In Gloria! il progresso è lo spazio che lasciamo alle donne
Cosa è veramente successo in quegli spazi di libertà artistica delle donne che non ci sono mai arrivati? Il primo film di Margherita Vicario prova a farcelo immaginare.
Non è troppo tardi per parlare di Gloria!, il film di esordio alla regia di Margherita Vicario, uscito nelle sale italiane lo scorso 11 aprile 2024, premiato con il Grand Jury Prize al Seattle International Film Festival e attualmente nelle sale francesi. Si tratta di una pellicola in apparenza leggera, ma densa di significati ben più profondi che, se colti, potrebbero continuare a farne parlare a lungo. Noi ci abbiamo provato.
Ogni volta che zittiamo una donna perdiamo qualche secolo di progresso in pochi secondi: questo è un concetto che mi è molto chiaro al termine della proiezione di Gloria! il primo fil di Margherita Vicario. Lei, che da sempre si divide tra cantautorato e recitazione, racconta di aver deciso di mettere in scena il suo primo musical alla millesima intervista in cui le chiedevano «com’è essere una donna che fa musica?», stufa di sentirsi una sorta di categoria protetta ma soprattutto curiosa di scoprire come se la passava chi è venuta molto prima lei, a cui certamente in pochi si sono degnati di rivolgere la stessa domanda.
Il risultato di questa indagine era intuibile: come nel mondo della scrittura, dove le romanziere donne ci arrivano grazie al sotterfugio dello pseudonimo o a padri e mariti facoltosi e mentalmente aperti («com’è umano lei», direbbe Fantozzi), anche in quello della musica l’apporto femminile, quando è esistito, è rimasto ben celato dietro a fenomeni di appropriazione indebita o di damnatio memoriae.
In questo caso specifico, Vicario ricostruisce liberamente, ambientandola in un contesto meno impegnativo, una vicenda che avrebbe potuto benissimo coinvolgere artisti del calibro di Antonio Vivaldi, insospettabilmente prete e maestro di musica presso il Pio Ospedale della Pietà di Venezia. Questi nel corso della sua carriera ha spesso avuto la possibilità di attingere a composizioni che sarebbero state ineseguibili sotto nome dell’autrice originale, facendo così in qualche modo da tramite all’apporto creativo delle donne nella storia della musica e al contempo disperdendone le tracce.
Ma cosa è veramente successo in quegli spazi di libertà artistica delle donne che non ci sono mai arrivati? Tra le altre cose Gloria! si sobbarca il compito di immaginarselo.
Una ribellione da favola
In un fantomatico istituto religioso da qualche parte nella Laguna Veneta a fine 1700, alcune orfane vengono istruite alla musica con l’esclusiva finalità di accompagnare le funzioni religiose: “Gloria” non è il nome di una delle protagoniste, ma proprio un riferimento all’inno cristiano che queste intonano a messa. I risultati di questa orchestra femminile sono formidabili ma le sue componenti vengono costantemente ridimensionate dal parroco che gli fa da maestro, in quella che potremmo definire una storia di ordinaria oppressione, finché l’arrivo di un misterioso strumento, prontamente nascosto alle ragazze, e la visita del nuovo Papa che richiede la composizione di un concerto ad hoc, sbilanciano le dinamiche di potere all’Istituto S. Ignazio, rendendo chiaro alle ragazze il loro vero valore.
Il punto di partenza in Gloria! è il talento femminile privo di uno spazio di sperimentazione autonoma, inconsapevole del proprio potenziale, ma soprattutto sempre asservito a qualcos’altro, che sia un dio o un uomo, che lo svilisce o lo utilizza a seconda di ciò che gli conviene per colmare insicurezze inammissibili in una società patriarcale. Così mentre di notte il maestro-parroco Perlina si arrovella senza successo su un nuovo spartito degno del Papa, di giorno nasconde il proprio ritardo facendo riprovare allo sfinimento scale di violino alle sue alunne già impeccabili, e quando una di loro gli offre in dono le proprie composizioni – la cui paternità avrà ovviamente il permesso attribuirsi lui stesso – Perlina la accusa di insubordinazione senza neanche leggerne una nota, continuando a cercare supporto in uomini ancora più fragili di lui.

Per essere una pellicola incentrata sulla storia delle donne non si può dire che la rappresentazione del maschile manchi in Gloria!. È approcciata, però, con l’onestà di mettere in evidenza come gli appartenenti a questo genere possano e debbano nascondere i propri punti deboli dietro qualunque cosa abbiano a disposizione, che siano le donne o il proprio potere sociale. Gli uomini di Gloria! deludono, tradiscono, imbrogliano e sbagliano senza subire (quasi) nessuna conseguenza.
