Tatuaggi: horror vacui o voglia di distinguersi?
Il tatuaggio è un modo per comunicare o è diventata più una sorta di horror vacui?
Ogni cosa ha la propria evoluzione. Una cosa piccola può diventare grande, e viceversa. Una cosa brutta può diventare bella, e viceversa. Una cosa bianca può diventare colorata. Ci sono diversi modi di divenire, e i tatuaggi ne sono un esempio.
Questa usanza veniva già praticata circa 5000 anni fa nelle culture tahitiane ed egiziane, ma anche tra i celti era tradizione diffusa.
Per i romani era tutt’altra storia: dediti alla conservazione della purezza della pelle, usavano marchiare con i tatuaggi i criminali e i condannati. Solo in seguito, dopo aver combattuto con i britannici e notato che per loro i tatuaggi erano simbolo di onore, quasi al pari di una medaglia, ritrattarono la loro posizione su questa pratica.
Questa è solo una parte della concezione del tatuaggio nel corso della storia. Esso ha avuto diversi significati a seconda del tempo e dello spazio. Utilizzato per onorare, decorare, curare, marchiare, discriminare, sovvertire, ribellarsi, identificare. Sicuramente negli ultimi secoli sono stati non pochi quelli che hanno disprezzato l’arte del tatuaggio, definendola cosa per carcerati e fenomeni da baraccone.
E quindi tutti lindi e pinti a onor del buon gusto, assecondando una società capricciosa e conservatrice che vuole a tutti i costi preservare la tradizione, utilizzando il tatuaggio come criterio per fare una scrematura dei candidati nei concorsi statali per equipe mediche o per le forze dell’ordine, dando valore ad un’ipocrita apparenza più che alla sostanza. Perché un buon medico si distingue dal candore della sua pelle, mica dalla sua bravura. Così come l’indole incorruttibile di un poliziotto si deduce prima di tutto dalla pelle immacolata, mica dal suo operato.
E contro una società ipocrita arrivano i ribelli: ragazzi che appena compiuta la maggiore età decidono di trasgredire, escono di casa con i soli nei sulla pelle e tornano con un mega tatuaggio maori sul braccio. Il tattoo diventa segno di rivoluzione, distinzione, modo di stare al mondo seguendo le proprie regole e andando controcorrente qualora fosse necessario.
Si fa a gara per vedere chi ha più tatuaggi o chi li ha più grandi. Usciti dal tattoo studio con la pelle arrossata e la garza che copre l’opera d’arte si pensa già a quale sarà il prossimo tatuaggio da fare e in quale punto del corpo, godendosi l’inebriante sensazione che dà il nuovo marchio, orgogliosi di quando la gente lo vedrà e del suo significato, che può essere oggettivo o soggettivo. Ma di fronte a tutto ciò, quando il tatuaggio da trasgressione diventa moda, forse sfugge qualcosa.
Oggigiorno è più raro trovare un corpo senza un singolo pigmento. E qui la domanda sorge spontanea: il tatuaggio è un modo per comunicare, dimostrare qualcosa agli altri o a se stessi o è diventata più una sorta di horror vacui, paura del vuoto?
Paura che il nostro corpo nudo e “spoglio” possa essere considerato insignificante, che non abbia niente da comunicare, che possiamo essere solo una delle tante persone che vagano sulla terra. Forse il tatuaggio allora diventa più un mezzo per rivendicare la nostra particolarità, per auto-assegnarci un posto nel mondo, per definirci o anche solo per riscuotere un senso di appartenenza a una categoria.
Qualunque sia la circostanza, c’è solo una regola da rispettare per quanto concerne il tatuaggio: farlo solo se si è pronti, se lo si vuole davvero, non solo per non apparire insignificanti agli occhi degli altri. Perché non è il tatuaggio a renderci migliori o peggiori, è come siamo dentro.
(Immagine di copertina: photo by Clem Onojeghuo on Unsplash)





