena». E allora diventa inevitabile cercare una fuga in avanti, che non è mai qualcosa di altisonante o terribile, bensì una piccola evasione in cui «tutto rimane sotto controllo», come racconta ad un certo punto Chiara. La prostituzione, l’alcol e la droga, contro cui si sono scagliati i critici, non sono altro che punti marginali della serie. Anzi, appartengono di più al mondo degli adulti che a quello delle due protagoniste. Sono un esito lontano, non ricercato dalle ragazze, ma imposto dagli adulti. E proprio per questo prostituzione e droga non danno alcun fastidio: non sono marcate come spesso capita nella finzione cinematografica, ma sono vere al punto giusto. Non sono al centro, perché al centro di tutto c’è l’adolescenza dorata che caratterizza tutti i millenials. Guardando Baby non ho potuto fare a meno di ripensare alle mie personali “fughe in avanti”, non necessariamente analoghe a quelle scelte da Chiara e Ludovica: momenti in cui provare disperatamente a vincere la noia, ma senza cercare cose eclatanti, senza esagerare, tenendo tutto sotto controllo e finendo inevitabilmente per crearsi una vita su due piani. Come racconta il trailer della serie, d’altro canto.
Siamo immersi in questo acquario bellissimo, ma sogniamo il mare. Ecco perché per sopravvivere abbiamo bisogno di una vita segreta.
Ecco cosa non colgono Avvenire e Wired: gli adolescenti non sono o bianchi o neri, o bravi e impostati o drogati alla ricerca dell’eccesso, e al tempo stesso non sono così frivoli da desiderare una borsetta. Queste sono macchiette da film. Gli adolescenti sono semplicemente normali e hanno in sé quella domanda che gli adulti che tanto li criticano hanno dimenticato: che senso ha la mia vita?
Immagini tratte dalla serie tv Baby





