Elvis di Baz Luhrmann è un’insolita biografia
Baz Luhrmann torna al cinema con il sesto lungometraggio della sua carriera e questa è la nostra recensione
La Biopic firmata da Baz Luhrmann su Elvis Presley, proprio come il suo soggetto principale, era una leggenda che si aggirava tra gli appassionati di questo eclettico regista australiano da svariati anni e per la quale si erano quasi perse le speranze. Dopo un primo annuncio del progetto nel 2014, subito dopo il successo de Il grande Gastby, se ne erano smarrite le tracce, almeno fino al 2019, anno dal quale arrivano notizie di casting e re-casting spietati, che hanno visto tra le loro illustri vittime persino il cantante Harry Styles. Ma non è finita qui, perché scelti Tom Hanks ed Austin Butler per i ruoli principali, due anni di pandemia si sono messi a rallentare rilascio in sala e la produzione del film, dividendo per l’ennesima volta il mito dal suo pubblico.
Ad ogni modo, l’attesa è finalmente finita e siamo entusiasti di potervi raccontare cosa ha escogitato il regista di Mulin Rouge! per raccontare la leggenda del rock americano.
Inquadrare il mito di Elvis
Per quanto vivo nell’immaginario collettivo dobbiamo ammettere che Elvis Presley non è un personaggio estremamente attuale. Morto nel 1977 a soli 42 anni, senza performare nemmeno un concerto fuori dal territorio nordamericano, è una celebrità sfocata agli occhi delle nuove generazioni, abituate a vederlo nelle foto in bianco e nero o impersonato da imitatori di ogni calibro e a riconoscere qualche canzone alla radio. Certo, i più curiosi avranno sentito parlare delle sua casa familiare Graceland, della devota moglie Priscilla e del suo scandaloso ancheggiare, ma di rado si tratta del suo lato umano. Quali sono state le sue influenze musicali? Quale il clima politico in cui il fenomeno Elvis si è sviluppato? Era un talento naturale o un personaggio costruito?
Luhrmann, nella sua ricostruzione ha fatto in modo che Elvis, con le sue due ore e mezza di durata, non fosse la tipica biografia sulla ascesa di una star. Questa ricostruzione dei 40 anni del Re del Rock è telegrafica, veloce, sconnessa e con pochissimo terreno dato allo spettatore per empatizzare. Nulla a che vedere con ardenti battaglie per conquistarsi un successo negato o con la commozione per aver ottenuto tutto a partire dal niente. Si parte invece da un altro punto fermo. Elvis, sopravvissuto al gemello morto in culla, ha in sé la forza di due uomini. È una stella della musica per diritto di nascita e chiunque rivendichi il suo successo come un propria creazione non può avere credibilità.

Su questa epica Luhrmann basa la timida narrazione di un mito che sembra nato pre-confezionato e proprio per questo, rispetto alla sua ascesa, avrà altro da raccontare. Ce lo dimostrano gli inutili sforzi del Colonnello Parker (Tom Hanks) – storico agente di Elvis – di convincere lo spettatore che il fenomeno del cantante fosse una sua trovata: più il racconto va avanti, dall’infanzia polverosa in un quartiere afro-americano in Tennessee, fino agli ultimi show sui palchi di Las Vegas, più è evidente a tutti, persino a lui, che l’esplosione di Elvis fosse certa ed inevitabile.
Allora, forse, circondati da atmosfere ricostruite a cavallo tra il kitsch e il super dettagliato, ci sarà altro di interessante a cui accennare, a partire dall’agitato contesto sociale.
Liberazione del corpo e appropriazione culturale
Siamo negli anni ’50, negli Stati Uniti della morale puritana e della segregazione razziale, in questo contesto un bel ragazzo che ancheggia sul palco è una piccola rivoluzione, tanto da guadagnarsi una sua schiera di oppositori. La principale accusa? Quella di degradare la società bianca, incitandola a comportamenti tipici degli afroamericani. Un argomento scottante di cui nel film si parla molto anche senza parlare.
“Canta come un nero” “Sì ma ti assicuro che questo è bianco” è il primo scambio di battute riferito ad Elvis quando viene passato un suo brano su una radio country locale, senza che Austin Butler sia neanche entrato in scena. È questa la frase che mette in moto l’interesse del Colonnello Parker a far entrare nella sua scuderia un bianco che canta il Rhythm & Blues come se fosse un nero. Si illumina così l’allarme di quella che una volta era vista come innocente contaminazione e oggi iniziamo a riconoscere come appropriazione culturale.

