Conchita Wurst, ovvero il coraggio di essere chiunque
Tra i personaggi del folkloristico carnevale che è l’Eurofestival non potremo mai scordare l’iconica Conchita. Ripercorriamo insieme la sua storia.
In occasione della ripresa dell’Eurovision Song Contest come evento live a Rotterdam, la redazione di Cogito et Volo ha deciso di dedicarvi un breve speciale composto da articoli e contenuti social su Instagram e Facebook. Nei giorni del festival rimarremo aggiornati sulle performance in gara, senza dimenticarci di passare dal viale dei ricordi, per poi concludere con un commento finale dopo la serata conclusiva, il 22 maggio.
Copenaghen, 2014. Sul palco dell’Eurovision Song Contest arriva la concorrente in gara proposta dalla delegazione austriaca.
Indossa un lungo abito dorato, che scende perfetto su un corpo sinuoso, esile ed elegante. Capelli lunghi e lisci nero corvino e il kajal sugli occhi, ricordano forti i tratti mediorientali, di quelli affascinanti e misteriosi. Ha lo sguardo magnetico delle terre dell’est. Le movenze sono raffinate come quelle di una donna dell’alta società di un tempo oramai dimenticato. E quando la telecamera le si avvicina per un primo piano si distingue benissimo una folta barba nera perfettamente sagomata su quel viso delicato dai lineamenti femminili.
Il suo nome è Conchita Wurst ed ha appena iniziato a fare rumore senza nemmeno dire una parola.
La barba è una dichiarazione per affermare che è possibile ottenere qualsiasi cosa, non importa chi sei o di come appari.
Chi è Conchita Wurst?
Fu come essere travolti da uno tsunami di acqua gelida in un colpo solo. Come se venisse giù il cielo.
L’impatto di Conchita Wurst su quel palco, quella sera di sette anni fa non aveva precedenti nel panorama mondiale. Era appena esplosa una bomba atomica mediatica. La figura pubblica di un nato maschio, nelle vesti di una donna ma con la barba da uomo non si era mai vista prima e la cosa fu cosi tanto travolgente perché non la si era neppure mai immaginata.

Nelle successive quarantotto ore la sua immagine divenne virale in ogni angolo del pianeta. Fu uno scandalo. Ne parlavano tutti e l’opinione pubblica si divise. La Russia politica, in primo piano, si dissociò dall’evento nelle parole dei suoi esponenti più illustri; da Putin al parlamentare russo Vitalij Milonov, uno dei fautori della legge russa in tema di restrizioni sull’omosessualità, parevano aver innescato una guerra ideologica nella fretta di chi percepisce che qualcosa gli sta scivolando dalle mani.
Ma nel frattempo, Conchita Wurst cantava, e lo faceva divinamente. Muoveva le braccia con una leggiadria incantata con cui dipingeva forme nell’area. Una voce ora soave, ora potente, che arrivava a prendere note altissime o tonalità gravi come nessun’altro.
Chi fosse, cosa fosse, prima di quella apparizione e cosa oggi è. Dichiarazioni pubbliche furono rilasciate da esponenti dello spettacolo, politici, capi di stato. Ognuno aveva una sua precisa idea su Conchita Wurst. “Era una drag queen ma più delicata” oppure “è un omosessuale travestito da donna”. “Un transessuale” era l’aggettivo più gettonato o i più fantasiosi l’appellarono come “la donna barbuta”. “E’ un pagliaccio incosciente” gridavano i più scandalizzati fino a che qualcuno, con una visione d’insieme totale si spinse in un “È la fine dell’Europa. Loro non hanno più uomini e donne, hanno “questo” (cit. il nazionalista Vladimir Žirinovskij). Nemmeno i padri fondatori della comunità europea ebbero una tale visione unitaria di quello che stavano creando all’epoca. Per dire.
Non importa da dove vieni o come ti mostri, conta chi sei e io sono questo
Conchita Wurst – Durante l’intervista al Festival di Sanremo 2015
Intanto, Rise like a Phoenix aveva invaso le radio. È stato il singolo più scaricato sul sito russo di iTunes, mentre gli altri singoli dell’artista pubblicati in segito, Unbreakable e That’s What I Am, sono entrati nella classifica dello store in Russia. Anche in Italia, appena pochi giorni dopo la vittoria, il brano della Wurst è entrato nella top ten dei singoli più venduti: non accadeva da anni che una canzone vincitrice dell’Eurovision Song Contest riscuotesse successo discografico sul suolo italiano. Perché Rise like a Phoenix, al di là dei gusti personali, è una canzone che piaceva e piace ancora.
Conchita Wurst è stata definita in un milione di modi che francamente interessano poco. Tutti cercano di inserire qualcuno in compartimenti sociali a chiusura stagna, possibilmente, perché questo faciliti la loro comprensione delle cose. Ma chi era Conchita, quale fosse il suo orientamento sessuale non è mai stato importante. E non lo sarà mai, tantomeno se fosse nato uomo o donna.

