La cerimonia del tè in Giappone
Cha zen ichi mi: il tè e lo zen hanno lo stesso sapore.
Nel desolato deserto dell’esistenza, la stanza del tè era un’oasi in cui i viaggiatori affaticati potevano incontrarsi per abbeverarsi alla comune sorgente del piacere estetico.
Okakura Kakuzō, Lo Zen e la cerimonia del tè.
La cerimonia
Un’umile costruzione in legno appartata, all’interno di un giardino nel silenzio profondo. In questo quadro di calma, tipico delle pratiche meditative, si svolge la cerimonia del tè. Guidati da un maestro si sorseggia la bevanda in comunione con chi vi partecipa. Nella stanza, la luce filtra attraverso la carta di riso delle finestre scorrevoli; la trama del pavimento in tatami scorre sotto le dita. Si assiste così alla preparazione di quella che in giapponese è detta cha no yu, acqua calda del tè, una cerimonia tanto semplice da essere quasi banale, che tuttavia è infusa dei principi estetici filosofici zen.
L’idea di percorso spirituale, che questa pratica nasconde, è più chiara se pensiamo all’altro nome con cui è indicata: sadō, via del tè, termine costruito in modo analogo a tutte le altre “vie” dei cammini filosofici orientali. Mentre il maestro prepara la bevanda con gesti semplici ma studiati, i partecipanti assaporano proprio la semplicità in cui si svolge il tutto. Si ammirano i rotoli di calligrafie appesi al tokonoma, la ceramica irregolare delle tazze raku, l’apparente naturalezza delle composizioni di ikebana.
Le origini
Importate dalla Cina nell’VIII secolo, le coltivazioni di tè in Giappone si estesero nei pressi dei monasteri buddhisti, dato che gli stessi monaci ne facevano largo utilizzo per mantenersi vigili durante la meditazione. La bevanda, inizialmente apprezzata solo dalle ristrette cerchie di religiosi e nobili, ad oggi presenta diverse varietà, nonostante sia preparata da un’unica pianta: la camellia sinensis. La differenziazione tra quelli che vengono chiamati tè verde, tè nero, tè bianco o altro, dipende dai metodi di raccolta e lavorazione della pianta.
L’uso del tè è nato proprio in ambiente religioso, inizialmente per un consumo solitario, ma ben presto si trasformò in una pratica comunitaria e socializzante. Si iniziò a dedicare un momento cerimoniale specifico per la degustazione dell’infuso, accompagnata dalla lettura e discussione dei testi sacri. La progressiva ritualizzazione andò a coinvolgere anche l’ambito dell’arte, raggiungendo la sua massima espressione con il buddhismo zen: la cerimonia del tè divenne Via verso l’illuminazione.
Il significato
La scelta del tè come strumento della Via non è casuale. Anche l’acqua e il sake, sono associati alla ritualità religiosa ma con effetti biologici e valori simbolici distinti. L’acqua è la bevanda “naturale” per eccellenza: non subisce interventi dell’uomo ed è servita fredda – o almeno non riscaldata. Non è adatta a quelle situazioni sociali che necessitano invece di bevande “culturali”, fermentate, lavorate o riscaldate che siano, come appunto il tè o il sake. L’acqua è simbolicamente lontana dalla vita sociale e, in quanto tale, si limita il suo utilizzo ai riti di separazione dal defunto.
Sake e tè, al contrario, sono bevande della vita, consumate quando si costruiscono rapporti sociali. Tuttavia il primo è una sostanza inebriante, esalta e confonde le idee, adatto solo a quelle situazioni in cui i contatti umani possono – o devono – essere immediati e intensi. Il secondo, invece, è una sostanza stimolante, rende vigili senza intossicare, adatto alle situazioni che necessitano calma, compostezza e lucidità. Con il sake si celebra la passione, riempiendo vicendevolmente i bicchieri; con il tè si celebra l’accoglienza, offrendo all’ospite una bevanda rigenerante per dedicare a lui solo la propria attenzione.
Leggi anche: Il potere del cibo: supercibi e affini, come scegliamo il nostro cibo? Preferenze o moda del momento?
Copertina di @ilfumattiapasotti.