Alle notti infruttuose del Perlina – interpretato da un deliziosamente crudele Paolo Rossi – collocate ai piani alti dell’istituto, inizia ad affiancarsi un’esplosione di creatività ad opera delle sue orchestranti, che sorprendono in uno scantinato Teresa (Galatea Belluigi), una serva detta «la muta» – la quale si scoprirà più che altro ammutolita – intenta a suonare un pianoforte in maniera inedita, libera come chi non conosce canoni entro i quali costringersi, non essendo stata istruita alla musica da un uomo o per un uomo.
È proprio durante queste notti di trasgressione che si compie quell’esperimento di immaginazione di cui si accennava sopra: superata l’iniziale diffidenza verso la sregolatezza musicale di Teresa, che si trasforma dapprima in confidenza e dopo ancora in sorellanza, le alunne dell’istituto uniscono al suo estro la loro tecnica, dando forma a un genere che si avvicina scandalosamente al pop moderno. «Canto quello che sento», spiega al resto del gruppo Bettina, il personaggio interpretato da Veronica Lucchesi, prima di intonare alcuni versi di Questo Corpo, brano del 2018 de La Rappresentante Di Lista di cui è lei stessa la voce nel mondo reale. Le altre la osservano incredule che si possa parlare con quella libertà e, forse, devono ancora imparare a farlo.
Donna, voce, libertà e… pop
A tutte le protagoniste viene rivolto uno «stai zitta!» nel corso della pellicola, con il caso più eclatante di Teresa, creduta muta da tutti, che quando pronuncia la sua prima parola di fronte a un uomo – guarda caso un «No!» – viene redarguita con un «Muta eri e muta devi restare!».
Il silenzio, inteso come canone a cui la vita femminile si deve adeguare, è un tema ricorrente in Gloria! e quando viene rotto genera un fenomeno paradossale ma ben presente anche nella società moderna: le stesse ragazze sono diffidenti verso le loro idee perché prive di un’approvazione superiore, maschile. Eppure, se a un gruppo di ragazze di fine Settecento la propria musica fa ridere, è una gioia per le orecchie di noi spettatori moderni, che in quei ritmi veloci e voci piene intravediamo i germi della musica leggera di oggi, e che dopo quasi un’ora di educate litanie da chiesa ci chiediamo se veramente le donne non sarebbero state in grado di anticipare il pop di 200 anni, e ci rispondiamo che non lo sapremo mai.
Il finale scelto da Vicario è favolistico e simbolico. Il concerto composto delle ragazze – spoiler – si fa, ma nessuno, eccetto i più piccoli, è pronto per la loro musica e si sfiora una tragedia da cui l’orchestra si salva solo proteggendosi, blindandosi, per l’appunto, in uno spazio di libertà impenetrabile che gli consente di finire la propria composizione. Fuori gli uomini si indignano, svengono dalla rabbia e il Papa proclama scomuniche a destra e a manca. Un salto temporale ci fa poi vedere la vita delle ragazze in un poco verosimile per sempre felici e contente, che da un lato ha la clemenza di farci uscire dalla sala senza amaro in bocca, dall’altro ci ricorda che, in un modo o nell’altro, ce la faranno a farsi strada perché la loro musica è quella che ascoltiamo oggi.
Nella morale di questa favola sembrerebbe che la risposta alla domanda sul come essere donne nel music business si possa riassumere così: ci si ritrova costrette tutti i giorni in un canone creato da qualcun altro, con il quale si è obbligate a confrontarsi e dal quale, quando si svia, la pena in agguato è l’essere sminuite o prese per pazze.
C’è un grande “però” da contemplare. Come non conosciamo esattamente il modo in cui le donne hanno contribuito alla storia della musica, sappiamo per certo che lo hanno fatto, che presumibilmente si sono prese passo passo tutto lo spazio che gli è stato concesso, fino a forgiare insieme ai colleghi maschi il volto del panorama musicale moderno, soggetto a cambiamenti sempre più repentini tanto più le donne assumevano una posizione paritaria. In quest’ottica sembra quasi una strana coincidenza che in un altro film del momento, incentrato anch’esso sulla condizione femminile, ossia C’è ancora domani di Paola Cortellesi, la frase pronunciata alla vigilia della chiamata alle urne da una delle compagne di cortile di Delia, sia precisamente: «Adesso che votiamo noi vedrete come cambia la musica!».