Fin da subito, il mio sguardo si posò solamente su ciò che Conchita Wurst era quella sera su quel palco: era Conchita Wurst ed era meravigliosa. Non è possibile negare l’atipicità della figura proposta, ma quella novità, quel “mai visto prima d’ora” era una porta verso un nuovo mondo, un nuovo essere.
Sì, sono rimasto sbigottito, sorpreso e meravigliato. Ma questo non per forza in maniera negativa o distaccata. Tutto il contrario: stavamo comunicando, senza che lei dicesse una sola parola. Ascoltavo un messaggio importante da chi non stava nemmeno parlando. È il messaggio doveva essere presentato proprio cosi, non c’era altro modo. La cupezza del mondo sul tema gender necessitava un grido violento, un gesto forte con un pubblico mondiale su un palco importante, come l’ Eurovision Song Contest. Conchita Wurst è stata lo squarcio nel buio, al posto giusto nel momento giusto.
Quel discorso mai pronunciato era un messaggio di speranza, una amalgama perfetta di tanti mondi diversi tra loro. Conchita Wurst è stata un concentrato di essenze, profumi, respiri ed emozioni ed ha dimostrato che tanti mondi diversi possono convivere insieme, se possono convivere in una sola persona.
È inutile cercare di etichettare chi con la sua immagine ha creato qualcosa di nuovo, di rivoluzionario. Significherebbe deviare il discorso dal messaggio principale.
Declinare al femminile sarebbe riduttivo se non fosse per praticità di scrittura e analogia con il nome “Conchita”, ma soprattutto per volontà dell’artista. Se non l’avesse preferito, sarebbe difficile usare pronomi mentre si scrive: ogni volta ci si sente nell’imbarazzo di commettere un errore. È in questo modo che si presenta il senso di assoluta libertà, infinità e grandezza del suo messaggio; oltre le parole, gli articoli e la scrittura.
Il successo artistico fu inarrestabile per i successivi mesi. Nel 2019 ci fu il suo secondo album; nel frattempo, apparizioni sulle tv di mezzo mondo per portare il suo messaggio.

Oggi Conchita Wurst è fisicamente svanita, lasciando un alone mitologico dietro di se. Chi impersonava quei panni propone ora un’immagine diversa di sé. Quasi a lasciar intendere che quella missione abbia avuto il suo giusto tempo, senza un minuto in più. Ma la sua potente eredità riecheggia ancora e non sparirà mai. Ha posato il suo mantello mettendolo a disposizione di chiunque, affinché tutti possano interpretare i suoi panni o anche solo un pezzetto di essi.
Se dovessimo oggi rispondere a quelle domande che affannosamente pervenivano da quel palco sette anni fa, su chi fosse Conchita Wurst, potremmo rispondere che Conchita Wurst sono io, se tu, siamo noi. Concita Wurst è stato tutto ciò che un essere vivente può immaginare, in un solo corpo. Ha dato voce a chi ne aveva bisogno e per fino a chi non la meritava. Ed è stata questa una delle sue più grandi doti: una spaccatura storica agli albori della nuova rivoluzione gender.
“Questa serata è dedicata a tutti coloro che credono in un futuro di pace e libertà. Voi sapete chi siete. Noi siamo unità e siamo inarrestabili!”
Conchita Wurst – Durante la cerimonia di premiazione all’Eurovision Song Contest, 2014






