Intervista a Distorce: la musica come terapia

Spontaneo, creativo e fuori dagli schemi, tutto questo e molto di più è Lorenzo Tasca, in arte Distorce, artista bergamasco 24enne. Il suo primo omonimo EP, Distorce, uscito il 10 giugno 2024, è una perfetta fotografia della sua arte e della sua missione di vita. Il suono distorto della sua chitarra, insieme al suo timbro naturale ma intenso, regalano un’atmosfera originale nella quale immergersi pienamente. Abbiamo deciso di intervistarlo e di raccontarvelo con la stessa spontaneità che ci ha trasmesso, per farvi conoscere meglio la persona oltre all’artista.

Qual’è stato il tuo primo approccio con la musica?

A dir la verità è stato un approccio casuale e guidato dalla curiosità. Inizio come batterista intorno agli otto anni, dopo aver trovato in casa la batteria che i miei zii suonavano in un gruppo. Inoltre in casa mia c’era una chitarra, appartenuta a mia mamma, e ho iniziato ad imparare qualche accordo. È stata una cosa molto naturale, ho appreso i primi accordi guardando video di concerti su YouTube.

Come ti ha ispirato il luogo in cui sei nato e cresciuto?

Ci sono sempre dei richiami alla mia città, Bergamo, che mi piace molto. Attingo tanto dalla realtà che mi circonda, ho bisogno di vivere le cose, toccarle con mano, piuttosto che usare l’immaginazione.

Quali sono i tuoi principali riferimenti in ambito musicale?

Sono un grande appassionato della scena alternative/underground italiana degli anni 90. I musicisti che mi hanno ispirato maggiormente sono stati i CSI di Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali, Lucio Dalla, Franco Battiato. Ho ascoltato moltissimo anche Marlene Kuntz e Afterhours. A livello internazionale mi piacciono molto i Radiohead, i Black Midi e gli Idles. In generale sono molto curioso e se trovo cose che mi ispirano le ascolto sempre molto volentieri; penso a Ben Howard e ai The John Butler Trio, gruppi più di nicchia ma sempre interessanti e ispiranti.

Com’è iniziato il tuo percorso artistico e come hai scelto il tuo nome d’arte?

Anche in questo caso la casualità degli eventi ha giocato un ruolo importante. Mi ritengo una persona molto riflessiva, anche se ogni tanto ho dei lampi di assoluta imprevedibilità, come è successo con il mio progetto musicale. Inizialmente non trovavo nessuno con cui suonare, così mi sono deciso ad iniziare il mio viaggio da solo. Mi sono autoprodotto i primi demo in casa e ho iniziato a caricare le canzoni in rete, per cercare di avere un riscontro. Il mio nome d’arte è nato quando frequentavo le scuole superiori. Come base della mia musica utilizzavo una chitarra dal suono molto distorto, con molte sporcature. Ho cercato sul dizionario un nome che potesse richiamare la distorsione del suono che tanto ricercavo, e così è nato Distorce.


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La ricerca di un suono molto spontaneo e non artefatto si percepisce molto bene ascoltando il tuo primo EP. Come ci hai lavorato?

Quando ho deciso di fare questo EP, ho contattato qualche realtà che potesse essere interessata e ho trovato Max Martulli, produttore discografico e tour manager di gruppi come gli Afterhours. A lui ho inviato molti demo, e insieme abbiamo deciso di fare una cernita e raccogliere qualche brano che potesse essere legato da un filo musicale, una sorta di concept album. Era la prima volta che andavo in uno studio di registrazione( il Musical Box di Gabriele Nicu a Vigevano) e in appena quattro giorni abbiamo registrato tutto. La nostra intenzione era quella di tenere il disco il più naturale possibile, con le sporcature ad arricchire. In questo è stato fondamentale l’ascolto di John Frusciante, che con i suoi lavori da solista mi ha aperto un mondo. Da lui ho imparato che con la musica si può fare tutto, il limite è solo l’immaginazione. Abbiamo spinto molto con la sperimentazione, utilizzando anche un violino distorto.

