Anzi leggerissima
Un po’ di musica leggera (leggerissima). Ma solo un poco. Anche la musica leggera, se in quantità, appesantisce. Analisi di una fuga sociale.
Fa caldo, a tratti. Del resto, è marzo. Ecco, neanche a dirlo: piove. Una cortina leggerissima, sembra un lenzuolo che penda dal balcone del piano di sopra. Forse non è neanche reale. Ma tanto che cambia, si vive tra quattro mura. Il mondo esterno è l’esterno di un guscio, è una parete di vetro che temiamo di rompere anche solo col respiro.
Che esagerazione: si esce, certo che si esce. Si va al lavoro, si fa la spesa, qualche passeggiata, chi può fa visita al mare, s’incammina timidamente per le vie del centro. C’è il contentino del fare qualcosa per un motivo, là fuori. Ci vuole sempre una ragione, un permesso autoconcesso. A volte mi chiedo se il fuori non sia una condizione che ormai abbiamo perso, per quanto fisicamente all’esterno possiamo spingerci. Fuori è uno stato mentale, un modo di essere.

Metti un po’ di musica leggera
perché ho voglia di niente
anzi leggerissima
parole senza mistero
allegre, ma non troppo
Non c’è più voglia di musica pesante. Mi sarebbe piaciuto ribattere dell’altro, lottare per i diritti del contenuto e della complessità, ma non ne abbiamo più voglia come nazione. Siamo stufi persino della verità. Devono dircela poco a poco, in minuscole rate, altrimenti ci prende l’ansia, lo scoramento. Come un bambino con le verdure: devono rifilarcela di nascosto, tra un pasto e l’altro, tra un post e l’altro.
Non ci piacciono gli approfondimenti, i dibattiti, in generale tutto quello che è lunghezza e investimento di tempo e di intelletto. I vaccini, oh Gesù, basta. I morti, pure. Con tutto il rispetto eh. Ma non vogliamo sentirne parlare. Abbiamo riposto in un cassetto la maschera del dolore, la tireremo fuori al prossimo evento eclatante, al successivo disastro mondiale, a questo abbiamo fatto l’abitudine.

Metti un po’ di musica leggera
nel silenzio assordante
per non cadere dentro al buco nero
che sta ad un passo da noi, da noi
più o meno.
Un po’ di musica leggera (leggerissima). Ma solo un poco. Anche la musica leggera, se in quantità, appesantisce. I pesi non li vogliamo, rallentano la nostra corsa lontano dalla bruttezza della cronaca, della quotidianità. Una fuga dal dolore che a pensarci ci causa un nuovo tipo di dolore, quello dell’anestesia forzata. Se il non-sentire fosse un nuovo tipo di sensazione? Se il vizio di dimenticare fosse il nostro attuale ricordo? Quale presente sta sostituendo la fuga dal presente? Volevamo creare un vuoto e invece c’è un corpo solido, una presenza. Che si chiami nulla non le conferisce nessun valore aggiunto, non le toglie fisicità. È qualcosa che esiste, e ne stiamo parlando. Dannazione.

Ripensi alla tua vita
alle cose che hai lasciato
cadere nello spazio
della tua indifferenza animale
L’altro giorno ho fatto un sogno assurdo. Il mondo era chiuso in una prigione a forma di mondo. Una gabbia sferica con tanto di lucchetto, fatta di non-detti, di non-speranze. Passavamo le giornate a chiederci dove fosse la chiave, a lamentarne l’assenza, contando i giorni che ci separavano dalla fine di quella reclusione. L’esasperazione ci aveva tolto la voglia di cercare. Ci rifiutavamo anche solo di menzionare le ricerche e il loro obiettivo. La gabbia l’avevamo persino arredata e colorata per soffrirne di meno.
Alla fine qualcuno, un bambino piccolissimo, si arrende, si mette a piangere, Non ce la faccio più. Tentano di zittirlo, ma non vuole saperne. Sveglia tutti con le sue grida. Le finestre si accendono una ad una attorno alla sfera del mondo adombrata dalle sbarre. Sono acuti inudibili, insopportabili. Rompono la barriera del suono, e anche il lucchetto della gabbia. E quindi era così che funzionava, dice un passante. Bastava dirlo.
(Immagini tratte dal video ufficiale di Musica leggerissima, di Colapesce e Dimartino)





