Everything Everywhere All at Once

Scegliersi ogni giorno, anche in un multiverso in cui si potrebbe avere tutto, dappertutto, tutto in una volta

Cogito et Volo dedica anche quest’anno una particolare attenzione alla corsa agli Oscar 2023, con approfondimenti sul sito e contenuti extra su Instagram e Facebook. Daremo un’occhiata da vicino alle pellicole candidate per il miglior film, con recensioni e curiosità, ma anche ai film candidati in altre categorie, in attesa della notte degli Oscar, che si terrà il 13 marzo. Qui trovate tutti gli articoli già pubblicati.

Everything Everywhere All at Once è stato candidato a undici premi Oscar tra cui quello al miglior film e ha già vinto quattro Golden Globe e un BAFTA per il montaggio. I registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert (che si firmano insieme Daniels) consolidano il loro lavoro di squadra iniziato nel 2016 con Swiss Army Man.

Una vita qualunque, più stressata delle altre, ma

Tutto, dappertutto, tutto in una volta. Universi paralleli si fondono nell’unica vita e nella vita unica di Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese immigrata negli Stati Uniti e proprietaria di una lavanderia a gettoni. Centrifugata, come le pile di vestiti che la circondano al lavoro e a casa, dalle mille cose di cui deve occuparsi. In primo luogo sua figlia Joy (Stephanie Hsu), la cui omosessualità la mette in imbarazzo col suo anziano rigido padre Gong Gong, appena arrivato da New York. Poi c’è Waymond (Ke Hui Quan), il suo stupido marito, che dietro il sorriso ingenuo nasconde le carte del divorzio. E le tasse da pagare sotto lo sguardo sprezzante e sospettoso dell’ispettrice Beaubeirdre (Jamie Lee Curtis). Lavatrici e tasse, lavatrici e tasse, come ripeterà Evelyn sul finale.

Scena originale tratta da Everything Everywhere All at Once

Questa già caotica ma comune quotidianità viene stravolta quando suo marito si converte all’improvviso in una versione sorprendentemente più sveglia di se stesso, Alpha Waymond, proveniente dall’universo parallelo Alphaverse. Evelyn stenta a credergli, ma poi sta al gioco: per accedere ad altri universi bisogna compiere azioni improbabili, come infilarsi le scarpe al contrario. È il cosiddetto “salta-verso”, l’unico modo per mettersi in contatto con le altre vite possibili generate dall’infinita quantità di scelte e casualità a cui ciascuno è sottoposto.

“Non vedi come tutto ciò che facciamo finisce per disperdersi come una goccia in un mare di possibilità?”

Joy (Stephanie Hsu) in Everything Everywhere All at Once
Scena originale tratta da Everything Everywhere All at Once

Molto più di un film sci-fi

L’assurdità della trama ha imposto ai registi Kwan e Scheinert un controllo maniacale delle scene e a Paul Rogers del loro montaggio, che sfiora la follia in più momenti. Il multiverso viene ritratto in modo caotico e meticoloso, senza mai perdere il senso di una trama che rimane fluida in ogni sua parte, anche quando saturata di scene d’azione paradossali e pazze che ricordano più l’onirico che il reale.

Everything Everywhere All at Once non resta, però, impantanato nella mera definizione di film fantascientifico. Il suo principale argomento sono la famiglia, le relazioni umane, la difficoltà di essere madri, figlie, mariti, padri. Non è scontato saper tenere tutto insieme, fare la cosa giusta.

“La cosa giusta è solo una gabbia inventata dalle persone che hanno paura, e io so bene cosa significa sentirsi in gabbia.”

Joy (Stephanie Hsu) in Everything Everywhere All at Once
Scena originale tratta da Everything Everywhere All at Once

Nulla è scontato

È facile trasformare una figlia dal carattere ribelle nella pericolosa Jobu Tupaki, la versione Alpha di Joy che minaccia di distruggere il multiverso facendolo risucchiare da un buco nero a forma di ciambella di pane polacca. Banale anche incolpare un marito dal cuore semplice di essere un ingenuo, quando il suo è solo un modo gentile di affrontare la vita. E persino la bisbetica signora Beaubeirdre ha semplicemente, come tutti gli altri, bisogno di amore e comprensione.

Eppure la morale di Everything Everywhere All at Once non è neanche un invito generico e generalista alla reciproca benevolenza. Le relazioni sono battaglie continue – letteralmente: calci rotanti, manate che affettano l’aria – e vanno conquistate. Provare dei buoni sentimenti è condizione necessaria ma non sufficiente per avere una famiglia felice. È la perenne sfida tra il trattenere e il lasciare andare, tra l’imporre la propria visione del mondo e l’accettare quella altrui. Scegliersi ogni giorno, anche in un multiverso in cui si potrebbe avere tutto, dappertutto, tutto in una volta.

Scena originale tratta da Everything Everywhere All at Once

Una pioggia di candidature

Miglior film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, costumi, canzone e colonna sonora, attrice protagonista (Michelle Yeoh, già vincitrice del Golden Globe per questo film) e attori non protagonisti (Stephanie Hsu, Jamie Lee Curtis e Ke Huy Quan, anche lei Golden Globe).

Di Everything Everywhere All at Once, al di là dei suoi meritati e svariati riconoscimenti, si parlerà. Del resto, come ignorare un film nel quale si vedono dita a forma di wurstel, dialoghi tra sassi, giganteschi panini bucati, e al contempo così tanta, sincera umanità?

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