Riesci a mantenere questa spontaneità e naturalezza anche nella stesura dei testi?

Mi viene tutto abbastanza naturale nella scrittura, mi faccio influenzare soprattutto da quello che ascolto in quel periodo. I primi testi che ho scritto sono di stampo più cantautorale classico, mentre ultimamente mi piace cercare di ridurre tutto, di andare all‘essenza della parola. Non ho una regola precisa e mi capita spesso che molte delle cose che scrivo sono frasi e immagini che improvvisamente mi vengono in mente e sulle quali poi cerco di tessere attorno un testo.

Si vede che ti approcci alla musica con una libertà assoluta, scevro da schemi predefiniti e con una spiccata originalità. Com’è nato in te quest’approccio così spontaneo?

Penso che sia assurdo ridursi a fare le stesse cose sentite e risentite, come succede anche nel mondo definito indie. Per me la musica è una terapia, non la faccio per vezzo o vanità. È una cosa che sento e quindi, nel momento in cui devo decidere come fare un arrangiamento e come scrivere, non riesco ad andare sull’ovvio o sul già detto. La curiosità mi porta a ricercare sempre qualcosa di nuovo.

Mi ha colpito molto il fatto che per te la musica sia un’urgenza e una terapia. Quali sono le tue sensazioni quando la tua idea si concretizza in una canzone?

Inizialmente lo faccio per me, come terapia e come urgenza di esprimermi. Mentre, nel momento in cui devo iniziare a mettere insieme il pezzo, mi viene naturale cercare di pensare all’ascoltatore e di provare a lasciargli un messaggio. Mi piace molto il fatto che ogni persona che ascolti i miei pezzi interpreti il testo in modo diverso; in questo modo riesci ad entrare in gioco la curiosità delle persone ed è molto arricchente anche per me.

Il tuo primo lavoro, come hai detto in precedenza, è quasi un concept album. Ti piace l’idea di raccontare una storia che sia collegata e che l’ascoltatore percepisca come un’opera unica?

Dal punto di vista degli arrangiamenti e delle scelte stilistiche, mi piace che ci sia un filo conduttore e una riconoscibilità dal punto di vista del sound. Per quanto riguarda i testi, non ho l’esigenza di raccontare una storia che continui dalla prima all’ultima traccia. In questo album ci sono brani che, a livello di stampo e di scrittura, si assomigliano.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro prossimo? Hai già in cantiere qualche concerto?

I miei programmi sono quelli di trovare date e di iniziare a costruire una fanbase. Ho fatto una data di presentazione in un festival di Bergamo, il Clamore festival, che è una bella realtà nella quale si uniscono più locali della zona e fanno suonare moltissimi artisti emergenti.

Quali sono le tue sensazioni durante i live? Ti piace stare sul palco?

I concerti li vivo molto bene, ho sempre molta voglia di andare in giro a suonare. Dal vivo cerco di mantenere una semplicità in quello che faccio, armato solo di voce e chitarra. La mia urgenza è proprio quella di esibirmi davanti ad un pubblico, con cui riesco ad avere sempre un intenso scambio emotivo.

Hai un posto in particolare in cui ti piacerebbe suonare in futuro?

Non mi interessa tanto il nome o il posto in sè, quello che mi interessa è riuscire a portare fuori le canzoni il più possibile e sentire il feeling con la gente. L’essere in una città abbastanza piccola ha i suoi vantaggi, nel senso che ci sono molti locali carini, come il Druso, l’Ink Club o l’Edonè, tutti locali storici di Bergamo.

Come vivi la dimensione collettiva della musica, nel momento in cui condividi il palco con altri musicisti?

Suonare insieme ad altri è una cosa molto bella e stimolante. Quando sono da solo c’è un carico di emozione e di gestione pratica della performance che è molto complessa. Suonare con altre persone amplifica le sensazioni positive e riduce il carico emotivo.

Potete trovare Distorce su Instagram e ascoltarlo su Spotify

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