Alchimia: l’antenata magica della chimica

«È il principio che muove tutte le cose. Nell’Alchimia è chiamata l’Anima del Mondo.» (P. Coehlo, L’Alchimista)

C’era una volta l’uomo con il suo insistente desiderio di conoscere il mondo, di smontarlo per scoprirne il funzionamento. C’era una volta, frutto di questa curiosità, una “scienza” un po’ goffa chiamata alchimia.

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La parola alchimia ha un’origine greca, da chymeia, “mescolanza di liquidi”, e una araba, da al-kimiya, “pietra filosofale”. Da entrambe si deduce la sua natura più filosofica che scientifica, specchio di una società primitiva e delle sue primitive necessità.

Come governare, infatti, un universo del quale non si conoscono ancora le leggi? L’approccio è quindi mistico e mira al perfezionamento della natura e dell’uomo. È qui che entra in gioco la pietra filosofale di potteriana memoria, oggetto dotato secondo gli antichi di “triplo potere”:

  • fornire un elisir di lunga vita che fosse la cura a qualsiasi malattia e che conferisse quindi l’immortalità;
  • donare l’onniscienza (da qui il termine “filosofale”) ovvero il sapere totale: chiunque la possedesse sarebbe stato in grado di leggere nel passato e nel futuro;
  • tramutare la materia bruta in oro, considerato un metallo immortale. La lucentezza dell’oro aveva un chiaro significato spirituale, e dunque la conversione dei metalli vili in quello nobile voleva essere un mutamento della materia in spirito.

L’alchimia rappresentava quindi una via di accesso al potere assoluto: vita eterna, conoscenza illimitata, ricchezza, cosa vuoi di più dalla vita? Ciò non rendeva, però, gli alchimisti degli avidi egoisti: la moralità aveva uno stretto legame con l’arte alchemica.

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It’s (not) a kind of magic: dall’alchimia alla chimica

I tentativi furono svariati e decisamente fallimentari. L’idea che il tutto fosse conducibile all’Uno era stata ereditata dalla dottrina aristotelica della sostanza aurea o quintessenza, la materia primordiale presente in quantità diverse in ciascuno degli elementi dell’universo. La pietra filosofale aveva appunto il ruolo di riportare alla purezza originaria la sostanza materiale e immateriale dell’uomo e nell’uomo.

All’approccio filosofico si accostò con timidezza quello scientifico: si pensava che la quintessenza fosse composta di zolfo (associato alla polarità “positiva”, solare, dello spirito) e di mercurio (collegato a quella “negativa” o lunare).
Il dualismo di forze e di energie è tipico dell’alchimia e si legge già nel pensiero di Jabir ibn Hayyan, persiano considerato il più grande alchimista medievale, oltre che un noto geografo e farmacista dell’epoca. Jabir attribuì agli elementi fuoco, acqua, terra e aria le proprietà caldo, freddo, secco e umido, dalle cui combinazioni si evolvevano tutte le realtà terrestri, della quale la più perfetta era l’oro.

Per la chimica vera e propria c’era ancora molto da attendere.

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Robert Boyle, Il chimico scettico

Il titolo è già tutto un programma: l’opera Il chimico scettico di Robert Boyle sanciva un taglio ormai definitivo tra alchimia e chimica ponendo fine alle somiglianze allitterative e finalistiche delle due materie. Boyle (1627-1691) non era di certo un estraneo alla filosofia né alla teologia, di cui scrisse come anche di fisica e di chimica, ma intendeva porre delle basi sperimentali nella descrizione del reale che finora era stata decisamente vaga.

The sceptical chemist, che pubblicò nel 1661, può considerarsi il primo vero e proprio libro di chimica della Storia. Un grande passo avanti lo aveva già fatto nel secolo precedente Paracelso, massimo esponente della iatrochimica, secondo cui il corpo è una fornace nella quale avvengono processi chimici che ne spiegano la funzione e l’eventuale disfunzione, nella quale si devono ricercare quindi sia la malattia che il suo rimedio. Alcuni medicinali iatrochimici come colchino, laudano e tintura di ferro, sono tutt’oggi presenti in Farmacopea, il codice farmaceutico ufficiale. La iatrochimica era però ancora visceralmente legata all’alchimia e ben distante dall’atteggiamento scientifico di cui Boyle si fece iniziatore.

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Oggi è ovvio, ma…

La materia, signori miei, è formata da atomi. Una notizia che oggi ci appare di una banalità sconcertante, ma che fu origine di zuffe e lotte tra Boyle e i negazionisti dell’epoca. Lo scienziato consigliò un approccio dimostrativo: gli esperimenti negavano la teoria aristotelica e la realtà era molto più complessa di quanto i quattro elementi classici riuscissero a descrivere.

Esasperato dal clima culturale da cui era circondato, si lasciò andare anche al suo humor inglese, paragonando gli alchimisti ai “navigatori della flotta di Tarsis di Salomone, che portarono a casa […] non solo oro, e argento, e avorio, ma anche scimmie e pavoni”, dato che le loro teorie “sia come le piume del pavone sono molto appariscenti, ma non sono né solide né utili; oppure, come le scimmie, se esse hanno qualche apparenza di essere razionali, sono macchiate con qualche assurdità o altro che le fa apparire ridicole”.

Il settecento illuminista farà largo ad Antoine de Lavoisier, autore della legge della conservazione della massa, secondo cui in una reazione chimica “nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma“, a Joseph-Louis Proust, che teorizzò la legge delle proporzioni definite, per la quale il rapporto tra gli elementi reagenti si mantiene costante, a John Dalton, che descrisse la legge delle proporzioni multiple, approfondimento di quella di Proust, ed il primo modello atomico.

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Alchimia tutta teoria?

L’alchimia fu quindi un ostacolo al progresso scientifico o un suo involontario catalizzatore? Senza ombra di dubbio: entrambe. Del resto, nulla è totalmente falso o vero, bianco o nero, caldo o freddo, secco o umido.

Immagine di copertina: photo by Dan Farrell on Unsplash

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