Cresciuto bianco in quartiere per neri, il giovane Elvis sembra essere rimasto quasi immune al germe della discriminazione, anzi ammira la comunità afroarmericana nel vestire e ovviamente nel modo di fare musica. Si aggira per i negozi eccentrici di Beal Street a Memphis, sperando di incontrare il suo mito B.B. King e venendo visto dall’ambiente bianco locale come quello strano. Una volta famoso, stordito dalla critica politica e sociale, tornerà proprio in quella strada a lavare i suoi panni musicali. Insomma se c’è qualcosa che ha reso il Re del Rock tale, più che un bravo agente, è stata la sua apertura mentale e l’esposizione a mix culturale. Oltre ad essere stato il bianco giusto al momento giusto.
Tuttavia, quello che la pellicola tende a mostrare è come l’impegno sociale di Elvis sia rimasto strozzato, o meglio tenuto a bada, da paure indotte e chili di merchandising, che il Colonnello Parker si vanta di aver saputo inventare. Al ribollire degli anni ’60, alla morte dei Kennedy, di Martin Luther King, reagirà con un cambio di produttori, una canzone di protesta (If I Can Dream) e uno speciale televisivo di natale snaturato da giacche di pelle nera. Fino alla fine, sognerà di fare di più, fare in modo diverso. Dopo 5 anni di residenza al Hotel International di Las Vegas, con qualche problema di cuore e qualcun altro con l’alcol, senza aver mai realizzato il sogno di una tournée mondiale, le ultime parole che lo sentiamo pronunciare in scena esprimono la convinzione di non essere stato importante e la paura di venire presto dimenticato.
Uno stile eccentrico ma ossequioso
La notizia per i fan accaniti di Luhrmann è che forse questo non sarà il suo film migliore. Una biografia ossequiosa, fatta con il consenso della famiglia – Priscilla Presley ha sfilato fiera il red carpet accanto ad Austin Butler – non può essere un grande terreno per i colpi di testa d’autore. Autore che in questo caso fatti tre passi in una direzione ne fa sempre almeno uno indietro per cercare di controbilanciare.
Si parla di musica, ma non è un musical. C’è la musica anacronistica, ormai la firma di Luhrmann, ma senza alcun pezzo di grande rilevanza, per non rischiare di oscurare il soggetto principale. C’è la ricostruzione dettagliata e kitsch degli ambienti – purtroppo fatta per la maggiore a computer, aggiungerei – ma la necessaria accuratezza storica mette un freno alla mano. Allora si punta sulla frammentarietà e sulla velocità per farci girare la testa, missione che riesce molto bene nei 20/30 minuti iniziali, prima che la narrazione diventi finalmente lineare. L’impressione finale è quella di un film godibile e interessante che celebra il mito senza portare alla luce un qualche conflitto, senza permettersi di denudarlo.

Sull’interpretazione di Austin Butler nulla da rilevare se non l’immenso impegno e l’accuratezza nel ricreare le performance storiche, che gli hanno occupato la maggior parte del tempo in scena e rappresentavano la vera sfida. È stato scelto di fargli cantare con la propria voce la prima parte delle canzoni, quelle della fase giovanile, mentre più mature sono un semplice playback dell’originale, a riprova di un certo clima di indecisione.
Nonostante queste particolarità Elvis è un piacere per gli occhi e per le orecchie: vale assolutamente la pena andarlo a vedere.
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Ho letto per caso questo articolo. Mi chiedo perché si continui a ripetere (insinuare) che Elvis fosse alcolizzato. Era perfino astemio. I suoi problemi erano altri, un mix tra genetici (sia sua madre che sua figlia sono morte in età non avanzata) e di performances assurde imposte dal perfido manager. Ma non certo l’alcool. Ho invece colto con piacere l’osservazione – che pochi fanno – sul suo essere stato frenato nell’esprimersi anche politicamente. Nella realtà, c’è l’intervista in giacca lilla in cui gli chiedono esplicitamente cosa ne pensa degli artisti che prendono posizione sull’attualità, e lui sembra rifiutare che un artista si esponga così. Ma quando vediamo l’intervista completa, con l’inquadratura più ampia, ci accorgiamo che è sotto l’occhio vigile del Colonnello, da cui era davvero intimorito. Per questo, “quando le cose sono pericolose da dire… Canta!”.
Sull’essere intimorito dal manager, v. il docufilm successivo a “ELVIS”: “REINVENTING ELVIS”, di Steve Binder.